Nisargadatta Maharaj - A message....



You are the absolute. you are consciousness. you are formless, limitless, changeless, eternal and infinite. you are everything and yet nothing. You are pure being but you are appearing as time, body (form) and concepts. You are life and also the witness of life. Then being wants to experience and took form. you accept you are a person with all its moods, up and downs, life experiences, etc. but we must come out of 'person'. if you are consciousness, then the very identity of a person is also in you. you can be a person and by establishing this you meet other people who treat you as a person. you meet separate identities being people together going about their busy lives. and in doing so you move in the world of a person. you work on yourself and break through your obstacles, self-discovery, life's lessons, etc. everything is perceived in you and by you.
if you are consciousness, the feeling of being a person is known. the very identity of a person is an appearance in you. you are looking at all of this from a deeper place. the person is a projection and if it is believed in, the believing aspect will then move forward or be predominant in your life (ego). this believing yourself to be a person. so your life starts there. that becomes the fact of your existence - a person. there is no solid person, there is just a kind of work in progress. a person changes constantly. but who is watching all of this happening? there is an awareness of you and your story, but who are you? it is the belief in yourself and your whole story/identity that spring forth all of your difficulties. WHO are YOU? it is not the person you think yourself to be. when you are ready, you sense the opportunity that something inside you moves back into your Self. something just flows out of pure joy and being. just try to be clear about who you are and you discover all that you are not.
the consciousness has combined itself with conditioning. the body is necessary for consciousness because the body enables the person to have experience. but the body is not primary consciousness, it is secondary. but with the belief in the 'i am the body', we get attached to the body. but who is perceiving all of this? if we remove 'me' what do we have? can the real Self be perceived (time, space, thought, emotion)? you are watching and perceiving, but can this be perceived? you must experience this for yourself. this I AM arises, but you must find out what this is. the I AM views all of this happening but can the I AM be perceived? you are perceiving of the perceiving itself. whatever arises from source can see but can source be seen? when you and the answer are the same thing, then you will be Home. this question cannot be answered with another concept. the mind cannot understand it. but it is all much easier than the mind could ever wonder. go beyond concepts. like the eyes that see so many objects around but yet they cannot see themselves. you are also one, this complete whole. you cannot see yourself, you can only be. it will reveal itself but not as you perceive it to another. only it will reveal itself to itself. it never became two or this duality, it only dreamed this. you must come to your own being. don't give this to your mind because it only wants to interpret something or conceptualize. the mind wants to hold or grasp something, to explain it thoroughly or to understand completely. the mind says in general to our daily functions 'oh i know this experience and what that was like.' or 'i know what this is because i have compared it to something else, therefore I understand what is happening.' the true Self however cannot grasp or hold onto concepts. there is no comparison. there is a nothingness, it is just pure being. there is nothing to do, nothing needed, nothing to need to know. you are everything and nothing. in this you find freedom. but it happens so much easier than even the mind could attempt to explain or form concepts. it is the most natural thing to do yet we go seeking for it externally. 

It is all in you. find out everything you are not and you will find the Self naturally. it is easier than your mind can think so don't get stuck in concepts as this will create more confusion. you are already what you are seeking. quiet the mind and all else will happen accordingly. let it happen. let grace flow through you. let the FIRE of grace burn away all that you are not so you can find you are ALL.

Nisargadatta Maharaj

Bioetica sulla morte e l'esperienza terminale nel Dharma




Sento il dovere anzitutto di ringraziare tutti i maestri che sono
stati tanto gentili da dare a me e a Cristina, mia compagna di Dharma,
con la parola e con gli scritti dei loro preziosissimi insegnamenti,
la possibilità di trarre da un' e­sperienza normalmente triste e
angosciosa come la morte fisica un messaggio pieno di valore e
significato, che a lei è servito come un rasserenante viatico
spirituale ed a me come espressio­ne di forza d'animo per affrontare
questa cru­dele  prova, ricavandone, inoltre, una indicazio­ne precisa
e utile per quando verrà il mio momento.


Il poeta sufi Jalaludin Rumi definisce la mor­te: "un matrimonio con
l'Eternità", e allora si può ben dire che Cristina, che aveva da poco
superato i quarant'anni, ha voluto decisamente sposarsi con quell'
eternità di cui, per tutta la vita, ha rincorso le impronte. Il saggio
tantrico Padmasambhava, in alcuni versi del Libro Tibetano dei Morti
ha scritto, in previsione della sua morte: "Quando il Bardo del morire
sorgerà su di me, abbandonerò ogni desiderio, brama e attaccamento;
entrerò senza distrazione nella chiara luce della consapevolezza.
La­sciando questo composto corporeo di carne e sangue, saprò così che
anche questa è un'illu­sione transitoria". E Milarepa, leggendario
san­to e poeta Tibetano, dichiara nei suoi Canti: "La paura della nera
morte mi ha condotto sulle bianche montagne; ho meditato
sull'incertezza della sua ora, ho raggiunto la rocca immortale della
vera Essenza e il timore si è così dile­guato".


Noi non possediamo la certezza di questi sublimi esseri, a noi è dato
avere una speranza mentre, nel peggiore dei casi, la nostra mente si
aspetta l'angoscia del nulla! Ma al momento della morte due sole cose
contano: ciò che abbiamo fatto in vita e lo stato mentale in cui ci
troveremo allora. Dice il Dalai Lama: "In punto di morte gli
atteggiamenti con cui si ha lunga consuetudine prendono il sopravvento
e dirigo­no la successiva rinascita". Quindi lo stato mentale al
momento della morte è decisivo. Ottima cosa sarebbe aver dato via
tutto, sia internamente che esternamente, così che nell'at­timo
cruciale si abbia solo il minimo di conte­nuti mentali negativi da cui
essere afferrati. Prima di morire dovremmo esserci liberati
dal­l'attaccamento alle proprietà e alle persone care. Non potendo
portare nulla con noi, si dovrebbe dar via in anticipo tutto ciò che è
in nostro possesso, donandolo o destinandolo alle opere di carità.
Come buddhisti, dovremmo considerare la morte un normale processo, una
realtà che fa parte dell' esistenza terrena. Sappiamo di non poterla
evitare e quindi non dovremmo avere motivo di preoccuparci più di
tanto. Tuttavia, volendo fare una buona morte, dobbiamo prima imparare
a vivere bene. Dobbiamo coltivare la pace nella nostra mente e nel
modo di vivere, per poter ottenere, infine, una morte serena e
produttiva.


Ritengo doveroso ricordare la persona di Cri­stina, che, proprio
facendo suoi i consigli sopra descritti, trascorse i suoi ultimi anni
dando il meglio delle sue capacità e offrendo, con amore
disinteressato, il risultato della sua vita mode­sta, ma generosa, e
della sua morte compiuta in uno stato di pacifica accettazione. Lo
sponta­neo e consapevole abbandono con cui ha af­frontato l'ultimo
atto testimonia la sua ferma intenzione di mantenere un' attenta e
fiduciosa serenità, nonché un coscienzioso auto controllo sulle
proprie condizioni mentali, sì da ottenere in cambio un sereno e
composto trapasso.


Poiché il Buddhismo afferma la continuità dell' essere, al di là delle
sue fluttuazioni tempo­rali, la morte non può essere ritenuta una fine
assoluta e ultima, così come non esiste veramente un inizio chiamato
nascita; la morte è un semplice passaggio, che può sfociare in
successivi stati di esistenza. A seconda delle condizioni in cui la
mente si trova all'atto di questo passaggio, diverse pos­sibilità ci
attendono. O gli stati puri e luminosi dei paradisi divini come entità
senza forma; o le rinascite in mondi umani, animali o infernali,
sottoposti ancora al dolore e alla sofferenza; oppure la eccelsa
condizione dello stato di Buddha, come "natura ultima dell'Essere".
Ognuno di questi punti di arrivo è il risultato del comportamento
dell'intera vita, il pagamento karmico dello svolgersi dei nostri atti
e dei nostri pensieri, per cui l'Ars moriendi non è che il risultato
dell'Ars vivendi e del grado evoluti­vo coscienziale di colui che
affronta questo stato transitorio.


Gli ultimi giorni di Cristina furono segnati da un atteggiamento
paziente ed estremamente altruistico. Pri­ma di entrare nel reparto di
terapia intensiva, non era affatto preoccupata per sé stessa e le
proprie sofferenze, che pure dovevano essere atroci, ma indirizzava le
infermiere verso la sua vicina di letto, che si lamentava. La sua
unica preoccu­pazione era che le persone care, me compreso, non
avessero a soffrire, quasi chiedendoci scusa dei problemi che ci
arrecava con la malattia. Questo carattere ammirevole, già
spontanea­mente dotato per sua natura, è stato rafforzato da anni e
anni di preparazione spirituale, vissuti in umile e riservato
silenzio, con sincera e pro­fonda concentrazione, meditando
continuamen­te sul significato delle penetranti e segrete istruzioni
impartitele dai suoi maestri e in par­ticolare dai caritatevoli Lama.
Pur essendo una notevole anima artistica, rifiutò con decisione ogni
compromesso gratifi­catorio, distaccandosi progressivamente dai
bi­sogni affermativi e arrivistici del mondo mate­rialista. La sua
sensibilità creativa fu manifesta­ta solamente agli amici intimi e
alla sua famiglia, a cui lascia le sue opere: raffinate riproduzioni
mandaliche e stupendi paesaggi di incantevoli luoghi da lei visitati.
Il suo altrui­smo, sempre offerto in modo riservato, fu indi­rizzato
anche e soprattutto alla propagazione del Dharma buddhista. È stata
membro attivo della Fondazione Maitreya e collaboratrice del­la
rivista Paramita, e molte persone ricordano la sua dedizione e la sua
dolcezza nello svolgimen­to dei compiti che le venivano richiesti.
Morendo, Cristina ha sicuramente inteso tra­smettermi la sua
esperienza di apertura verso questa ignota realtà. Una realtà che ha
come vero scopo l'attenuazione della nostra reazione alla sofferenza.
Nel più profondo spirito buddhista, lei ha voluto indicare l’esattezza
delle Quattro Nobili Verità. Quelle verità che ci spingono alla
ricerca della causa del nostro esistere in questo mondo di gioie e
dolori e della difficoltà di riconoscere il senso di questa realtà.
Dopo tale esempio, la mia stessa conoscenza spirituale acquisita in
decenni di studio, rischiava di risultare soltanto un mero supporto.
O, forse, soltanto adesso potrà cominciare a dare veri frutti.
Cercando di uti­lizzare il dono del suo messaggio mi sono ri­promesso
di condividerlo con chiunque abbia gli stessi intendimenti,
continuando la sua ope­ra, fintanto che avrò il tempo per mettere in
atto l'insegnamento ricevuto.


Infatti, iniziando da vivi a meditare sulla propria morte, così come
lei aveva sempre fat­to, si pratica nel modo migliore l'istruzione
spirituale, l'unica veramente in grado di farci affrontare la morte
con serenità. Ma per poter eseguire correttamente questa pratica, si
do­vranno abbandonare le illusioni della vita mondana. Non che si
debba lasciare la propria casa o la propria posizione sociale. Ciò che
deve essere abbandonato è la brama verso la ricchez­za, la ricerca
egoistica di fama e onori, il biso­gno di lodi e fortuna; smettendo di
rifiutare la povertà, l'anonimato, le calunnie e i dispiaceri, quando
questi si presentano. Mantenendo, in vita, la consapevolezza della
morte, si è portati a propendere naturalmente verso la virtù e la
corretta pratica del Dharma. La morte non farà più paura, non
sorprenderà e non sarà causa di rimorsi e rimpianti.


Gli insegnamenti buddhisti tradizionali so­stengono che, come le vite
precedenti furono fonte di produzione karmica, altrettanto succe­de
nella vita attuale. Tutta questa produzione, conosciuta come 'Legge di
Causa ed Effetto'; determina il nostro modo di vivere, di morire e il
tipo di rinascita successiva. Si deve, quindi, prestare molta
attenzione al tipo di qualità kar­mica che sorge nella nostra mente in
questa stessa esistenza poiché, non potendo modificare il risultato
delle precedenti vite, diventa obbli­gatorio trasformare e mitigare
gli effetti attuali, specialmente al momento del passaggio da questa
vita ad un'altra. Quando la morte arriva, non c'è nulla che abbia
valore se non le proprie realizzazioni spirituali.


Shantideva, grande pandit Indiano, scrisse nel suo Bodhicharyavatara:
"Quando siamo afferrati dal messaggero della morte, che valore hanno
gli amici e i parenti, le ricchezze e le proprietà? Solo il merito e
la conoscenza acquisiti sono la vera protezione, ma di ciò gli stolti
non riten­gono di doversi preoccupare e quando la morte arriva, sarà
troppo tardi per rimediare!". A me pare che in questo mondo accada
proprio così. La maggioranza degli esseri umani non sa assolutamente
nulla di ciò che li aspetta durante e dopo la morte! Per tutta la loro
vita si sono soltanto interessati a quello che può essere utile per un
periodo più o meno lungo di anni. Pochissimi, invece, si sentono
attratti dal mistero del dopo-la-vita e sono quindi motivati a cercare
la conoscenza di questi ter­ritori ignoti.


Cristina fu sicuramente tra questi. Fin dall'i­nizio della sua
avventura spirituale aveva stu­diato, letto e appreso, in gran
segreto, il metodo giusto per riuscire a dominare il terrore e
l'angoscia che ci aspettano al momento del terribile evento. Si
impegnò costantemente nel­la meditazione e nell' ascolto degli
insegnamenti superiori, avendo ottenuto precise indicazioni sulla
realtà dell' esistenza oltre la morte fisica, nonché assaggi
esperienziali di questa realtà, durante i sogni e il sonno profondo.
Poiché era solita parlare con me del suo lavoro inte­riore, ho potuto
riconoscere lo stadio avanzato della sua pratica e, quando mi confidò
dei presagi della morte, percepiti tramite precisi segnali vaticinati
nei suoi stati di silenzio men­tale, con l'apporto di appropriate
indicazioni tratte da libri segreti, non ho esitato a crederle.
Durante la sua malattia e il suo calvario, ho cercato di starle vicino
il più possibile, per aiutarla a ottenere una buona morte e chiaman­do
al suo capezzale, perché fosse piamente be­nedetta, un monaco e un
Lama buddhisti, che mi dettero conferma del suo pacifico stato di
serenità e pacatezza.


Secondo il Buddhismo, ogni essere che nella propria mente pro­duce la
forte motivazione di reincarnarsi per aiutare gli esseri verso il
Risve­glio viene riconosciuto come bodhisattva. Essi, per lo più, si
incarnano sotto forma di grandi maestri spirituali, assai evoluti.
Talvolta, però, possono anche prendere forma di perso­ne poco
appariscenti, timide e riservate: un bambino, una pia donna, un
mendicante, un comune mortale ano­nimo che, comun­que, opera a tutti i
livelli per il beneficio degli altri, soprattutto manifestando la
verità del Dharma. Noi non sappiamo dove possono nascondersi, per
questo dobbiamo porre molta attenzione nel rispettare tutte le persone
che incontriamo. Il bodhisattva si può riconoscere per la sua mancanza
di aggressività e di volontà offensiva nei confronti dei suoi simili.
Ogni suo compor­tamento è sempre teso verso l'Illuminazione e mai
verso il proprio personale tornaconto mon­dano.


Tra i molti benefici che questi Esseri nobili arrecano alle persone
ordinarie, ancora igno­ranti della loro natura divina, vi sono quelli
immediati, rappresentati da beni materiali, pro­tezione sociale e
manifestazioni affettive, e quelli, ben più significativi, dello
straordinario insegnamento inteso a rivelarci la nostra vera natura,
il potere immortale della pura Coscien­za. Nella raccolta Il sostegno
della Sag­gezza, il dotto divulgatore del Mahayana Nagarjuna dice: «La
scienza che insegna arti e mestieri è solo una scienza per guadagnarsi
da vivere; ma la scienza che insegna la Liberazione dalla illuso­ria
esistenza terrena, non è forse quella, la vera Scienza? ».
Il miglior beneficio che possiamo ricevere da qualcuno è quello che
insegna il perfetto modo di affrontare la morte, attraverso il totale
ab­bandono della nostra falsa identità con il rilascio del gravame
corporeo, che provoca tanta sofferenza e ancor più ne può provocare
allor­ché la nostra ignoranza genererà, per la forza del karma,
ulteriori rinascite condizionate. Avremo sempre un affettuoso ricordo
di Cristina e, per non vanificare il suo esempio, a mia volta io
stesso cercherò di prepararmi diligentemente affinché la tenebrosa
morte, sperimentata con paziente e spirituale partecipazione, possa
essere anche per tutti noi quello che il poeta sufi ha definito "un
matrimonio con l'Eternità".

Alberto Mengoni


P.S. È questo, con qualche variante, l'intervento tenuto dall’autore al
Convegno di Bioetica sulla Morte, tenuto a Roma il 18 e 19 del
novembre 1995. (Pubblicato su PARAMITA n.58 di Gennaio 1996)

Amritananda mata e l'abbraccio selezionato


Kerala - La strada per l'ashram di Amritananda mata 
Stavolta le indicazioni che mi sono state date son chiare e dettagliate, con tanto di piantina, disegno della laguna, alberi e barche sul mare: “Ecco qui abita Amritananda mata, la santa madre che tutti ama e tutti abbraccia..”.  Così  disse mio fratello Alessandro. E così decisi di andarla a visitare... siccome ero rimasto da poco “orfano”  in seguito alla dipartita della mia adorata madre spirituale Amma Anasuya Devi,quasi sconosciuta in occidente e poco conosciuta persino in Andra Pradesh, lo stato del sud India in cui visse.  
La mia madre Anasuya abitava  a Jillelamudi,  un minuscolo villaggetto vicino alla costa meridionale del  golfo del Bengala, con lei avevo trascorso intensi anni in amorosa compagnia, assieme ad un numero ristrettissimo di  altri suoi “figli”. “Non ho discepoli (sisha) – diceva- ma solo  figli (sishu)” E pure: "Questo  non è un ashram ma è la  Casa di Tutti".
Ed ora anch’io ora avevo un figlio a cui facevo da padre e da madre, il mio ultimo nato Felix, che aveva appena  un anno e mezzo, e me lo stavo portando appresso a conoscere una “madre spirituale” (almeno questa era l’intenzione), quella Madre Amritananda del Kerala. Il Kerala è sempre al sud dell’India ma  sulla costa inversa, quella dell’Oceano Indiano.  Eravamo pronti a partire dal terminal dell’aeroporto di Fiumicino, Felix ed io, non sapendo chi  fosse il più emozionato e meravigliato di questo lungo viaggio  verso il mare… l’oceano dell’amore che speravamo di trovare in India…     
 Qualche genitore maschio che legge ha mai provato a viaggiare da solo con un bambino di  un anno e mezzo che ancora si  fa i bisogni addosso ed a malapena cammina? Questa era  la mia situazione, ravvedimento, che mi  ero scelto per riscattare la mia funzione di padre e madre precedentemente alquanto trascurata, per ritrovare una dignità attraverso  la dedizione ed il sacrificio. Potrei scrivere un libro solo sui ricordi di quel lungo viaggio  e sulle vicissitudini e prove patite, lo farò un’atra volta… 
 Dopo un mese “natalizio” di permanenza riposante nell’ashram di Ganeshpuri decisi di andare a cercare questa santa madre di cui avevo sentito  parlare e lasciai quel porto ospitale per andare  da Amritananda in Kerala. Per arrivare nella sua dimora-ashram  (a quel tempo, inizio 1986,  ancora in costruzione) bisognava passare una palude  in barca  e raggiungere la costa,  abitata da  soli  pescatori. L’impressione ricevuta appena arrivato fu quella di essere entrato in una sorta di “teatrino”. Nell’ashram c’era una balconata sulla quale il pubblico era ammesso e dabbasso, su un palco, si esibiva Amritananda  in canti e danze estatiche. Le persone   residenti nella comunità   erano transfughi di vari altri ashram,  ex Hare Krishna,  ex cristiani, ex  di qua e di là…. Non mi trovavo bene per nulla in questa congerie di abbandonatori, però tenevo duro, aspettavo almeno il contatto diretto con l’Ananda  (gioia) dell’Amrita (nettare).
 Dopo alcuni giorni di penitenza in mezzo a quegli strani devoti, tutti occidentali (salvo i membri dello staff) ed alquanto sciroccati, pensate che uno addirittura mi rimproverò perché disse che lo “facevo eccitare” lasciando girare per l’ashram l’unico bimbo residente, Felix,  seminudo…. roba da chiodi in fronte….  Un’altra volta  mi persi sulla battigia dell’oceano e nessuno dei pescatori sapeva  (o voleva) indicarmi il posto della comunità  (chissà cosa volevano significare…?).
 Infine avvenne l’incontro pubblico e ravvicinato con la madre, in una capanna allestita per l’occasione, tutti i devoti infervorati  ed agitati,   e la madre che faceva appropinquare uno alla volta i suoi ammiratori e  li abbracciava singolarmente. 
Sapete che sono della Scimmia,  vero?! Malgrado  la situazione alquanto complessa, e sotto controllo di un paio di guardie del corpo che stavano ai lati della madre,  non potei trattenermi dal verificarne la “santità”  e allorquando venne il mio turno dell’abbraccio, lasciai  che ella abbracciasse prima mio figlio Felix e poi a mia volta la abbracciai e la strinsi come si stringe una donna (avete capito bene!)…. Immediatamente percepii il suo disagio e sentii il corpo femminile scostarsi imbarazzato, immediatamente fui allontanato dalle guardie del corpo   ma  “soddisfatto” per la buona riuscita della prova, l’indomani stesso me ne partii senza rimpianti….
Me ne ritornai a Jillellamudi, anche se  Anasuya era fisicamente assente, la sua energia ed il suo amore erano  lì,  e lì trascorsi gli ultimi due mesi del viaggio, lì Felix imparò a fare la cacca  in un vaso di coccio,  lì girava seminudo per tutto il villaggio come tutti gli atri bambini che vi vivevano….  senza problemi.
Paolo D’Arpini

Buon divertimento nella sopravvivenza quotidiana



L’esistenza è fatta di cose semplici e tutto sommato accessibili a tutti i viventi: cibo, aria, acqua, soddisfazione dei bisogni fisiologici, riparo, socializzazione, procreazione…  Ma in questo momento storico la virtualizzazione ha raggiunto livelli altissimi di astrazione dal vissuto quotidiano e dalle reali necessità. La vita è diventata quasi un grande ”game” alla Nirvana. Quando arriverà la Grande Crisi? Quella finale?

La dura realtà fatta di cose concrete spazzerà le nebbie dell’immaginario e del sogno ad occhi aperti.

Politica, finanza, potere, ricchezza… tutta immondizia più sporca di quella che si accumula nelle strade di Napoli, di Calcutta, del Cairo, di Buenos Aires,  di New York…. e persino del paesello sui monti.

Vengo al dunque, in questo momento si parla molto dell’imminente crollo  economico mondiale e di come poter risolvere i problemi della produzione energetica, funzionale al mantenimento della struttura tecnologica in cui la nostra civiltà sguazza e sprofonda. 


Si continua a spingere il dibattito verso la crisi energetica mentre il vero problema è la crisi del petrolio visto non solo come carburante ma soprattutto come materia prima per la produzione di presidi chimici e beni di consumo. Diceva l'amico Benito Castorina:  "Una visione più ampia suggerisce un cambiamento di rotta: la realizzazione di tutti i composti e i derivati del petrolio con le materie prime vegetali, scelta che rappresenta il piano strategico per un mondo senza rifiuti…"

Sabbie mobili. Viviamo con la paura di sprofondare e siamo già con l’acqua alla gola, quindi tutto ciò che facciamo peggiora soltanto la situazione. Ed allora lasciamo che le cose vadano come debbono andare… proviamo a “galleggiare nella mota” se ci riesce…

Insomma.. La nostra civiltà è agli sgoccioli e possiamo aspettarci solo il crollo ignominioso e generale. Un tracollo annunciato e temuto e auspicato…  ed infatti da più parti si preconizza la fine del sistema come evento liberatorio.

Non voglio far la parte del catastrofista ma vi consiglio di cominciare attivamente a trovare soluzioni alternative, basate sulla  personale conoscenza ed esperienza “pratica” di ognuno  per affrontare i rischi a venire. E buon divertimento nella “sopravvivenza”.

Paolo D’Arpini


Primavera alchemica, nuovo paradigma


“Alchimia del nuovo paradigma” 

Un film, improvvisamente… Capita spesso, nella vita, che una informazione, apparentemente insignificante, ci trasmetta una illuminazione. Mi è accaduto di recente, vedendo in televisione un vecchio film western, di cui è necessario comunicare la trama. Un’ intrepida vedova inglese (Maureen O’Hara) parte dal suo paese per andare nel Texas a sviluppare una nuova razza bovina, portandosi dietro un torello dal nome significativo: Vendicatore. Giunta in America, si affida ad un mandriano (James Stuart) per essere accompagnata, lei, la figlia ed il torello, nel cuore del Texas. Dopo lunghe e svariate peripezie giungono a destinazione. Una sterminato Ranch nel cuore di quel paese ancora selvaggio. Qui, contro il parere di tutti i locali, che ritengono la razza del torello inidonea per quel clima, essi decidono di lasciare l’animale allo stato brado. Questo viene abbandonato nella prateria e lasciato al suo destino. Se non ché, un inverno particolarmente inclemente crea non pochi problemi a tutti le mandrie. Il cow boy, preoccupato per la vita del suo protetto, vaga nella neve alla ricerca dell’animale ma non riesce a trovarlo. Anzi, rischia di morire lui stesso assiderato e viene salvato con difficoltà. Finito l’inverno ed iniziato il disgelo, riprendono le ricerche di Vendicatore, finché questo non viene trovato. Morto. Disperazione e sconforto per tutti, ma non per il cow boy, il quale crede nelle forze della natura, e cerca disperatamente una traccia, un ricordo genetico, un figlio di Vendicatore. Dopo mesi di ricerca, e quando ormai le speranze stanno dissolvendosi, ecco che appare un vitellino, nato da poco, chiaramente figlio di Vendicatore il quale, prima di morire, era riuscito a fecondare una vacca. La fine della pellicola ci mostra un’intera mandria di bovini, tutti nipoti e pronipoti di Vendicatore. Questa storia è una splendida metafora della forza vitale, che muore me si rigenera continuamente.

Il mistero della Primavera… Il simbolismo della rinascita primaverile si identifica nella vita di tutti i grandi iniziatori di religioni. In particolare, l’ antichità riconosceva in alcune divinità proprio questa funzione, che essi esprimevano tangibilmente. In inglese, Pasqua si dice Easter, una chiara derivazione da Eastre, Ostara, Istar, Astarte, divinità della Resurrezione naturale e perpetua. La Pasqua cristiana ne è una chiara derivazione, considerando che la cultura classica ha celebrato la Resurrezione degli Dei il giorno dell’equinozio di primavera. La resurrezione è anche simbolo di fertilità. Infine, la Pasqua cristiana non è la pasqua ebraica. Non ha nulla a che vedere con questa. Il Diavolo, dio degli inferi…. Nel mito cristiano, il Cristo dopo la morte scende agli inferi, similmente agli Eroi della Classicità: Ulisse, Enea, Dante (grande interprete della Classicità). E si dice anche che il Cristo soggiorna tre giorni sotterra prima di risorgere.

“Crediamo che il terzo giorno dopo la sua morte, Gesù Cristo, per virtù propria, riunì di nuovo l’ anima col corpo, risorgendo glorioso ed immortale” (Catechismo del Card. Gasparri ).

La riunione dell’ anima col corpo (del soffio vitale con la struttura terrena) è comune a tutti gli esseri viventi. La raffigurazione del demonio, divinità delle tenebre, è più o meno sempre la stessa. Derivato da una figura di fauno, si è nel tempo leggermente trasformato, mantenendo gli zoccoli alle estremità delle zampe. Con le corna in testa, con un forcone in mano, avvolto nel fumo (che dicono di zolfo). In realtà si tratta di una figurazione campestre. La trasformazione mitica da fauno ad un bue, che maneggia o produce il letame, che posto sopra ai chicchi (di grano o di qualsiasi altra vegetazione) li concima e ne facilità la resurrezione sotto forma di pianta alimentare. Ecco perché si dice che Gesù chicco di cereale soggiace, sotterra, al demonio.

Scrive Deepak Chopra: “E’ sufficiente essere noi stessi per dirigerci verso un destino molto al di là di quel che si possa immaginare. Basta sapere che l’essere che alimento dentro di me è lo stesso dell’ Essere che soffonde ogni atomo del cosmo. Quando i due riusciranno a vedersi come pari, saranno pari, perché allora la stessa forza che controlla le galassie sosterrà la mia esistenza individuale."

Giorgio Vitali

La donna scrigno di consapevolezza e di intelligenza creativa



La donna è il genere assoggettato. E' probabile, come hanno argomentato Bachofen e Fromm, che vi sia stata un'epoca preistorica nella quale il maggior numero delle società sia stato a base matriarcale. Ciò è probabilmente dipeso dal fatto che il gruppo tribale si riuniva intorno al "nascere" al "nutrire" e al "prendersi cura", cioè all'"amare", concetto fondamentale in società le cui uniche grandi risorse erano la Solidarietà e la Natura. 

Poi, via via che le società umane si sono incontrate e reciprocamente rifiutate, ha prevalso la guerra: cioè la rapina e la riduzione in schiavitù a danno delle tribù straniere. E a questo punto hanno preso il sopravvento concetti come "aggressione", "controllo", "potere". 

Il maschio medio, dotato più della donna di questi caratteri, ha allora creato società patriarcali. 

Oggi la donna è la parte non solo assoggettata ma anche
rimossa delle società umane: ne costituisce la grande Ombra. Le religioni monoteistiche, per esempio, sono sostenute da una comune "fobia" della donna, che viene vestita di nero, coperta su tutta la superficie del corpo, ridotta a lavori servili, esclusa dal sacerdozio e denigrata come oggetto impuro. 


Nelle organizzazioni sociali del lavoro viene costretta ad assumere caratteri virili per competere con l'uomo. Eppure, allo stesso tempo i movimenti ecologisti riscoprono una "natura-madre" da difendere dall'assalto dell'industria e della produzione di energia e dalla forzata antropizzazione; la psicoanalisi elabora linee di ricerca in cui la relazione madre-bambino è quella centrale per lo sviluppo e la salute futura dell'adulto; energici movimenti culturali cercano di specificare e valorizzare le differenze di genere. 

La donna dovrebbe essere il "mistero" del terzo millennio,
l'entità di cui riscoprire le immense risorse, perché il mondo, un po' più modellato a sua immagine, possa riequilibrarsi e sanare le sue innumerevoli ferite. I miei studi sull'amore e sull'integrazione della sensibilità (o dell'Anima, come direbbe Jung) vanno in gran parte in questa direzione.


Articolo collegato:
http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2013/04/matrismo-la-donna-come-punto-dincontro.html

Appello a Papa Francesco di "spogliarsi" delle sue vesti...


Nella breve nota che segue compirò opera di chiarezza  sulle consuetudini imposte dalle religioni, passate per dogmi,  fornendo anche un suggerimento per aiutare la chiesa cattolica ad uscire fuori dal vicolo cieco in cui si è incastrata.

L’influenza delle religioni, e qui non parlo solo della cattolica ma anche del giudaismo e -recentemente, in seguito alle immigrazioni- dell'islamismo sulla società italiana ha cambiato stile. Negli ultimi anni non si manifesta più come aperta imposizione o censura bensì in forma di indirizzo politico ed economico. Le fedi monoteiste infatti  agiscono come  “famiglie” o "lobbies"  che esercitano un controllo “indiretto” e talvolta “diretto” sulle scelte del paese. Queste religioni utilizzano l’arma del ricatto velato, della pressione e della “facilitazione” in affari che di religioso  non hanno più nulla. 
In Italia la maggiore evidenza di questo comportamento - per ovvie ragioni storiche- viene dalla chiesa cattolica, che non sembra più un ente spirituale ma un semplice apparato di potere che contende con gli altri poteri e lotta per mantenere ed ampliare i suoi privilegi consolidati. Questa competizione "ideologica" (ma essenzialmente politico-economica) si mostra maggiormente virulenta nei confronti dell'islamismo "fondamentalista", mantenendo anche opposizione e  distanza verso il giudaismo bigotto.
Forse direte che almeno oggi in Italia non si finisce più sul rogo, mentre nei paesi islamici la tortura e l'esecuzione religiosa è imperante, per non parlare della persecuzione verso i "non ebrei" attuata in Israele…. È vero, ma l’emarginazione e la derisione alla quale molti di noi laici sono sottoposti è una gogna difficile da portare sul groppone e spesso impone decisioni difficili (come in questo caso in cui mi sento costretto a prendere una posizione chiara sul tema trattato).

Personalmente non sono un rivoluzionario e non voglio inneggiare ai “cosacchi che vengono ad abbeverare i loro cavalli nella piazza San Pietro” (come scherzosamente propose Stefano Disegni in un suo fumetto di vent’anni fa..), sono uno spiritualista ironico, laico e metaforico, perciò “allegoricamente” continuerò a denunciare vizi e soprusi della chiesa cattolica, allo stesso tempo proponendo alternative e suggerendo  un emendamento. 
Questa vuole perciò essere una proposizione d’intenti e non di “belligeranza”. Spero che il papa Francesco  possa cogliere il consiglio che gli offro … quello di divenire partecipe di una rivoluzione spirituale e di pensiero che conduca alla vera “ecclesia”, quella della comunità di tutti gli esseri umani, conviventi in una unica basilica sincretica ed universale! 

Sia la chiesa cattolica, per prima,  a dare il buon esempio abbandonando ogni formalismo religioso. Forse questo servirà  a scuotere le convinzioni fideistiche della altre religioni ed a convincere i vari rabbini, mullah, bramini e monaci che l'uomo esiste prima di ogni etichetta religiosa. E che se c'è un Dio non può essere partigiano... non può avere figli o popoli prediletti.  

Ma per ottenere un risultato credibile  è necessario che papa Francesco prima di tutto si spogli delle vesti di papa…. e si ricongiunga all’umano….



Questo significa che la chiesa cattolica dovrebbe rinunciare ad ogni apparato gerarchico,  ad ogni struttura organizzata in veste economica e statale, ad ogni imposizione teologica e dottrinale, lasciando piena libertà espressiva ad ogni singolo "credente" in Cristo. 

Questa proposta sa troppo di "anarchia religiosa"? Ebbene forse è esattamente quello che avrebbe voluto Gesù.

Paolo D’Arpini


Comitato per la Spiritualità Laica
Via Sacchette 15/a - Treia (Mc)

Compendio di informazioni su bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica in Italia

Bioregionalismo, spiritualità laica, ecologia profonda
(Foto di Paolo D'Arpini)
Paolo D’Arpini è il portavoce della Rete Bioregionale Italiana e presidente del Circolo Vegetariano VV.TT.. L’ho conosciuto grazie al suo infaticabile “Giornaletto di Saul” (Vedi: http://saul-arpino.blogspot.it/), bollettino giornaliero del Circolo Vegetariano ove diffonde notizie e commenti su numerosi argomenti avvalendosi di una rete immensa di collaboratori; gli scrivo ogni tanto anch’io i miei commenti (e mi ha assunto….) ma soprattutto siamo diventati amici. Così ho pensato di intervistarlo e questo è il risultato di uno scambio di email e conversazioni telefoniche. (Olivier Turquet)
Paolo, puoi spiegare un po’ l’idea che sta alla base del bioregionalismo, la storia e le proposte generali portate avanti dalla Rete Bioregionale Italiana?
Il concetto di “Bioregione” (in termini “moderni”) è stato formulato negli anni ’70 nell’ambito di una ricerca, volta all’individuazione di un approccio sostenibile alle risorse naturali, condotta da Peter Berg, esponente delle avanguardie culturali nord-americane, e dall’ecologista statunitense Raymond Dasmann. Il lavoro prodotto da queste due personalità singolari venne pubblicato, nel dicembre del 1977, in un articolo della rivista americana The Ecologist in cui, per la prima volta, vennero impiegati i termini “Bioregione” e “Bioregionalismo”.
Negli stessi anni, Peter Berg fondò il movimento noto come Planet Drum (Il tamburo planetario), allo scopo di diffondere nel mondo il concetto di bioregione come punto di partenza per la sostenibilità, nonché le implicazioni culturali, ideologiche e di vita quotidiana che da esso derivano.
Da allora la teoria bioregionale ha destato l’interesse di scienziati, ecologisti, agronomi ed economisti di tutto il mondo, è stata oggetto di critiche e confutazioni, dovute soprattutto “alla difficoltà di identificare dei criteri univoci per la delimitazione delle bioregioni”, ha ottenuto consensi e pareri favorevoli e, in tutti i casi, ha collezionato innumerevoli pagine nella letteratura specializzata di tutto il mondo.
Ad oggi, è possibile attingere a numerose definizioni di “Bioregione” e “Bioregionalismo”, fornite dalle più varie personalità mondiali e sulla base di approcci eterogenei. Nel complesso, si può affermare che tutti concordano nel sostenere che per “bioregione” si intende “un territorio non delimitato da confini politici o amministrativi ma da confini ‘oggettivi’ (ecosistemi naturali) e ‘soggettivi’ (identità sociali); quindi un’area geografica circoscritta da limiti fisici (bacino fluviale, catena montuosa) e da un’omogeneità ambientale e naturale degli ecosistemi (clima, suolo, flora, fauna) e delle caratteristiche sociali delle comunità locali (costumi, tradizioni, identità collettiva, senso di appartenenza al territorio, amministrazione locale in forma di democrazia diretta, etc)”.
La Rete Bioregionale Italiana, in quanto “rete”, non è un movimento strutturato, esistono varie realtà anche disgiunte che si occupano delle tematiche in oggetto. Noi della Rete Bioregionale ci occupiamo essenzialmente di aspetti pratici e di vivere in prima persona l’esperienza bioregionale e dell’ecologia profonda. La Rete Bioregionale Italiana è stata fondata nella primavera del 1996 nel Parco di Monte Rufeno ad Acquapendente come incontro di varie realtà che si occupavano e si occupano di ecologia profonda e bioregionalismo. La rete consente libertà di azione locale e il perseguimento di fini comuni, collegati e coniugati ai diversi territori e tematiche bioregionali. Da quattro anni la Rete ha leggermente cambiato strutturazione, passando da nodi territoriali a nodi tematici. L’adesione al Movimento/Rete avviene per semplice condivisione dello stile di vita e delle tematiche, lasciando ad ognuno la propria libertà di occuparsi degli argomenti che di volta in volta emergono, per dare risposte necessarie contingenziali ai problemi e per proporre iniziative che possano aiutare le comunità. (Vedi Carta degli Intenti: http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/?r=28856). Annualmente in corrispondenza del solstizio estivo, si tiene un Incontro Collettivo Ecologista che vede insieme gli aderenti della Rete e di altre realtà “limitrofe” (ecovillaggi, comunità solidali, ashram, operatori di agricoltura biologica, etc.) per uno scambio di pareri ed esperienze.
Bioregionalismo e nonviolenza, bioregionalismo e ecologia profonda, come si coniugano queste relazioni?
Una breve premessa occorre farla. Bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica sono la trinità della nuova “religione” della natura.
L’ecologia profonda analizza l’organismo, le componenti vitali e geomorfologiche, le loro correlazioni e funzionamento organico ed il bioregionalismo riconosce gli ambiti territoriali (bioregioni) in cui tali processi si manifestano in forma qualificata di “organi” territoriali e culturali. Come terzo elemento componente c’è “l’osservatore”, cioè l’Intelligenza Coscienza che anima il processo conoscitivo, da me definita “spiritualità laica”. Ovvero la capacità e lo stimolo di ricerca e comprensione della vita che analizza se stessa. E soprattutto la sua messa in pratica.
E dal punto di vista della pratica non varrebbe la pena di risalire all’inventore del termine “bioregionalismo” poiché, come in effetti è per l’ecologia e per la spiritualità, è qualcosa che è sempre esistita, in quanto espressione della vita, perciò nelle diverse epoche storiche questi processi hanno ricevuto nomi diversi: panteismo, spiritus loci, animismo, etc. Ed in ogni caso questi tre modi descrittivi sono indivisibili l’uno dall’altro, come è indivisibile l’esistenza. Diceva un grande saggio: “Noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati” (Nisargadatta Maharaj).
Il mondo è un grande laboratorio bioregionale. Forse non abbiamo bisogno di ricorrere alla Storia che con le interpretazioni di chi riporta, narra, commenta, fatti e comportamenti umani, non ci fa vivere o rivivere esperienze aderenti alla realtà dei tempi. Forse ci dobbiamo rivolgere a quel grande laboratorio che è il mondo oggi. Di fatto, in questo momento possiamo entrare nella storia, possiamo guardare a tutte quelle popolazioni presenti oggi nel mondo, che sono rappresentative di realtà che vanno da uno stato che non si discosta molto da quello primordiale a quello che rappresenta lo stato più avanzato della tecnologia. Questo gioco della natura ci consente un’osservazione diretta di sistemi di aggregazione sociale, culturale ed economica, di interpretarli e di cercare di capire che cosa fare per superare le vecchie e le nuove miserie e di essere attori entusiasti nel progetto di costruzione di un mondo equo, solidale, felice, e quindi con un futuro.
La “nonviolenza” quindi è la semplice conseguenza della consapevolezza di partecipare ad un tutto inscindibile in cui l’altro e noi stessi siamo un’unica entità. In questo senso la parola “nonviolenza” assume un significato più profondo, non è semplice astensione dal praticare atti offensivi bensì la comprensione che qualsiasi azione “violenta” è comunque rivolta a se stessi. Quindi l’uso della “violenza” è limitato alle sole azioni propedeutiche alla crescita, mai al soddisfacimento di vantaggi egoistici o di punizione e vendetta gratuita.
Tu sei stato l’iniziatore e il protagonista per anni dell’esperimento di Calcata, un “protoecovillaggio”, come dici tu…
Secondo il mio parere il vivere comunitario non può essere il risutato di considerazioni aprioristiche. Abbiamo visto infatti innumerevoli esempi nella storia di comunità sorte con la funzione di soddisfare intenti collettivi e che per lo più o si frantumavano o perdevano la spinta iniziale. Magari nel tempo cambiando completamente le finalità. Partendo da questo presupposto, la mia “discesa” a Calcata non fu in conseguenza di un atto deliberato o di una propensione idealistica. Semplicemente accadde che cercando un nuovo modo di vita comunitario, sotto la spinta delle mie esigenze spirituali ed ecologiste, capitai in questo paesino in corso di definitivo abbandono da parte della popolazione originaria e che era stato addirittura dichiarato inabitabile per ragioni di (presunta) pericolosità sismica. Ciò avvenne nei primi anni ’70 del secolo scorso da poco tornato dai miei primi viaggi in India. A Calcata trovai uno spazio vuoto dalle immense possibilità per rinnovate azioni culturali, abitato da una “masnada” di vecchietti che volevano morire dove erano nati. Questi vecchietti, custodi di un sapere antico e di un rapporto unico con la natura che circonda Calcata, furono i miei maestri per un nuovo – antico vivere nell’ecologia, nel sociale e nella totale semplicità e mancanza di pretenziosità nelle funzioni svolte. Da ciò nacque una successiva aggregazione di amici e parenti che come me sentivano l’esigenza di un “ritorno alle origini” e che trovarono sull’acrocoro di Calcata una nuova e promettente casa. Nel corso dei primi anni da quel primo gruppo di sperimentatori fu portato avanti un laboratorio assolutamente libero da finalità concrete. Tutto si svolgeva all’insegna del gioco, dell’innovazione fantasiosa, della ricerca culturale in piena libertà espressiva, nella ricerca di nuovi/vecchi mestieri da praticare con le mani oltre che con la mente. Un riconoscere la capacità di convivere con gli altri animali come componenti della stessa comunità umana (ovviamente non parlo di cani e gatti, ma di capre, pecore, asini, maiali, galline, ecc. Ecc.) e del poter vivere fra esseri umani in forme anticonvenziobnali. Questo meraviglioso esperimento nel vecchio borgo si ampliò e progredì e giunse ad un suo climax. Il culmine avvenne allorchè la comunità, inizialmente di pochi elementi, raggiunse il numero di un centinaio di abitanti, mentre il resto della popolazione calcatese, composta da circa 800 persone, si era definitivamente trasferita in un nuovo centro geograficamente separato. A quel punto soese il problema della inabitabilità delle vecchia Calcata. Non essendoci più residenti autoctoni (i vecchietti erano morti tutti), il rischio che il paese potesse subire la demolizione prevista nella legge sulla pericolosità sismica, divenne più tangibile. A quel punto fummo costretti a tentare la via istituzionale per modificare la suddetta legge. A quel tempo le mie amicizie politiche e giornalistiche erano consistenti e solide e non fu difficile far presentare una legge specifica di riqualificazione del vecchio borgo da parte di consiglieri regionali del Lazio. Purtroppo, salvata “istituzionalmente” la rupe e quindi restituito un valore reale agli immobili e quindi riportato il contesto comunitario all’interno di un contesto di economia utilitaristica, il destino di Calcata mutò irreversibilmente. Da libero e giocoso esperimento per un nuovo vivere libero dal limite dell’utile, divenne un “meccanismo” per la sopravvivenza di chi operava in una qualsiasi attività a quel punto divenuta remunerativa. Insomma, da emanatore di luce propria, il paese divenne uno specchietto per le allodole. Da teatro di strada a teatrino. Certo, non tutto è andato perduto: alcuni elementi hanno tenuto fede allo spirito originario continuando nella sperimentazione e nella “resistenza”, pur relegati in una sorta di esilio interno. Io ebbi la fortuna, dopo 35 anni, di poter lasciare Calcata, senza una ragione, ovvero, non per fuga da una situazione che lasciavo, bensì perchè attirato nel vortice di un nuovo inizio, intriso d’amore.
Tu hai studiato molto le città come forma di aggregazione umana; è fatale l’utbanizzazione attuale? Cosa si può recuperare del concetto antico di città come forma di aiuto reciproco tra esseri umani?
In una ottica bioregionale – dovendo analizzare i requisiti antropologici di una città ideale – occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da “civitas” ma dobbiamo considerare anche l’altra definizione “urbs”, questi due termini hanno pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo.
Dal punto di vista antropologico sappiamo che una piccola comunità di 1000 persone consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni, la reciprocità o solidarietà era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario (diciamo cento entità di 1000 componenti) si diceva che era nato un popolo, una società, insomma una “civitas”. Dobbiamo quindi partire da un elemento precostituito e cioè che l’ambito di una “comunità ideale” non dovrebbe superare i centomila abitanti. Ciò vale anche per una metropoli che andrebbe suddivisa in quartieri di tale entità, separati geograficamente da spazi verdi -con centri aggregativi comunitari-e connessioni “atomiche”. Perché? Per un semplice motivo: se tutti i componenti di una comunità “originaria” hanno interrelazioni in allargamento (diaspora) sarà possibile connettersi indirettamente o direttamente con gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso luogo. Tutti individui diversi dal gruppo originario ma tutti “elementi effettivi” della stessa collettività.
Ampliando così il ramo di interesse dalla parentela vicina o lontana alla compartecipazione, somiglianza e convivenza nello stesso luogo. A questo punto le varie entità (o gruppi di individui) son paritetiche l’un l’altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della città ideale. Forse i membri della città apparterranno a ceti diversi ma assieme a noi vivono nella città, con essi manteniamo numerosi rapporti personali come fra membri di una più grande tribù ideale. Questa si può definire società ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l’intera comunità. Ma si può dire che centomila abitanti son un limite. Giacché questo è il livello d’interrelazione possibile e la città bioregionale -secondo me- deve comprendere criteri di suddivisione sociale che rispettino questi termini numerici.
Non ho nulla contro la vita umana negli agglomerati umani, ma occorre portare elementi di riequilibio all’insieme degli elementi vitali, materiali od architettonici che siano.
Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all’interno delle quali possono divenire protagoniste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l’approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali.
Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando baie inquinate, laghi e fiumi affinché possano ridiventare sorgenti di approvviggionaento idrico e habitat salubri per la vita acquatica, contribuendo in tal modo all’autosufficienza delle aree urbane. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali.
Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:
1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell’interscambio fra produzione e consumo, affinché l’approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.
2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e politiche. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.
3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.
4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.
Un altro tema comune che ci sta a cuore: spiritualità laica: tu ne dai una definizione estremamente semplice….
Con la parola “spiritualità laica”. Si cerca di dare una connotazione “libera” alla spiritualità comunemente intesa come espressione della religione. La spiritualità è l’intelligenza coscienza che pervade la vita, è il suo profumo, e non è assolutamente un risultato della religione, anzi spesso la religione tende a tarpare ed a nascondere questa “naturale” spiritualità presente in tutte le cose.  Spiritualità Laica è chiaramente un’immagine, un concetto, in cui inserire tutte quelle forme naturali di “spiritualità” sperimentate dall’uomo. Siamo consapevoli di muoverci all’interno della concettualizzazione dobbiamo perciò far riferimento all’agente primo evocato con l’idea di spiritualità. Se partiamo dalla comprensione di ciò che viene osservato -esterno od interno- non possiamo far a meno di riscontrare che ogni “percezione” avviene per tramite dei sensi e della mente.
La mente non può esser definita fisica, anche se utilizza la struttura psicosomatica come base esperenziale, la natura della mente è sottile, è lo stesso pensiero, ed ogni pensiero ha la sua radice nell’io. Quindi l’unica realtà soggettiva ed oggettiva attraverso la quale possiamo dire di essere presenti è questo io. Chiamarlo “spirito” è un modo per distinguerlo dalla tendenza identificativa con il corpo, ed è un modo per ricordarci che la “coscienza” è la nostra vera natura. Quell’io – o spirito- che è la sola certezza che abbiamo, è l’unica cosa che vale la pena di conoscere e realizzare. Malgrado la tendenza proiettiva della mente, capace di dividersi in varie forme, mai può “scindersi” quell’io radice, quello spirito. L’io è assoluto in ognuno.
Allora la spiritualità è il perseguire coscientemente la propria natura, il proprio io. Spiritualità laica è il riconoscere questo processo in qualsiasi forma si manifesti. C’è equanimità e distacco, non proselitismo sul metodo praticato (appendice marginale della ricerca). Questa visione laica ha in sé una capacità sincretica ma anche la consapevolezza dell’insignificanza della specificità della forma in cui l’indagine si manifesta. Si comprende che ogni “modo” è solo un’espressione dello stesso processo in fasi diverse.
Infine, in quest’epoca di catastrofisti tu cosa prevedi o ti aspetti per il futuro dell’Umanità?
Lo scrittore ecologista Guido Dalla Casa una volta al proposito di quel che possiamo aspettarci dall’esistenza mi ha scritto: “Nella fisica quantistica non esistono più il “vuoto” e il “pieno”: anche questo dualismo è scomparso, c’è solo un vuoto-pieno eternamente pulsante, il vuoto quantistico, o la sunyata buddhista, una danza di energie (psicofisiche) che continuamente nascono nell’Essere e svaniscono nel Nulla. In “grande”: siamo sul terzo pianeta di una stella di media grandezza, lanciata nel braccio esterno di una galassia qualunque. Non c’è nessun centro, di alcun tipo. “In altre parole: Non esiste alcun “mattone fondamentale della materia”: Esiste solo una meravigliosa danza di energie che continuamente nascono nell’Essere e svaniscono nel Nulla…”
Di fronte a questa verità cosa potrei “aspettarmi”? Tutto avviene da sé!

Chi volesse contattare Paolo D’Arpini, Circolo Vegetariano VV.TT. Vicolo Sacchette 15/a – Treia (Mc)Tel. 0733/216293 – bioregionalismo.treia@gmail.com
Testo di riferimento: Riciclaggio della Memoria, edizioni Tracce (Pescara). http://www.tracce.org/D’Arpini.htm
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