Se la chiesa sbaglia strada (come Rosalia da Bracciano)



Treia. A notte fonda dell'8 agosto 2015. Dopo una lunga serie di intoppi, ritardi e finale con Caterina in ciabatte e camicia da notte, che all'una di mattina è dovuta andare al salvataggio dell'imbranatissima Rosalia, proveniente da Bracciano (che era riuscita a salire su una stradina pedonale a gradoni vicino a Porta Valle Sacco nel tentativo di raggiungere casa nostra sotto le istruzioni di un "navigatore" impazzito)  mentre ero già a letto, stufo di attendere, ecco che  Caterina è tornata a casa vittoriosa, avendo recuperato Rosalia, ed il suo accompagnatore Giacomo, con un omaggio da parte sua  per me: l'enciclica integrale di papa Francesco: "laudato sì". 
Un bel colpo finale che mi ha tenuto sveglio a riflettere sulle vicende ecclesiastiche fino alle due di mattina. Dopo poche ore, verso le 6 del 9 agosto 2015, ero già bello e sveglio, pronto a completare il Giornaletto di Saul del giorno prima e ad inviarlo ai pochi riceventi affezionati. 
L'incombenza della mattinata era pressante, saremmo dovuti partire per il pellegrinaggio alla grotta di Santa Sperandia dopo poche ore, ma di questo ve ne parleremo domani con calma, quando Caterina avrà scaricato le foto ed avremo recuperato un po' di forze dopo la sfacchinata. 
Volevo però oggi riportare alcuni commenti sparati durante la colazione al solito baretto di Treia (offertaci da Rosalia stessa che voleva farsi perdonare gli inconvenienti notturni) al riguardo delle "convenienze" dimostrate dal papa Francesco  nella sua enciclica su ecologia, società,  etc. etc.  Il papa accondiscende a mostrare un'immagine conveniente della chiesa senza in realtà cambiare nemmeno una virgola della struttura. Gli interessi vaticani restano: niente tasse sulle proprietà commerciali ecclesiastiche, niente modifiche reali alla banca di dio, niente cambio di marcia negli investimenti, niente spoliazione delle ricchezze a favore dei poveri, niente accoglienza diretta  ai profughi, insomma niente di niente... tutto come prima, cambia solo la facciata. Gesù avrebbe definito  questa facciata: sepolcro imbiancato. Ed intanto gli scandali sulla pedofilia e sulle norme sessuali e sulla sperequazione fra generi continua.   
Ma chi me lo fa fare di occuparmi degli scandaletti vaticani? In fondo si tratta di “affari” e di “giochi di potere” interni ad una istituzione, sedicente religiosa, che non ha alcuna veste di spiritualità, una aggregazione pretesca che è in realtà un apparato finanziario e "politico". 
Vescovi, cardinali, papa (e antipapi segreti), tutti si sbracciano a dire cose su cose. Sulla sofferenza del pontefice, sui cardinali infedeli, sul nemico esterno, sui cambi di gestione nello IOR, sugli attacchi d’oltre oceano (leggi dal fondo del Mediterraneo),  sulla lotta fra clan…. 
Il fatto vero è che ormai la religione in tutte queste faccende vaticane non c’entra più nulla. Il vaticano è una società per azioni, che combatte per mantenere la sua quota nella spartizione della ricchezza mondiale. Ben inteso si tratta di una ricchezza “virtuale” in quanto ormai il senso stesso di ricchezza è obsoleto.. Forse sarebbe meglio usare il termine “capacità di controllo delle masse”. In questo gioco il vaticano è sempre più debole, ha dovuto recedere di fronte ai diritti accampati dai “fratelli maggiori”, di fronte ai potentati economici dei Rothschild, della Goldman Sachs, dei Mordecai vari… 
Ormai le diatribe, non son più sui dogmi e sulle dottrine, son solo battaglie finanziare ed i più grandi miscredenti, coloro che professano intimamente l’apostasia, sono tutti lì riuniti, in quella casa romana, con i loro berretti bianco, rossi e viola in testa. 
In fondo mi spiace. In fondo provo compassione per la figura di quel povero cristo messo in croce per ottenere il risultato di secoli e secoli di prevaricazioni e persecuzioni contro l’umanità e la natura, tutto compiuto a suo nome dai suoi “rappresentanti” in terra. Povero cristo, sì, e povera Roma imbrogliata due volte, la prima volta quando vendette la sua dignità morale affidandosi al cristianesimo, nel tentativo di continuare la sua missione universale, la seconda volta adesso in cui il marciume accumulato prende a traboccare inesorabilmente trascinando con sé l’ultima parvenza di onore. Roma…
Scriveva Federico Nietzsche: “E’ col trionfo “ecumenico” cristiano (sventura dell’umanità, degli animali, del mondo) che si è realizzata una globale inversione dei valori. Tutto ciò che nel mondo pagano, tra i nostri padri contadini politeisti, era percepito in maniera retta, pulita, veritiera, si è velato e capovolto. Mai un antico avrebbe dato, per esempio, nome di “amore” all’odio o viceversa. La nera pretaglia sfruttatrice è proprio questo che impose, urbi et orbi. Così, per almeno mille anni essa torturò in nome del bene…”

Paolo D’Arpini


Il grande mistero del maschile - femminile



Il matriarcato, quale fenomeno antecedente al patriarcato, e il lento
passaggio dal primo al secondo sono semplici ipotesi. Anche ammesso
che siano esistite società matriarcali, bisogna considerare come ciò
potesse significare semplicemente che le donne si dedicavano al
Manifesto (i Piccoli Misteri, includenti la ricerca scientifica),
mentre invece gli uomini si dedicavano ai Misteri metafisici.

A tutt’oggi nelle campagne dell’India ogni villaggio venera una murti
particolare della Madre, sullo sfondo dei grandi Misteri non
dualistici di matrice shivaita o vedantica. Scrive Ananda K.
Coomaraswamy nel suo celebre studio “Induismo e Buddhismo”: “Se
consideriamo le due parti dell’Unità originariamente indivisa, vediamo
che queste possono essere intese in diversi modi: per esempio, dal
punto di vista politico, corrispondono al Sacerdotium e al Regnum;
sotto l’aspetto psicologico, possono essere considerate come il Sé e
il Non-Sé, l’Uomo interiore e l’individualità esteriore, il Maschio e
la Femmina. [...] La distinzione delle funzioni in termini di sesso
definisce la gerarchia. Soltanto Dio è maschile rispetto a tutto. Ne
consegue che, così come Mitra è maschile rispetto a Varuna e Varuna è
maschile rispetto alla Terra, analogamente il sacerdote è maschile
rispetto al re e il re è maschile rispetto al suo reame. [...] In
tutti questi rapporti, è il principio noetico a sanzionare o a
prescrivere quanto è necessario all’armonia. Il disordine fa la sua
comparsa quando l’elemento subordinato viene meno alla sua normale
funzione, soggiacendo alla tirannia delle proprie passioni, anche se
scambia ciò per libertà”.

E ancora: “La sottomissione dell’Uomo Esteriore all’Uomo Interiore è
esattamente ciò che si intende per padronanza di se stessi e per
autonomia, il cui contrario è l’arroganza. [...] Questo matrimonio
sacro, consumato nel Cuore, adombra il più profondo dei misteri: la
nostra morte è nello stesso tempo la nostra resurrezione beatifica.
[...] Quando ognuno è entrambi, non sussiste più nessuna relazione.
[...] Tutto ciò implica che quello che chiamiamo il processo del mondo
e una creazione sia soltanto un gioco che lo Spirito gioca con se
stesso”.

Evidentemente, Coomaraswamy espone in modo autorevole una chiave di
lettura della questione maschile-femminile diversa dalla tua.

Anche la tua ricostruzione del mito riguardante la nascita di Ganesh
mi sembra peccare di arbitrarietà. Tra le numerose versioni del mito,
ne hai scelta una, ritoccandola ad usum delphini e raccontandola come
se fosse la più valida se non l’unica. In realtà Ganesh, nella
versione da te citata, pretende di sbarrare il passo a Shiva per la
semplice ragione che non lo riconosce; come conseguenza di ciò gli
viene tagliata la testa. In un’altra versione, è Shiva stesso che crea
Ganesh da un pezzo di stoffa o direttamente con la sua mente. In
nessuna versione, tra quelle da me lette, si dice che Ganesha avesse
il potere reale di interporsi tra Mahadeva e Parvati, né che avesse la
forza di sconfiggere Shiva.

Non è escluso, inoltre, che la visione evolutiva – oggi tanto in auge
– e la pretesa di estendere a tutti la propria verità risentano
dell’influsso di quel Cristianesimo a-metafisico (c’è anche, ben
nascosto, un Cristianesimo metafisico) da cui sono derivati
l’agnosticismo e il materialismo; la prima mi pare altresì contraria
alla visione tradizionale orientale, per la quale in termini
cosmogonici la presente umanità (la settima) sarebbe ormai agli
sgoccioli, ovvero nel crepuscolo dell’Era finale in cui si consumerà
il pralaya, la distruzione. Benché i Purana sostengano che un certo
stile di vita in armonia col Dharma potrà forse rimandare il momento
del pralaya o che addirittura permetterà ad alcuni di costituire il
nucleo da cui risorgerà la prossima umanità, essi concordano
all’unanimità nel ritenere che gli uomini attuali siano giunti al
grado massimo di degenerazione e stupidità. Significativamente, gli
autori indiani che hanno parlato e parlano di “evoluzionismo della
specie” sono stati tutti educati o influenzati dall’Occidente moderno.
In ogni caso la Liberazione dall’ignoranza-avidya rimane sempre a
portata di mano, purché vi si aspiri sinceramente.

Raphael  nota in una sua bella Prefazione alla Bhagavad-gita:

«D’altra parte, se la vera Rivoluzione (metánoia) per i più non può attuarsi, allora si lasci che il ciclo si volga inesorabilmente al tramonto perché da una
“catastrofe” imposta dal “Cielo” non può non rinascere un’epoca
purificata ed illuminata. Dopo il tramonto vi è sempre l’alba, e
l’umanità non è la prima volta che subisce questa alternanza di
tenebra-Luce. Chi è fisso nel Principio che è e non diviene non ha
nulla da temere; di là da ogni sentimentalismo borghese vi sono
necessità cosmiche che sanno rimediare alla cecità di enti che hanno
preferito la tenebra alla Luce, la morte all’Immortalità, il non
essere all’Essere».

Secondo il punto di vista della cosmogonia Samkhya (uno tra i sei
darshana ortodossi della Tradizione indiana), il cosmo è costituito da
venticinque categorie o tattva, delle quali le prime due sono Purusha
e Prakriti; Purusha è il principio maschile, il portatore di “forma”
che con la sua sola presenza provoca l’attività di Prakriti; Prakriti
è la sostanza primordiale, la materia-energia informale,
indifferenziata, passiva, femminile. Sulla base di questo breve cenno,
si può intuitivamente comprendere come mai, presso tutti i popoli
tradizionali dell’area indoeuropea, fosse e sia di fondamentale
importanza sapere con certezza l’identità del padre; questi, infatti,
è portatore del Principio, della “forma”, nel senso di essenza, che
non potrebbe manifestarsi senza la disponibilità e l’apertura
incondizionata della madre. Al riguardo val la pena osservare come la
tendenza contemporanea di rifiutare il valore della figura paterna si
inscriva in un più ampio e integrale movimento di impoverimento e di
annichilimento della realtà umana, le cui conseguenze nefaste sono
sotto gli occhi di chiunque voglia vedere.


Il sistema Samkhya (che costituisce l’ossatura della cosmogonia Hindu)
sembra attribuire al principio del Purusha una sorta di preminenza
ontologica rispetto al principio della Prakriti. Nell’Introduzione
alle Samkhyakarika di Ishvarakrishna, Raniero Gnoli equipara il
Purusha alla realtà assoluta e la Prakriti alla realtà relativa,
sottolineando però come non si possa fare a meno di servirsi della
realtà fenomenica per svelare la realtà ineffabile.

L’idea che dal Vuoto-Pieno emerga il Principio Ishvara, l’Arché, e da
questo sorgano in contemporanea due principi di pari dignità e valore
non è in genere riconosciuta dalla Tradizione del Sanatana-dharma. Per
esempio, nella Prashna Upanishad si sostiene esplicitamente che dal
Brahman emana il Sole, il divoratore del cibo, da questo la Luna, il
cibo, e dalla Luna la molteplicità degli esseri. Si tratta pertanto di
un’emanazione di natura gerarchica indicante pure il percorso di
reintegrazione dell’individualità nell’Essere: dalla condizione umana
al mondo della Luna o degli Antenati, da questo al Mondo del Sole o
degli Dei, dal Sole a Ishvara, o punto di congiunzione tra il
Manifesto e l’Immanifesto e da questo all’Assoluto, al senza
Principio.

Tale manifestazione scalare dei princìpi la si ravvisa pure nella
rivelazione biblica: da Adamo, l’uomo primordiale, di natura
androgina, Dio estrae la donna, il principio femminile. Agli inizi del
processo generativo abbiamo dunque una sorta di incesto: la figlia,
emanata dal padre, si unisce al medesimo. In modo pressoché identico
si svolge il mito vedico della creazione: Prajapati, l’uomo
universale, prima ipostasi divina, genera Ushas, l’Aurora, alla quale
in seguito si unisce per dare il via alla molteplicità degli esseri.
Tale unione viene sia favorita che osteggiata da Rudra Shiva, nella
sua forma di Sharva, l’Arciere selvaggio, il quale, mentre tenta di
proteggere l’Increato, che egli più di ogni altro dio rappresenta,
suscita contraddittoriamente il desiderio erotico in Prajapati. Alle
radici dell’esistenza vi è dunque una contraddizione irrisolvibile
razionalmente. Il mito indiano sembra volerci dire che, distaccandosi
dalla perfezione dello stato incondizionato, la creazione è imperfetta
sin dall’origine. A ciò posero però riparo gli Dei, modellando coi
mantra Vastoshpati, il Custode e Protettore dell’ordine sacro.

Quantunque i modelli cosmogonici delle diverse tradizioni presentino
delle costanti, si prestano a plurime interpretazioni. Nella Teogonia
di Esiodo, le tre Potenze principiali sono Cháos, Gea ed Eros; qui
però è Gea, la madre Terra, che emana il proprio figlio-sposo, Urano,
il cielo stellato. Anche in India abbiamo un culto assai diffuso,
detto Shakta, il quale identifica il Principio attivo dell’esistenza
nella Shakti, la potenza o energia femminile. Tuttavia, pure in tale
lignaggio l’impianto dottrinale e il rapporto gerarchico tra
Immanifesto e Manifesto, Essere e divenire permangono.

Studi accurati hanno rilevato come le differenziazioni gerarchiche non
valgano solo per le categorie diacroniche appartenenti alla dimensione
verticale – alto-basso, davanti-dietro –, ma anche per quelle
sincroniche – destra-sinistra, maschio-femmina, dispari-pari –
inerenti la dimensione orizzontale; mentre per le prime è facile
identificarne le ragioni a livello fisiologico umano (la testa sta in
alto e quindi l’alto è più importante del basso), per le seconde (in
cui vige quasi universalmente il destrismo) si deve parlare come di un
“assioma”, ovvero di una verità che esiste a priori, indimostrabile.
In ambito scientifico non si è riusciti a trovare spiegazioni
accettabili a tali fenomeni di preminenza di un polo sull’altro, ma le
varie tradizioni li giustificano attraverso i miti dell’origine che si
riferiscono al passaggio da uno stato pre-cosmogonico (Unità) ad uno
cosmogonico (Molteplicità); cfr. Silvio Curletto, La norma e il suo
rovescio, cap. I, Ge 1990.

Quanto sopra dimostra in modo incontrovertibile la natura violenta
dell’egualitarismo che, opponendosi alla realtà, nega le differenze e
rifiuta le gerarchie. «Ecco che allora l’egualitarismo diventa
assassino. Si pretende di rendere uguali tutti i popoli, ma unicamente
secondo il modello dell’europeo medio, pseudocristiano. Nessuno si
sogna di mettersi allo stesso livello dei Pigmei, dei Santal
dell’India, delle tribù indie dell’Amazzonia» (Alain Daniélou, La Via
del Labirinto, p. 327). Perseguire l’equilibrio non ha nulla a che
vedere con l’imposizione artificiosa dell’uguaglianza; la ricerca
dell’armonia non può essere racchiusa in un’ideologia o in un dogma
dati una volta per tutte, ma scaturisce da un’attenzione costante,
ritmica, radicata nell’Origine o nell’Archetipo eternamente presenti.

Secondo lo Shivaismo triadico del Kashmir (che a me pare tra le
dottrine più interessanti), la Shakti è la Forza-Vibrazione per mezzo
della quale l’Assoluto (Anuttara, il Senza Superiore) prende coscienza
di Sé. Shiva, Shakti e la Molteplicità convergerebbero dunque
all’unisono in Paramashiva.

La critica alla “verginità” della Madonna non tiene conto di come
essa rimandi alla qualità della Prakriti di generare pur senza
diminuire mai, rimanendo integra. Quale mistero!

Alla luce di quanto sovra esposto, non mi sembra saggio ridurre la
questione maschile-femminile entro schemi semplicistici. Essa è a mio
avviso ben più complessa e sfumata e richiede di essere affrontata non
solo razionalmente o dottrinalmente in modo approfondito, ma anche e
soprattutto sub specie interioritatis. Persino la studiosa Evy J.
Haland (da me recentemente recensita) si spazientisce quando le viene
riproposta l’opposizione patriarcato-matriarcato, poiché ella dichiara
di non credere che la religione mediterranea sia matriarcale o
patriarcale o che prima ci fu il matriarcato e in seguito il
patriarcato.


Spero di essere riuscito a portare un contributo sia pur minimo alla
discussione.

Subramanyam




La Baghavad Gita nella visione spirituale laica



“Tenendo conto del tuo dharma, non devi tentennare. Per un guerriero,
non c’è niente di meglio che combattere il male. Il guerriero che
affronta una guerra siffatta dovrebbe essere contento, Arjuna, perché
essa si presenta come un cancello aperto per il cielo. Ma se non
partecipi a questa battaglia contro il male, subirai l’onta, violando
il tuo dharma e il tuo onore.” (Bhagavad Gita II, 31-33)

Spesso ci si chiede se e come l'insegnamento advaita (non-duale),
punta di diamante della filosofia indiana, possa essere di vantaggio,
o semplicemente recepito dalle menti occidentali estremamente
speculative e dedite all'empirismo dualistico.  In effetti solo alcuni
cercatori di verità, che santificano la loro esistenza alla ricerca di
Sé,  sono veramente interessati alla Conoscenza ed alla Consapevolezza
della unitarietà e inscindibilità della vita, manifestata nelle sue
singole parti (individui) come in una sorta di ologramma che ripete in
ogni sua frazione la conoscenza dell'intero.

Eppure nella tradizione induista esiste una scrittura di matrice
non-dualistica che cerca di integrare un insegnamento di attuazione
dharmica (espletamento delle proprie mansioni in armonia tra le
propensioni innate e la spinta evolutiva) con la teoria dell'Assoluto
che tutto contiene ed in cui tutto si manifesta per sua spontanea
emanazione. Questo testo è la Bhagavad Gita, la parte più spirituale
del poema epico il  Mahabharata.

Nella Bhagavad Gita viene affermato egualmente che "Tutto è Uno" e che
l'Atman (L'IO Assoluto) è già perfetto in se stesso ed è presente,
come intima natura, in ognuno di noi, ma allo stesso tempo vengono
impartiti dei consigli (od istruzioni) sul come realizzare questa
verità. In un certo senso nel testo  il saggio Krishna rivolgendosi
metaforicamente ad Arjuna,  il suo discepolo, lo incita ad agire, come
se il piccolo io (ego), che egli riconosce come il suo sé, fosse
reale. Allo stesso tempo lo istruisce a non considerare come propri i
vantaggi o gli svantaggi del suo agire ma come semplice conseguenza di
un espletamento dharmico.

Questo atteggiamento interiore di agire con  "distacco" è considerato
anche  nella dottrina buddhista dell’anatman, secondo la quale l’uomo
è privo di ogni “io” e persino del Sé,  mettendo però in guardia il
cercatore su tali  insegnamenti che possono, se divulgati
indiscriminatamente e interpretati in modo non appropriato, produrre
risultati decisamente deleteri. Nagarjuna stesso, grande logico
buddhista e fondatore del Vacuismo o Via di Mezzo (Madhyamaka),
avverte: «La vacuità, male intesa, manda in rovina l’uomo di corto
vedere, così come il serpente male afferrato o una formula magica male
applicata».

Per questo, l'insegnamento di Krishna contiene indicazioni
apparentemente contrastanti, a volte viene indicato l'Assoluto come
unica realtà, tal altra si incita a considerare accuratamente le
convenienze e le opportunità dell'agire dharmico.


Forse questo altalenare fra la libertà e la giustizia è ciò che
veramente è necessario alla mentalità occidentale, il cui procedere
diretto  in una linea retta, essenzialmente giustificato da ragioni
contingenti ed utilitaristiche (definite anche scientifiche per dare
loro un senso compiuto) ha fatto perdere agli individui la capacità di
personale discernimento e discriminazione.

Ma la verità non è qualcosa che può essere trasmessa come una comune
conoscenza delle cose esteriori, come un processo. La verità è la
qualità dell'Essere e può essere sperimentata solo  direttamente e non
raccontata.

I grandi misteri imperniati sul silenzio non si profanano impunemente.
Accostarsi ad essi con leggerezza o credere di poterli trasmettere
senza le dovute qualificazioni espone a gravi rischi: in primis la
follia e la perdita dell’orientamento. Il linguaggio comunemente usato
(vaikhari) possiede solo un quarto del potere della parola; i rishi
vedici sostenevano che esso non può descrivere la traccia lasciata da
un uccello nell’aria. Da ciò la necessità di percepire la propria vera
Essenza attraverso la comunione empatica con un vero Maestro che ha
realizzato in Sé la Verità.

Da ciò se ne deduce che anche la più raffinata scrittura, come può
esserlo la Bhagavad Gita (per non parlare di scritture inferiori come
la bibbia, i vangeli od il corano) non può trasmettere la Conoscenza,
può solo risvegliare un interesse verso la ricerca da parte del
lettore genuinamente interessato alla Verità.

Cosa questa  totalmente contraria ai dettami  delle religioni che si
basano sul "libro", i cosiddetti testi  dogmatici "rivelati" che
portano all’esasperazione del conflitto tra uomo e natura di matrice
ebraico-cristiana, al nichilismo e materialismo impliciti in un certo
buddhismo ritualistico e al dualismo camuffato da non-dualismo
scaturente dalla cattiva comprensione della dottrina advaita in certa
new age – che ritiene il mondo fenomenico una sorta di apparenza né
reale, né irreale (maya). Queste posizioni oscurantiste  hanno
favorito lo sviluppo di forme perniciose di scientismo riducenti la
persona ad un mero meccanismo biologico.

Ed  è nella Bhagavad Gita che è possibile trovare alcune frasi molto
esplicative sull’argomento, ovvero sul significato dell’agire nel
mondo e della formazione del karma individuale, le quali  ovviamente
vanno lette nella comprensione che anche tali insegnamenti sono
un’ignoranza (mascherata da conoscenza) per cancellare altra ignoranza
(che chiamiamo conoscenza empirica). Poiché…la spiritualità è qualcosa
che riguarda l’interiorità dell’individuo e non può essere appresa da
un qualsiasi libro. E questo è esattamente ciò di cui noi occidentali
avremmo bisogno, impregnati come siamo di dogmatismo scientista o
religioso.


Paolo D'Arpini


Rame, il primogenito dei metalli, vale oro quanto pesa....



Tra gli antichi mestieri che fanno parte della tradizione italiana, uno per tutti, la lavorazione del rame, che ancora oggi viene tramandata, seppur con fatica di padre in figlio. La lavorazione a mano, ha sempre il sopravvento sulle macchine, anche se oggi vengono utilizzate principalmente, attrezzature e macchinari di moderna concezione. Gli oggetti creati sono quindi il frutto dell’antica sapienza e conoscenza, tutta artigianale di lavorare questo materiale, quando è possibile, rispettando così la tradizione che esige il buon artigiano, custode degli insegnamenti appresi negli anni dal suo maestro, ma che ne migliora il metodo e l’esecuzione, per ottenere così dalle sue mani in prodotto unico nel suo genere.

Il rame si sa, è stato il primo metallo usato dall’uomo, anche per le sue proprietà, che permettono di lavorarlo a freddo mediante la battitura. Per la sua capacità di condurre il calore, offre l’ opportunità di un notevole risparmio energetico, non da poco in periodo di crisi economica, in quanto basta cuocere con una fiamma molto moderata. La martellatura del rame, non viene vista solo come un fatto estetico per la produzione di utensili, ma risulta essere estremamente funzionale, in quanto il materiale ha una resistenza ed una stabilità all’uso che non ha eguali. Proprio per questo gli oggetti creati con martellatura a mano pezzi unici nel suo genere, essendo creati appositamente dalle mani dell’artigiano, come fosse un artista, che dipinge il suo quadro e crea la sua opera, hanno ancora oggi prezzi molto elevati.

Vengono così creati, di volta in volta, tortiere, teglie, padelle, paioli, tegami, casseruole, con finitura lucida per gli amanti del moderno, o con finitura satinata, per chi ama l’ antico. Per tradizione e per lustro la zona dell’Italia dove ancora oggi si mantiene questa antica tradizione di cucinare dalla ribollita, ai fagioli all’uccelletto, è sempre la Toscana più precisamente nella Valleriana a nord di Pescia conosciuta con il nome di “Svizzera Pesciatina”.

Il rame inoltre ha un alto potere antibatterico, infatti l’80% delle infezioni che si diffondono toccando oggetti contaminati da virus e batteri, che rimangono sugli oggetti creati con comuni materiali quali per esempio la plastica, non sussiste se questi ultimi sono antibatterici, come nel caso del rame e delle sue leghe.

Per queste ragioni la tecnologia moderna sta studiando la realizzazione di un mouse in rame antibatterico, creato per lavorare a computer senza pericolo di diffondere o creare infezioni!

Rita De Angelis

Lay Spirituality in everyday’s life

“The universe is, for you are. God is, because you are. Oh man why ignore yourself looking for another …?” (Swami Muktananda)

Man can not live anymore in a “widespread and shared space” and in fact the most damage to his attitude is destructive lesion of the deep connective tissue that we all use without much recognition. This fact returns us to the need to consider in our daily life the implementation of deep ecology and lay spirituality (natural or secular, as would you say)
This lay spirituality that we seek in Nature and in the relationship with our fellow people is not based on the slurred speech of litanies and prayers, but in the cultivation of the generosity of self, enthusiasm, unselfishness … everything that makes out man from Jail instincts, without enslave him in another prison, that is the religious intellectualism.
This attitude of experiencing spiritual communion in ourselves, when the affinities are compensated, give us spontaneous joy and we feel that our feeling vibrates in unison with the feelings of others. But this is an aspect of the emergence of consciousness and we can not determine who is “the best”, in the sense that someone or something is actionable …
I remember the Zen story of the butcher. A monk in search of truth, depressed because he could not find it, was wandering aimlessly through a city. Passing in front of a butcher’s shop heard a dialogue that took place inside. “I recommend you to give me the best piece of meat that you have” – the customer said – “Do not worry .. -Replied the butcher- here there is no piece of meat that is not the best ..!”
That sentence was enough to solve all the mental problems of the monk, that lit up instantly … and of course he laughed, himself and the world, but it was not a derisory laughter, but full of joy …
However, observing the reactions of others or even our own we can never determine when and how our mind will be awakened to the truth, if we conjecture about the truth we will not recognise the right moment…. So we can only remain open and serene knowing that we float in pure truth all the time and the only impediment to perceive it is our sense of separation and of difference … We shall not give much importance to impatience and naturally one day we will melt, like the famous statue of salt that immersed in the sea dissolved in it.
At the same time we must not isolate ourselves nor believing that to relate spiritually with others constitutes a social “duty”. The true Dharma is to scrape the human mind from all the superstructure, including religion, ethics and morals, and even the sense of solidarity, which prevent the spontaneous implementation of the wise and innocent human nature.
No need to advertise but to discover the natural “holiness” (read integrity) of man, beyond all do and not-doing. Occorr know, even if caught using examples and anecdotes from this or that religion or spiritual path for facilitating communicative exemplification, that these things (including the speech of explanation that I’m doing) are all “junk culture” from the point of view of “self-knowledge”…. It is only externalizing knowledge, like all empirical notions of intellectual speculation.
Paul D’Arpini

Scienza e filosofia si avvicinano (forse)


La scienza si  avvicina sempre più alla filosofia. In effetti il pensiero metafisico e l’analisi del mondo fisico sono due descrizioni che collidono, entrambe attingono alla realtà percepibile per mezzo della coscienza.
Che gli universi fossero continuamente creati e distrutti uno dopo l’altro in una sequenza infinita è la conclusione del pensiero vedico e upanishadico, come pure di quello taoista. Tutto scorre (panta rei) tutto si trasforma tutto si scioglie tutto riprende forma. In continuo evolversi in continua trasformazione.
Come dire che la sostanza primordiale è la stessa mentre gli aspetti manifesti sono diversi. Per comprendere analogicamente questa verità basterà osservare la metamorfosi della vita su questa terra.
Non ci sono due cristalli di neve uguali, non ci sono due foglie dello stesso albero uguali, in una distesa di sabbia ogni granello è diverso, nell’umanità ogni uomo è unico ed irripetibile, persino attraverso la clonazione è stato riscontrato che esistono differenze fra il modello originale e la copia….
Insomma la vita è totalmente varia…. Questa varietà è la caratteristica dominante.. che allo stesso tempo evoca l’unitarietà di fondo…. Come avviene nell’osservazione delle figure formantesi in un caleidoscopio, gli specchietti e i cristalli sono gli stessi ma le immagini appaiono sempre diverse.
Così eone dopo eone universo dopo universo big bang dopo big bang la vita continua a manifestarsi in una policromia di colori, di forme incommensurabilmente diverse ma attingenti alla stessa matrice: la coscienza. La consapevolezza dell’Uno che si fa molti.
Questa era anche la visione del nostro filosofo e spiritualista laico Giordano Bruno. Egli aveva intuito la vera essenza, la sorgente universale, e la possibilità degli universi continuamente ricreati e paralleli.. Il fuoco d’artificio eternamente manifesto e inestricabilmente congiunto di Spirito e Materia. Che la sua intuizione non fosse stata accolta dai suoi contemporanei, e gli provocò anzi un’atroce morte, dal punto di vista del pensiero astratto e della realtà delle cose ha poca importanza… Ed inoltre, nella percezione dualistica, l’intelligenza ha bisogno della stupidità per risultare evidente.
Ciò che è vero lo è sempre e non abbisogna di conferme… è auto-esistente. Come ognuno di noi può riscontrare nella sua stessa identità e senso dell’essere che non abbisogna di venire corroborata da agenti esterni.. anzi sono gli agenti esterni ad essere corroborati nella loro presenza ed esistenza dal “noumeno”, dal soggetto!
La verità non può essere raccontata poichè il racconto non è la sostanza.
Ed ora ecco un’altra faccia della medaglia, quella della visione scientistica: Martin Bojowald ha lavorato per sei anni intorno alle complicate equazioni che sorreggono la sua teoria. Oggi finalmente è potuto uscire allo scoperto su Physics Nature per dire che l’universo non è nato con il Big Bang. Quando si verificò il “grande botto” al quale si fa tradizionalmente risalire la creazione del mondo che conosciamo, l’universo esisteva già. Anzi, il Big Bang non fu altro che un “ripiegamento”, un “rimbalzo” della materia preesistente.
Uno dei limiti della teoria del Big Bang, descritta matematicamente da Einstein, è che in un dato momento tutta la materia era concentrata in un punto con volume zero e massa ed energia infinite. Secondo le leggi della fisica, impossibile. Ora gli scienziati dell’università di Pennsylvania State University, coordinati da Bojowald, dicono che prima della nascita del nostro universo ce n’era uno simile che però collassava su se stesso. Unendo la teoria della relatività ad equazioni di fisica quantistica, alla Penn State è nato il primo modello che descrive sistematicamente l’esistenza di un universo preesistente al nostro, e che ne calcola alcune caratteristiche.
Secondo il modello (Loop Quantum Gravity, o Lqg), il vecchio universo stava collassando rapidamente, fino a raggiungere uno stato in cui la gravità e l’energia erano così alte (ma non infinite, come sostenuto dalle teorie precedenti) che la repulsione reciproca ha fatto invertire il processo e ha dato vita all’universo in espansione che conosciamo oggi. Per i fisici americani, anche se molto simili fra loro, gli universi “pre” e “post” rimbalzo non erano uguali: le equazioni che li governano infatti hanno almeno una variabile differente, che Bojowald chiama il “fattore di dimenticanza cosmica”. Cioè l’assenza di almeno un parametro dell’universo “pre” nell’universo “post”. Il che impedisce anche l’infinito replicarsi di universi gemelli. (Fonte: Il Messaggero)
Paolo D’Arpini

Festeggiamenti pagani per il Gran Dio Priapo...

CANTO DI PRIAPO.
Per me le corolle di fiori in primavera
per me le bionde spighe nel cuore dell’estate
per me i dolci grappoli dell’uva che si matura
per me la glauca oliva formatasi nel freddo.


Nel  “De cupiditate divitiarum”, Plutarco così ci illustra la processione in onore del Gran Dio Priapo, il giorno 10 di agosto e giorni seguenti:
In testa è portata un’anfora di vino misto a miele, ed una ramo di vite.
Poi un uomo che trascina un caprone da immolare al Dio (poi nel tempo, sostituito da un asinello). Poi un altro processionista con un cesto di fichi. Infine, le Vergini portatrici del fallo gigantesco col quale erano irrorati i campi.  (In Grecia, invece, le processioni col fallo terminavano con una pioggia di acqua mista a miele e succo d’uva indirizzata verso i campi, quale eiaculazione del SEME PRIMORDIALE, origine della VITA.
[Falloforìe, feste in onore di Dioniso, prima, poi di Priapo.]
Le divinità della fecondazione sono: Priapo, che è venerato assieme a PAN, Dioniso, Luperco, Inu, Fauno. Sono festeggiate il 10 agosto, giorno dello Sciame meteorico annuale, simbolo della pioggia del SEME FECONDATORE.
Esso si chiama Lacrime di San Lorenzo per questa ragione: La Divinità etrusca Acca Larentia, poi acquisita dai Romani, un tempo: Madre Terra, poi: Sacra Prostituta (che si prostra ), protettrice di plebei e della fertilità dei campi, era assimilata a Fauno e Lupesco. Da Larentia a San Lorenzo il passo è brevissimo.
Per quanto riguarda altri riti priapei, Piedigrotta è quello più celebre.
“neapolitana ubi sacellum Priapi et sacra abdita.”
Il culto di Priapo risale ai tempi di Alessandro Magno, proveniente dall’Ellesponto o dalla Propontide, sempre come simbolo della forza sessuale maschile e fertilità della Natura. Nel Mito, egli risulta cacciato dall’Olimpo per avere cercato di stuprare la Dea Vesta.
(Ci chiediamo ora, in piena desacralizzazione, che significato può avere il negare la potenza rigeneratrice della Natura. Quale altra forza, se non quella degenerata della MONETA o della POTENZA nucleare a FINI DI MORTE, può proporre il POTERE contro natura che governa il FATO degli umani?)
Giorgio Vitali