"Il topo sostituirà l'uomo?" - Veicoli e Dei nell'iconografia indiana


Il dono di un veicolo è uno degli omaggi  rituali che vengono fatti al
maestro spirituale, questo perché il veicolo è riconosciuto come un
mezzo simbolico di trasmissione della sua grazia,  regalare   un
carro, un elefante, un cavallo o -in tempi moderni- un’automobile
significa che  ci si aspetta che il favore del maestro venga
trasferito insomma “veicolato” all’offerente attraverso quel mezzo
simbolico. Proprio seguendo questa tradizione capitò  -ad esempio- che
Osho Rajneesh (ma non solo lui)  collezionasse  30 e più Rolls Royce…

Chi ha qualche dimestichezza con l’iconografia indiana ricorderà che
ogni divinità ha un suo mezzo di trasporto,  che sta a significare il
modo in cui l’energia del Dio viene trasmessa.  Vediamo che  Vishnu,
il preservatore,  ha per cavalcatura una grande aquila, essa
simboleggia la capacità del Dio di scorgere nei minuti dettagli ciò
che avviene nel mondo per scendere giù a velocità stratosferica  a
punire i malvagi e sollevare le sorti dei devoti in difficoltà.
Brhama, il creatore, ha invece per “mount” un cigno bianco che
rispecchia la capacità del cigno di dividere il latte (la saggezza)
dall’acqua  nell’oceano primordiale della creazione.

Ma qui potremmo già cominciare a porci dei dubbi… infatti si può pure
immaginare una grande aquila hymalayana, con apertura alare che
raggiunge i dieci metri, trasportare un Dio nelle sue missioni del
dharma (giustizia) ma un cigno… come fa a trasportare un Dio che
-essendo creatore-  già ce lo immaginiamo un po’ pesante??  I punti
interrogativi aumentano e la necessità di un chiarimento  si fa
impellente quando infine osserviamo l’immagine di Ganesh, Dio di
pesante stazza  con la testa da elefante, che è preposto a rimuovere
gli ostacoli, sia in senso spirituale che materiale, che si
frappongono sul nostro cammino. Il Dio Ganesh è dipinto con ai piedi
la sua cavalcatura, un piccolo topo che sgranocchia beato un laddu
(dolce di riso a palla).

Ebbene a questo punto ci è praticamente impossibile visualizzare
l’enorme Ganesh che monta sul topolino, eppure leggiamo che il topo è
il suo veicolo, come può succedere!?  E qui è necessario fare
ulteriore chiarezza sulla simbologia del “veicolo” e soprattutto di
quel che sta a significare il topo nella tradizione orientale, e
questo non solo in India ma anche in Cina….

Allora l’immagine del topo serve a “veicolare” le qualità che vengono
riconosciute a questo animale, che è anche un archetipo primordiale.
Se pensiamo bene alle capacità miracolose del topo scopriamo che egli
è un vero genio della sopravvivenza,  un maestro in se stesso nella
rimozione di ogni ostacolo che si frappone fra lui e la vita.  Un topo
sa come arrampicarsi su una superficie verticale, purché vi sia la
minima asperità,  persino meglio di una lucertola, di un geco od altri
animali arrampicatori.  Se precipita da una grande altezza, anche
mille volte superiore alla sua, ne esce perfettamente indenne, è un
vero planatore in caduta libera.  Che dire poi della sua preveggenza
che gli fa capire quando è ora di abbandonare la nave che affonda?
Egli è un ottimo nuotatore e sa come  salvarsi meglio di qualsiasi
naufrago, ed infatti in ogni angolo del mondo prima degli umani sono
arrivati i topi.  Anche nella sua vita sociale  è ben attrezzato, chi
non conosce l’astuzia del topo nello sfuggire alle trappole? I sistemi
di anti-rattizzazione sono impotenti contro le orde di roditori
cittadini che dispongono di appositi assaggiatori,  vecchi e malandati
elementi che fungono da cavie per testare i cibi sospetti, così la
tribù si salva sempre.

Non basterebbe una biblioteca di psicologia animale per descrivere i
suoi sotterfugi e le sue furbizie che gli garantiscono la
sopravvivenza in ogni occasione, persino in caso di esplosione
nucleare i topi saprebbero cavarsela meglio di noi.  Inoltre occorre
specificare che in verità il topo è stato l’iniziatore della stessa
specie umana, il capostipite primo (forse addirittura destinato a sostituirlo in un prossimo futuro),  
non sto raccontando una balla (stavolta), state calmi…    

Accadde proprio quando ci fu il grande cataclisma che distrusse tutti i grandi rettili, che a quel tempo dominavano il pianeta,  e già era nato un piccolo roditore, il primo mammifero, per correttezza chiamiamola “mammifera”  la quale aveva la taglia di una pantegana (un po’ più piccola della nutria), e mentre attorno a lei c’era solo morte e nubi nere,  la saggia topa di fogna campò benissimo sui cadaveri e sul marciume, e di lì a pochi millenni diede vita a tutte le specie di mammiferi sulla terra, ivi compreso l’uomo.  

Che grande miracolo… in mezzo alla carneficina,  quella santa
pantegana  trasformò gli ostacoli della distruzione  del mondo in
vittoria…  la supremazia della sua  capacità di adattamento. Mi sa che
saprebbe ancora farlo questo gioco, se l’uomo andrà avanti a sfidare
la vita sul pianeta… sappiamo già chi è in grado di resistere
all’olocausto.   Ed allora perché meravigliarsi se il topo è stato
scelto come veicolo di Ganesh?


Paolo D'Arpini

Pensieri vegetariani di veri “illuminati”


“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei” (Antelme Brillatt-Svarin)
“Oh mangiatore di carne, tu non sei un essere umano. Non accompagnatevi con un mangiatore di carne, perché anche la sua sola compagnia è dannosa per la devozione al Signore. Credimi, amico, coloro che mangiano carne e pesce e bevono bevande inebrianti, saranno tutti estirpati come le erbacce sono estirpate da un fertile campo e gettati dentro un’oscura valle di morte. Tutta la carne è una che sia di uccello, di cervo o di vacca e coloro che la mangiano andranno direttamente all’inferno con gli occhi aperti”. (Kabir, poeta Sufi)
“Il cibo fa l’uomo dissoluto o responsabile, mediocre o illuminato.
(Claudio Galeno, 129-201 d.C.)
“Coloro che uccidono gli animali e ne mangiano le carni saranno più inclini dei vegetariani a massacrare i propri simili”. (Pitagora)
“A questo mondo nessuno può raggiungere i vertici di crudeltà, di malessere, di atrocità, di sconcezza di un uomo che uccide il proprio vicino e ne mangia il cadavere”. (Lien Ch’ih, maestro cinese)
Mencio: “Abusare di creature innocenti e prive di protezione, equivale a maltrattare e a brutalizzare dei bambini, perché gli animali sono in realtà dei bambini, e questo comportamento non è degno di gente onorata e civile”.
“Uccidere gli animali per nutrirsi del loro sangue e delle loro carni è una delle più deplorevoli e vergognose infermità della condizione umana. Questo nutrimento contiene in se i principi irritanti e putridi che agitano il sangue e abbreviano la vita dell’uomo. Verrà il tempo in cui gli uomini aborriranno il consumo di carne come ora noi aborriamo il cannibalismo”. (Alphonse Lamartine, poeta francese, 1790-1869)
“Nel mondo invisibile ogni uomo è accompagnato dalle anime di tutti gli animali di cui ha mangiato la carne; queste anime reclamano un risarcimento… le guerre tra gli uomini in realtà sono il risultato di tutto il massacro di animali che gli uomini compiono… La legge di giustizia è implacabile: gli uomini devono pagare versando tanto sangue quanto ne hanno fatto versare agli animali”. (Da “Lo yoga della nutrizione” di Aivanov, maestro di esoterismo)
“Fino a che gli esseri umani continueranno a spargere il sangue degli animali, non ci sarà alcuna pace. C’è solo un piccolo passo da fare dall’uccidere gli animali a costruire camere a gas e campi di concentramento. Non ci sarà giustizia finché un uomo brandirà un coltello o un’arma per distruggere coloro che sono più deboli di lui . Per anni ho desiderato diventare vegetariano. Non riuscivo a capire come fosse possibile parlare di misericordia, parlare di umanitarismo e contro lo spargimento di sangue quando noi stessi spargiamo sangue, il sangue di animali e creature innocenti. Per quanto riguarda il suo comportamento verso gli animali, ogni uomo è un nazista”. (Isaac B. Singer, vegetariano, premio Nobel per la letteratura, ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti.
“Chi è più crudele ed egoista di colui che vuole nutrire il proprio corpo con la carne di animali innocenti”? (Krishna)
“Benedette siano le nazioni che trattano benignamente e favorevolmente gli animali, che compatiscono le loro miserie e i loro dolori. Maledette siano le nazioni che li trattano crudelmente, che li tirannizzano, che amano spargere il loro sangue, che sono avide di mangiare la loro carne”. (Giacomo Leopardi)

Storia e simbologia di Ganesh "Colui che rimuove gli ostacoli..."




Brahma, Vishnu, Shiva… ogni indù ha una sua divinità preferita, ma,
tra tutti gli dei, quello che raccoglie più fedeli è Ganesh, ritenuto
il dio della buona sorte. Figlio di Shiva e Parvati, dio della
saggezza, ha il capo di un elefante ed il corpo umano. 

In genere Ganesh viene colorato di rosso (il colore della Shakti), e
il topolino Akhu ne rappresenta il suo veicolo. Ganesh è invocato per
iniziare ogni impresa, un viaggio, un affare con la finalità di
rimuovere ogni ostacolo o impedimento. È lo scriba autore della
trascrizione del Mahabarata ed è quindi il patrono della scrittura.

In termini filosofici, le sembianze di mezzo-uomo e mezzo-elefante
sintetizzano il concetto metafisico del Tat-twam-asi (che significa Tu
Sei Quello, riferito all’Assoluto): il corpo umano è la personalità
individuale mentre il pachiderma ne rappresenta la componente
cosmologica ed insieme si uniscono in un solo elemento.

La statua di Ganesh viene solitamente posizionata all’entrata delle
case ed anche dei templi con lo scopo di proteggere ma anche per fare
entrare, assieme ai graditi ospiti, la buona sorte e la spiritualità.

………….

Nota esplicativa e corroborativa sul mito di Ganesh:

Dovremmo considerare il contesto in cui questa storia e questa
immagine di Ganesh è nata.

Corrisponde al momento della transizione fra matrismo e patriarcato.
Parvati la Dea Madre, sposa di Shiva, si era urtata perché i Gana
(servitori) di Shiva entravano nel palazzo di Kailash cercando il suo
sposo senza aver preventivamente chiesto il suo permesso. Perciò creò
da se stessa, con la sua energia divina, un figlio e gli diede
l’incarico di guardare la porta d’accesso del suo appartamento e di
non far entrare alcuno senza il suo consenso. 
Così egli fece e quando
vennero i Gana ritenendo che potessero entrare senza alcun permesso
lui li scacciò. I Gana si lamentarono con Shiva del fatto e Shiva
alquanto scocciato per l’impudenza di questo nuovo guardiano che non
teneva conto della sua posizione di “padrone di casa” ordinò al suo
esercito di dargli una buona lezione. Ma i Gana furono sconfitti,
allora Shiva andò lui stesso alla testa di tutte le sue orde ma
anch’egli fu sconfitto. Allora umiliato si recò a chiedere aiuto a
Vishnu, il protettore, ed assieme a lui si recò con tutti gli eserciti
degli dei a combattere contro il figlio di Parvati. Vishnu e Shiva
assieme lo affrontarono e mentre Vishnu lanciava il suo disco e il
giovane lo deviava Shiva colse l’attimo di disattenzione e lanciò il
suo tridente e così decapitò il giovane. Parvati fu molto disturbata
dal quanto avvenuto e si rinchiuse nelle sue stanze rifiutandosi di
incontrare Shiva. Si annunciava così la fine del mondo, perche Shiva
(Coscienza) e Shakti (Energia) debbono essere sempre uniti. Shiva
infine chiese ammenda e Parvati acconsentì a riappacificarsi con lui
ma pretese che il figlio ritornasse in vita. Shiva accettò dicendo che
in questo modo avrebbe sancito la sua paternità, riportandolo cioè in
vita, e ordinò che venisse presa la testa della prima creatura
incontrata dai Gana. Lì fuori c’era l’elefante sacro veicolo di Indra
(il capo degli dei) e gli fu tagliata la testa e posta sul cadavere
del ragazzo che improvvisamente rivisse. Ovviamente Shiva riportò in
vita anche l’elefante sacro e poi conferì al giovane, ormai suo
figlio, il comando di tutti i suoi Gana, infatti Ganesh significa
comandante supremo dei Gana.

Con questo gesto si trovò un accordo fra il matristo ed il
patriarcato, infatti in India la donna ha una posizione di rispetto
che in altre parti del mondo le manca.

Paolo D’Arpini

Il ruolo della "persona" nella spiritualità laica e nell'ecologia profonda


Caro Paolo D’Arpini, mi ha fatto piacere leggere  in un tuo articolo (http://www.spiritual.it/it/cultura/dal-limbo-della-memoria-breve-saggio-sulla-spiritualita-laica,3,106783)  un riferimento preciso al valore della persona “in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva”. Evidentemente nell’ambito della  Spiritualità Laica  e dell'Ecologia Profonda” ci sono varie posizioni al riguardo. Per esempio, alcuni esponenti dell’Associazione Eco-filosofica di Treviso sostengono che il concetto di persona conduce inevitabilmente all’antropocentrismo e che quindi deve essere combattuto.
Personalmente sono per una via mediana implicante la discriminazione: ci sono interpretazioni dei termini “persona” ed “antropocentrismo” che trovo deleteri, poiché pretendono di conferire agli uomini il diritto di sfruttare la Natura vivente quasi fosse un oggetto disanimato radicalmente distinto da sé. Se invece si pensa che la persona umana rappresenta il momento eminentemente coscienziale della Natura, fungendo da trait d’union tra il sensibile e il sovrasensibile, allora si possono comprendere espressioni quali “Custode, Amico dell’Esistenza” e non possono non apparirci in tutta la loro evidenza la sua grande responsabilità, unita alla sua spontanea devozione per la Madre dalla quale proviene e attraverso la quale deve necessariamente passare-ritornare per accedere a superiori stati dell’Essere.
Scrive il celebre pensatore Henry Corbin: “Mancando la persona, assente ciò che ne rende possibile la preminenza, ci troviamo di fronte al nichilismo agnostico: non c’è più nessuno; l’uomo è scomparso”. Si tratta di un argomento importante che non può essere esaurito in poche righe, bensì solo accennato. Per chi volesse approfondirlo, rimando ad un mio recente scritto “In difesa della Persona” comparso nella rivista di studi metafisici ed umanistici Atrium di Trento.
Ho apprezzato altresì i tuoi chiarimenti sulla “spiritualità laica”. Non posso che essere d’accordo con te laddove scrivi: “Lo spirito è libero e non è descrivibile od etichettabile, come potrebbe esserlo la mente od il corpo. Ed inoltre la spiritualità laica non è certo una nuova filosofia, assolutamente no! Semplicemente è un modo di esprimere qualcosa che c’era già, nella via personalizzata di ognuno del ritorno a casa”. Bisogna però tener presente che nella sua libertà lo Spirito può anche calarsi in modi o forme descrivibili; diversamente non sarebbe libero.
Per chi aspira a lasciarsi guidare dallo Spirito, ne deriva pertanto una capacità di guardare a tutti gli approcci al divino con comprensione ed accettazione, purché nessuno tra loro pretenda di detenere l’unica chiave di accesso al Vero in sé. In quest’ultimo caso, infatti, una credenza, una scuola, ecc., smettono di valere quale supporto legittimo e spesso benefico per diventare fonte di danno per sé e per tutti. Il mondo in cui viviamo è il risultato di un simile errore perpetrato soprattutto dalle tre principali religioni monoteistiche, le quali hanno un volto salvifico, che le radica nell’Originario atemporale, e un volto imprigionante.
Credere che certe cause non sfocino inevitabilmente nei corrispondenti effetti è come pretendere che un treno lanciato a folle corsa lungo un erto pendio, tagliato da un baratro, possa fermarsi.
Estendendo la metafora alla situazione politica attuale, mi appaiono perciò futili tutte le attività che si svolgono all’interno del treno (manutenzione, cambi del macchinista e del personale, lotte per privilegi o vendette, ecc.); la cosa fondamentale è trovare il modo di scendere dal treno prima che sia troppo tardi, indi risalire la china e imparare a guardare sé stessi, il mondo-universo, l’immanenza e la trascendenza con altri occhi (o forse, meglio, con quel Terzo che ci siamo dimenticati di avere).
Subramanyam

L'io del Buddha e l'io del principiante


Esiste forse qualcuno che può dire di essere venuto al mondo per sua precisa volontà? Oppure qualcuno che può decidere di non morire mai? Chi potrebbe mai rispondere affermativamente a queste domande? Ciò può farci capire come il nostro dominio sulle cose è assai limitato, almeno per quanto riguarda l’influenza sulla nostra esistenza personale. Dobbiamo per forza ammettere che la volontà del nostro ‘Io’ è soltanto temporanea ed essa, il più delle volte, deve sottostare ad una Volontà ben più alta. Questa Volontà non è, attenzione, la volontà di Qualcun altro, come potrebbero far credere i dogmi di qualche religione. Molto più realisticamente, Essa è la Volontà di un Potere più alto dell’Io che, però, risiede sempre in noi stessi ed in tutte le cose esistenti. 

Sia l’Io che la Volontà Superiore non sono affatto disgiunti perché, nella nostra persona, l’Io e l’Altro Potere non potrebbero esistere separatamente. Siccome la mente umana ha bisogno di dare un nome a tutto, allora a questo Potere sono stati dati vari nomi: Dio, Natura, Forza Vitale, Spirito Assoluto, Realtà Suprema,ecc. In realtà, quella Volontà Superiore risiede nella nostra mente, anzi "E’" la nostra vera MENTE, nella sua espressione più pura e assoluta. E’ soltanto perché non la comprendiamo, che cadiamo nell’errata convinzione che la nostra mente sia l’Io, e che l’Io possa manovrare le cose a suo piacimento. 

A causa di questa errata convinzione, l’Io si adopera freneticamente proprio per manipolare tutte le cose che lo riguardano. E’ come quel gioco di cui parlavamo l’altro giorno, in cui i bambini si assumono per burla identità fasulle, però credendoci fino alla fine del loro gioco. Grazie a questo ignoto potere, noi utilizziamo le facoltà della mente per crearci un’ identità personale ed in essa identificarci, aderendovi poi completa-mente. 

Se riuscissimo a comprendere una volta per tutte che non è stata la nostra volontà personale a farci nascere, così come non potrà impedire la nostra morte, allora finalmente potremo capire che noi siamo l’incarnazione di una Volontà che non può essere di certo l’attuale "Io".

Tutto ciò è possibile arrivare a comprenderlo per mezzo della meditazione di autoconsapevolezza, in quanto con un’adeguata pratica, potremo arrivare a conoscere la nostra mente e tutti i suoi più profondi recessi. 

La peculiarità e lo scopo della meditazione Ch’an è di far emergere dal profondo quel “Qualcosa”, che non può essere visto quando siamo inconsapevoli e offuscati dal condiziona-mento egoico. Questo “Qualcosa”, conosciuto proprio sviluppando ed applicando la Consapevolezza, altro non è che la nostra vera Identità Reale, Perenne ed Immortale. In questo momento, presente ed eterno, chi è l’Essere che risiede dentro la nostra carne ed il nostro corpo? 

Che cos’è questa “mente”, questo spazio vuoto che si trasforma, si compone e diventa ciò che immagina? Chi sono Io? Chi siete voi, adesso qui davanti ai miei occhi? Tutto ciò ci ricorda la frase Cristiana: -‘Dio creò l’Uomo a Sua immagine e somiglianza…’- Volendo, possiamo anche invertire la frase: - ‘L’Uomo fece Dio a Sua immagine e somiglianza’ … - Il risultato è identico, l’ambivalenza dialettica ci porta fuori ma la sintesi ci mostra l’identicità della proposizione e ci aiuta a capire. Perciò, rimaniamo saldi su questa sintesi e non sulle parole! Come ormai ben sappiamo la mente è un contenitore, ma è anche il Creatore dei suoi stessi contenuti. Basandoci su dei paragoni, nella nostra capacità intuitiva esiste la possibilità di concepire la Mente Assoluta. 

Per esempio, l’Oceano nel suo insieme è composto di miriadi di gocce d’acqua; ogni goccia è della stessa natura dell’intero Oceano; in ciascuna goccia vi è la stessa composizione chimica di tutta l’acqua che, prima o poi, arriverà all’Oceano. Le gocce sono destinate ad esistere ed a sparire; a causa del vento sono trasformate in vapore acqueo e trasportate sotto forma di nuvole fino ad essere di nuovo ricomposte in gocce di pioggia che, cadendo ed ingrossando i fiumi, tornano alla loro naturale origine: l’Oceano.

Similmente è l’esistenza individuale degli esseri viventi. La Mente Assoluta è l’Oceano, totalmente indifferente al destino delle singole gocce, menti individuali composte di Io-pensieri. Questa Mente-Oceano ha il potere di contenere tutto ciò che è, con tutte le esistenze relative. Il Potere di questa Mente Assoluta è di generare e contenere in Sé la totalità delle menti-gocce esistenti ed anche di quelle non ancora esistenti, cioè che si formeranno. Non solo, Essa contiene in Sé anche la materia chimica inerte ed insensibile che è una trasformazione grossolana dell’energia mentale. 

Ad esempio, il cibo non ha un’anima senziente però, entrando nel corpo di un individuo ne alimenta anche lo spirito e la mente.

Questo scenario che si ripete eternamente lascia la Mente Assoluta del tutto indifferente a ciò che accade nel particolare, cioè nelle miriadi di menti relative ed individuali. Questo ripetitivo ciclo di apparizioni e sparizioni delle menti individuali, persiste proprio per il Potere della Mente Assoluta che non può interrompere il meccanismo fintanto che le stesse menti relative non riconoscano la loro Identità Reale. 

In ogni caso, essendovi una mutua compenetrazione tra Assoluto e relativo, non sussiste alcun disturbo tra le due Realtà. Il relativo vive la sua vita con l’individualità misurata nel tempo e nello spazio, confrontandosi con la dualità e l’alterità. Al contrario, l’Assoluto resta totalmente imperturbato dall’attività delle microscopiche menti-Io, le quali si muovono in uno Spazio che non aumenta né perde alcun frammento della sua Totalità.

Questo sarà possibile comprenderlo intuitivamente soltanto quando, grazie alla Meditazione, la nostra mente umana saprà aprirsi alla Saggezza-Prajna che può sondare l’Assoluto. Questa Intuizione Profonda è il solo canale con cui l’Assoluto permette alla mente relativa la conoscenza di Sé, ed è la nostra sola possibilità di liquefarci nella stessa Mente Assoluta, pur restando nella relatività della vita ordinaria. Così un essere umano può aprire la sua mente alla Buddhità pur restando un normale essere pensante. Per questo si dice che non vi è nessuna differenza sostanziale tra i Buddha Illuminati e gli esseri cosiddetti ordinari. Proprio perché l’essere ordinario, quando ha ben compreso e realizzato questo, è immediatamente un Buddha mentre, se ne è ignorante o non lo comprende, allora non sa di esserlo, e ciò lo costringe all’ordinarietà della persona comune.

Discorso tenuto da Aliberth  il 16/2/2000 al Centro Nirvana di Roma

natura naturans, natura naturata




moltiplicatore e inventore di personalità,

di personaggi e di storie cantanti…

sono ancora in giro

ora in un luogo dove regna un orto allegro,

sinergico,

fiorito,

macchie di arancioni,

rossi e gialli che convivono con cavoli verdi e blu, riflessi argentei,

verdi spavaldi e aromatici,

gustosi aciduli lamponi,

ancora qualche gusto di rosso pomodoro!

ispirazioni da tutte le parti,

pace e scintille di natura…magia!


ho appena visto che nel mio giardino

il prugnolo e il corbezzolo

hanno dato i primi frutti,

odor di bagnato

elicriso stanco

finocchietto predominante

lavande tardive e

grandi fiori gialli di topinambur,

limoni, una rosa,

rossi peperoncini fiammanti

ancora pomodorini,

mente gerani odorosi

timo e salvia costante

citronella fichi dindia e

fragranti grappoli di uva bianca,

di più poco posso dirti

questo e’ quanto

tutto il mio antico vanto!


ho letto

quanto hai raccolto

trasformato e riportato

plasmando e giocando

con le parole

tra pieni e vuoti.

ironia

poesia

meditazione,

intrecci di suoni

e stati dell essere

…meraviglia!


dice moltitudine

nel tuo frammento di giardino

ce’ bellezza spontaneità

forza determinazione socievolezza

ce’ il dono della parola e

soprattutto eleganza

i colori di cui ti inondi

abbagliano e stordiscono

come la luce e

il polline dei fiori

gli insetti



ogni molecola

sorride

ed e’ sorpresa

hai letto molto di me

è così!

viaggio attratta

dal profumo della vita,

ammaliata

dal suo fascino misterioso,

da cio che cerca forma,

la trova

per poi modificarsi

nuovamente.

mentre tu vivi

la ricchezza

di un onda

che si infrange

nella moltitudine,

io cerco

la mia essenza.

attraverso te

imparo

qualcosa

in più di me


sottili piogge

guidate dal vento,

linee di paesaggio

sciolte

nel vapore acqueo,


zolla dura

lenta e stanca

nello staccarsi

dalla coltre

del suo apparire

al mercato fresco

delle erbe mattutine

del divenire


parti diverse

si accompagnano

affiancandosi

la forza maschile

e la leggerezza

e le sorprese

della femminilità


passeggio

sulla spiaggia

grigia autunnale

in cerca di lettere

o semplici tracce

di alfabeti nascosti

o sconosciuti


vertice alto

tempo sospeso

fino a che punto?



Ferdinando Renzetti

Dan Brown: "The lost symbol" - Recensione



Recentemente ho terminato di leggere il libro di Dan Brown "The lost symbol" e ho trovato che le ultime pagine erano particolarmente interessanti.

Vi traduco un po dei concetti di quelle pagine.

I misteri degli antichi erano concentrati su Dio dentro di noi... l'umano uguale a Dio.
Per la bibbia invece è Dio che è al disopra di noi e l'umano è il peccatore senza alcun potere.
Buddha disse: voi siete Dio.
Gesù insegnò che il regno di Dio è dentro di voi.
La sola differenza tra noi e Dio è che noi ci siamo dimenticati di essere divini.
Il pensiero umano è una reale e misurabile forza che avrà effetto sulla coscienza globale.
La scienza noetica e una cosa recente ma in realtà è la più antica scienza: lo studio del pensiero umano.
Gli antichi capivano il pensiero umano molto più a fondo di come lo capiamo adesso.
La mente umana era la sola tecnologia che avevano a disposizione.
Gli antichi filosofi la studiarono senza sosta.
I più antichi filosofi erano ossessionati dal potere della mente umana.
I Veda descrivono il fluire della energia mentale.
Si è parlato della influenza remota che può curare a distanza.
La bibbia è piena di informazioni scientifiche ed è uno studio della mente umana.
Le scritture antiche erano consapevole del potere latente che è dentro di noi.
Arriverà il momento quando l'umanità finalmente costruirà il tempio della propria mente.
Le scritture antiche indicano un tempio composto di due parti e le due parti sono separate da un sottile velo.
Il cervello umano è composto di due parti, la parte esterna "dura mater" e la parte interna " pia mater" e le due parti sono separate da un velo reticolare.
C'è una ragione perché i lati della nostra fonte si chiamano tempie.
La secrezione che il cervello produce durante la meditazione profonda ha le caratteristiche della magica manna.
Se il nostro cervello viene usato nel modo giusto può produrre forze che sono super umane.
La nostra mente può generare energie capaci di trasformare la materia.
Le particelle reagiscono ai nostri pensieri, il che vuol dire che i pensieri hanno il potere di cambiare il mondo.
Dio è una energia mentale che pervade tutto.
La nostra mente è a somiglianza di Dio.
Pensieri distruttivi possono influire e tutti sappiamo che è più facile distruggere che creare.
E' stato provato scientificamente che il potere della mente umana cresce esponenzialmente con il numero di menti che condividono quel pensiero.
Dio non è singolo ma è plurale perché le menti umane sono plurali.
Dall'inizio dei tempi l'umanità  ha percepito che c'era qualche cosa di speciale in se stesso...qualche cosa in più.
Un profeta disse: niente che è nascosto non verrà scoperto; niente che è segreto non verrà alla luce.
 
Spero che troverete in questa mia semplice traduzione qualche messaggio interessante.


Roberto  Anastagi 

Beatitudine in assenza dell'identità - Lo stato del realizzato nella concezione buddista


“E' possibile essere felici senza essere “qualcuno”? Che valore viene attribuito, dal Buddhismo, al ruolo sociale e all'azione? I paradossi di una filosofia in cui la felicità è praticabile nell'assenza di "identità"…


Immagine incorporata 1 

Il passato che non passa

La parola Karma, ormai entrata nel nostro lin­guaggio comune, viene per lo più associata alla parola "reincarnazione", ovvero al concetto di viaggio dell'a­nima attraverso vite diverse. Tuttavia il termine Karma, nelle filosofie orientali e in quella buddhista in partico­lare, ha un'accezione ben più complessa: esprime l'idea che ciò che siamo in questo momento è una somma esponenziale di tutti i momenti di esistenza del nostro passato, anche antecedenti alla nostra venuta in questo mondo. Una lettura estremamente rigorosa della legge di causa ed effetto, quindi. 


Trasportata sul piano indivi­duale, questa legge fa sì che una continuità progressiva di tendenze, pensieri, azioni e volizioni produca poi una condizione di "status quo" riconoscibile come l'attuale stato di esistenza della persona. Il fatto che ognuno di noi si trovi in una determinata sfera sociale, culturale, politica e lavorativa o addirittura in una precisa condi­zione psicofisica sarebbe quindi il frutto delle azioni svolte sia in questa che in altre vite precedenti, vissute magari sotto altre forme e con destini diversi. 

Già al momento della nascita, secondo la visione buddhista, ci sarebbero dei "contenuti" - memorie, desi­deri - che condizionano la persona nella quale l'anima si è "incarnata". Il ruolo che assumiamo, quindi, rap­presenta il coagulo di questi contenuti, ma diventa a sua volta "produttore" di contenuti che influiscono sulla nostra vita attuale e futura. E' possibile, cioè, che il livello in cui la nostra mente attualmente si trova possa condizionare quasi totalmente la nostra vita attuale, ma anche che a sua volta la mente possa essere condizio­nata dal ruolo che, di conseguenza, assumiamo. E’ anche possibile che lo stato di manifestazione attuale sia uno stato di attesa, una condizione di limbo, in cui la nostra potenzialità mentale, magari molto elevata, aspetti soltanto una situazione particolare, una fulminea maturazione di una causa pre-esistente, per far emer­gere, da uno stato, per così dire, ibernato o congelato, una straordinaria capacità di Autocoscienza.

Il potere dell'identificazione

La legge di causa ed effetto influisce anche sul rap­porto tra il ruolo nel quale siamo identificati e il nostro "sostrato" interiore. Quanto maggiore sarà l'identifica­zione nel ruolo, tanto meno saremo capaci di ricono­scere "ciò che siamo realmente". La nostra essenza uni­versale, chiusa in un involucro, non riuscirà a manifestarsi alla coscienza. Ciò che il Buddha chiama "ignoranza" è proprio questa forma di imprigionamento della coscienza nei contenuti mentali: saremmo tutti potenziali Buddha se non fossimo vittime di un primordiale errore (peccato originale?) che ci impedisce il riconoscimento della nostra vera natura. Attraverso l'esperienza nella vita in questo mondo si sono formati, nella nostra mente, dei parametri di appartenenza a questo o quel "normotipo". Noi ci vediamo e ci sentiamo come maschi o femmine, gio­vani od anziani, italiani o stranieri, maestri o discepoli, intelligenti o incapaci, ricchi o squattrinati, socialmente arrivati o ansiosi di arrivare. Insomma, nella nostra manifestazione socio-antropologica, ci autorappresen­tiamo attraverso delle categorie di appartenenza e ci identifichiamo in queste.

Nella visione buddhista dell'esistenza, al contrario, a queste categorie viene riconosciuto un valore mera­mente convenzionale o relativo dato che, dal punto di vista assoluto o ultimo, nessuna qualità risulta immuta­bile o permanente ed ogni cosa viene considerata solo in relazione al suo opposto. Il metodo buddhista, basato sull'attenta osservazione di ciò che nel mondo fenome­nico accade, conduce alla puntuale constatazione che, nel tempo, ogni cosa si trasforma nel suo opposto: il piacere nel dolore, il bene nel male, la gioventù in vec­chiaia. L'aspirazione allla evoluzione della coscienza porta naturalmente a non considerare come punto di riferimento il mondo delle forme in divenire. Di conse­guenza, più vi è crescita a livello interiore e più si perde interesse verso i ruoli sociali e una posizione di potere.

La libertà di non essere

Tutto ciò può essere esemplificato dalla proverbiale indifferenza dei "saggi" e degli "illuminati" nei riguardi del loro ceto di appartenenza. Lo stesso Buddha, che al suo tempo era conosciuto col nome di Siddharta Gotama. era figlio di un re ma non ci pensò due volte a gettare le sue vesti di principe. Quando poi, dopo il suo lungo training di purificazione, Siddharta Gotama arrivò a concepire la sua natura ultima e diventò il Buddha (l’Illuminato), non alimentò nessun rimpianto verso il luccichìo della reggia patema e visse come un asceta e monaco vagabondo insieme ad altri "miserabili" com­pagni. 


Anche nella tradizione cristiana, San Francesco è un altro esempio radicale e addirittura "scandaloso" di questa indifferenza. Ma ci sono stati pure casi di uomini di umili condizioni che, seppur trovandosi fortuitamente ad occupare posti di estremo prestigio, non si sono lasciati sedurre dal fascino del potere. Famosa è, nel Buddhismo Zen, la figura di Hui Neng, cuoco analfa­beta, che vivendo serenamente come un "buddha in incognito" viene scelto dal Quinto Patriarca come suo successore, senza che ciò muti il suo atteggiamento umile e compassionevole.

Tuttavia è pur vero che, anche volendo abbandonare ogni "gloria mondana", si può incappare nella più insidiosa ricerca di "gloria spi­rituale". Potere spirituale e potere temporale hanno camminato per secoli di pari passo. Essere in un posto di comando e per lo più avere il prestigio di rappresen­tare dio in terra è stato (e forse è ancora) il sogno ambi­zioso di molti uomini di religione, sia in Oriente che in Occidente. Vi è poi un'altra forma più sottile e più occulta di "scalata spirituale", quella che spinge molti individui, in cerca di una identità valorizzata, a gettarsi con fanatico fervore nelle vie spirituali per poter dichiarare un'appartenenza a qualcosa (un gruppo, un'idea), per lo più, un quaJcosa di "molto elevato". Questa adesione dell’ immaginario alle "cose spiri­tuali" è una forma di identificazione che non facilita affatto l'incontro e il senso di unione con l'altro.

Naturalmente il vero ricercatore spirituale conosce questa eventualità e parte del suo lavoro interiore consiste proprio nel sorvegliare tutte quelle tendenze che lo spingerebbero ad usare per scopi egoistici i poteri mentali acquistati attraverso le pratiche meditative.

La felicità senza desideri

La mente, come asserisce il Dalai Lama, è la "fonte di tutte le felicità, la creatrice di tutti i buoni propositi, oppure, se mal usata, la generatrice di tutte le disgrazie". Nell'ottica buddhista, il giudizio non è la somma facoltà, e la mente che lo produce non è il ‘principio ultimo’. Dietro alla mente esiste uno sguardo neutrale, privo di giudizio, che osserva l'incessante movimento del pensiero. La pratica spirituale consiste nel cercare di mettere a fuoco la realtà dal punto di vista di quello sguardo neutro.

In questo stato di pura attenzione, la stessa immagine che abbiamo di noi, cristallizzatasi negli anni attraverso una scansione abitudinaria di pensieri/azioni può mutare ai nostri occhi. La nostra persona, il ruolo che occupa nella società, possono assumere infine la proporzione di semplici accadimenti. La ricerca di identità sociale può estinguersi per lasciare spazio, a poco a poco, a una ricerca di Identità (o non-identità) Assoluta, al di là dei nomi e delle forme. Una volta cessata la corsa alla "gloria", al prestigio e all'attenzione degli altri, è possi­bile trovare una felicità senza desideri nella consapevo­lezza di essere non solo una persona, ma di essere con­temporaneamente la Vita di tuttigli uomini.

Al cuore della filosofia buddhista non c'è la pro­messa della visione di un Paradiso fantastico o della realizzazione dei propri "sogni". Al contrario, il mondo delle immagini (e quindi delle illusioni) deve svuotarsi, a poco a poco, per lasciare spazio ad una beatitudine spoglia di oggetti o contenuti. Per questo il Buddhismo, nel suo messaggio autentico, si diffonde tra gli "incre­duli". C'è infatti una incredulità costruttiva, che può assurgere a vera e propria pratica di vita: incredulità rispetto a valori come immagine, potere, prestigio; incredulità nella possibilità di poter contrastare questi valori con una ideologia.

In un'epoca di deserto idealistico, il Buddhismo è diventata una filosofia di azione per chi si sente stretto nel suo ruolo ed è consapevole di non poter risolvere questo senso di non-identità creandosi un'altra rappre­sentazione di sé e del mondo. Come sostiene Aurobindo, contem­poraneo filosofo indiano, l' "uomo ordinario" con la forza della pura motivazione può diventare consapevole della sua natura divina semplicemente non rivolgendo "attenzioni" al proprio ego, vorace e distruttore, ma praticando l'atten­zione per registrare e osservare i propri stati mentali.

Ciò implica un graduale cammino di liberazione dai rapporti di causa/effetto, ovvero dalla legge karmica. In questa ottica di liberazione, il pensare e l'agire nel mondo diventano necessari strumenti obbligatori. Infatti, se è vero, secondo la dottrina buddhista, che noi siamo il frutto di ciò che siamo stati, ciò non significa che non possiamo dare una direzione volontaria al nostro destino. Al con­trario, secondo questa visione, abbiamo la possibilità di annullare completamente il propagarsi delle cause delle vite precedenti e modificare la nostra condizione, colti­vando pensieri e azioni diverse, irradiando il nostro stato di libertà (dalle cause) nel mondo con azioni spas­sionate, senza tornaconto personale. Ed è così che l'in­differenza verso il proprio ruolo sociale si traduce, nell'adesione alla filosofia buddhista, in una pratica sociale disinteressata, attiva, intesa come "servizio" agli altri e alla Vita.

Alberto Mengoni  




(Dalla Rivista “OLIS”- Novembre 1994)



“Tutti gli uomini sono Buddha

tutti gli uomini hanno mille occhi singoli…

occhio vivido, occhio acuto, occhio intelligente,

occhio scrutatore, occhio presbite, occhio miope,

occhio astigmatico, occhio strabico, occhio del desiderio,

occhio stanco di guardare, occhio ipercritico, occhio superficiale,

occhio rapace, occhio supplice, occhio invidioso, occhio rabbioso,

occhio calmo, occhio profondamente pensoso, occhio indagatore,

occhio amoroso, occhio generoso, occhio benigno, occhio compassionevole,

solo occhi compassionevoli, in tutto fanno centotredici.

Chi osa guardare i mille occhi è preso dal capogiro e da vertigine

guardandone i 999 dolorosi come il fuoco, dolorosi come la montagna

proprio sopra l'altopiano, che bollendo troppo a lungo

fa aprire sulla fronte il primo dei mille occhi…

grande saggezza, grande stupidità, grande gioia

grande volta celeste,grande miseria.

Così disse in uno sguardo

(Tratto da: Wang Meng, Pensieri vaganti nel Tibet, Scheiwiller, Milano 1987)