II Guerra Mondiale - Pezzi di storia sui pellerossa combattenti a fianco della Germania nazista




Storia poco conosciuta e portata alla ribalta del pubblico, a seguito
di documenti top-secret declassificati, relativi a volontari
pellerossa che combatterono nelle ultime fasi della 2^ guerra mondiale
tra le file delle Waffen SS o SS combattenti.
Bandiera ufficiale del German-American Bund

Secondo documenti top secret, declassificati agli inizi del XXI
secolo, sembrerebbe che nativi indiani d’America, chiamati comunemente
pellerossa, avrebbero fatto parte di un costituendo reparto delle
Waffen SS o SS combattenti. Da documenti finalmente resi pubblici,
sembra che le SS avrebbero costituito sul finire della seconda guerra
mondiale un reparto da esplorazione, denominato ufficialmente come
“Aufklarung Reiter Kompanie “Chief Sitting Bull”. Ma come si era
giunti a tanto?

Ebbene, nativi indiani d’America che erano stati forzatamente
arruolati come coscritti nell’Esercito americano dell’ US Army, furono
catturati dalla Wehrmacht durante le battaglie di Kasserine in Africa
settentrionale, a Monte Cassino in Italia e in Normandia. Questi
pellerossa gradirono molto entrare a far parte delle Waffen SS con la
speranza che il Terzo Reich uscisse vincitore prima in Europa e poi
andasse alla conquista dell’America per distruggere il governo della
banda di Roosevelt che consideravano plutocratico, con il fine ultimo
di poter edificare una nuova nazione autonoma di indiani d’America.

Il loro leader era il capo Cherokee Standing Bull, il cui avo era Toro
Seduto. Standig Bull cercò invano di avere un incontro con il Fuhrer
per essere nominato il gauleiter o governatore di un indipendente
Cherokee-land ma invano, perché  il fuhrer si trovava all’epoca in
Prussia. Chief Standing Bull ebbe però il gradito onore di avere un
incontro con il Reichsfuhrer delle SS Himmler. Dopo tale colloquio,
venne costituito un reparto di cavalleria da esplorazione di “braves”
o “guerrieri pellerossa” e Chief Standing Bull fu nominato
Braves-Sturmbannfuhrer o “maggiore dei pellerossa” da Himmler in
persona.

Viene riferito che tale unità di guerrieri pellerossa incorporati
nelle SS furono impiegati durante l’offensiva delle Ardenne ed essi
andavano alla ricerca soprattutto di scalpi degli americani fatti
prigionieri. Sembra che alcuni prigionieri statunitensi furono salvati
addirittura da uomini della Gestapo.
Poi furono impiegati nella battaglia di Berlino contro i sovietici.
Solo 30 pellerossa sopravvivranno a tale battaglia, incluso Chief
Standing Bull che fu anche un testimone delle nozze tra Eva Braun e
Hitler in quegli ultimi caotici giorni del Terzo Reich.

Sapendo che i sovietici avevano catturato i pellerossa, il presidente
USA Truman li richiese a Stalin che fu ben contento di sbarazzarsene.
Così i 30 pellerossa rimpatriarono negli USA e nel 1947 furono
giudicati da una corte marziale militare per tradimento. Solo nel 1995
saranno perdonati dal presidente Clinton.

Gabriele Zaffiri -  http://www.crimelist.it

Il cibo quotidiano presso gli antichi Romani


L’elemento principale dell’alimentazione romana era il pane, principalmente a base di frumento e di farro (da cui deriva il nome farina), che era di diverse qualità: c’era il pane bianco, principalmente utilizzato dalle classi agiate, il “panis secundarius” sempre bianco ma meno raffinato, ed il pane nero o compatto. Nei primi secoli della nascita della Repubblica il pane  il pane era costituito dalla “polta” una specie di polenta a base di farro talvolta unita a fave, lenticchie e cipolle. Solo in seguito ci fu  l’introduzione di prodotti da forno più raffinati, come pasticcini  e focacce a base principale di farina e miele.
I prodotti della pastorizia, come latte formaggi, freschi oppure stagionati, erano ampiamente utilizzati, così come  quelli  della terra,legumi, ortaggi e vari cereali,tra questi in grande maggioranza il farro, alimento base dei legionari. I Romani erano anche grandi consumatori di uova utilizzate soprattutto come antipasto. Il burro era conosciuto, ed utilizzato principalmente per uso medicamentoso, perché in cucina l’unico grasso che veniva utilizzato era l’olio. I frutti erano conosciuti e coltivati come nei nostri giorni e ampiamente utilizzati, si escludevano gli agrumi ed i disperi; le pesche ed albicocche furono introdotte nel I secolo d.C.
Erano graditi tutti i tipi di carne: maiale,cotto principalmente ripieno, agnello, capretto, molto aromatizzati e speziati per il cattivo stato di conservazione della carne, mentre oche e galline erano servite poco, in quanto produttrici di uova; fortemente apprezzati erano  i prodotti della caccia in particolar modo il cinghiale.
Nell’epoca dell’Impero, l’esotismo diede una svolta a questo tipo di alimentazione: dall’Africa giunsero le  galline faraone, dalla Spagna i conigli, dalla Grecia i fagiani, e la selvaggina raggiunse così alti livelli; gazzelle,  struzzi, gru, fenicotteri, pappagalli, il cui “cervello” rappresentava  il piatto “prediletto” dell’imperatore. Cosa ne avrebbero pensato oggi i nostri ambientalisti?.
Una carne prelibata veniva considerata la carne di ghiro, allevato in uno speciale recipiente, il ghirarium, i quindi  nutrito, per opportuno ingrassaggio, con noci, ghiande e castagne. Ma il massimo per i “vip” erano le vulve di  scrofa sterile, cioè che non aveva partorito, al miele. I Romani conoscevano inoltre, quasi tutti i tipi di pesce, che oggi troviamo sulla nostra tavola, che talvolta erano allevati in pescherie annesse alle ville della costa tirrenica, spigole, dentici, triglie, orate, dai crostacei ai frutti di mare , murene, aragoste, per queste poi facevano per averle, vere e proprie follie.
Dal pesce si ricavava poi, la salsa base  di tutti i piatti il “garum” un condimento universale perché lo si ritrovava  dappertutto, nelle salse, nelle carni, nel pesce, nelle verdure e persino nelle composte di frutta.
Nei primi tempi il “garum” era preparato con un piccolo pesce principalmente un’acciuga o una sarda. Successivamente  il “garum” ordinario” era fatto con le interiora di pesce o con scarti o avanzi di pesce preferibilmente del tipo “azzurro” macerati nel sale, mentre quello di “pregio e qualità” era fatto con piccoli pezzi di pesce di ogni tipo, abbondante sale ed un po’ di aceto, un misto di erbe aromatiche, il tutto riposto in un piccolo contenitore a riposare e macerare per circa un mese, rimescolandolo di tanto in tanto. Dopo questo periodo il liquido a cui si poteva attingere chiamato “liquamen” veniva cosparso in abbondanza sui cibi.
C’erano molte versioni e ricette,il miglior “garum” veniva preparato con gli sgombri e prodotto in Spagna da una grande azienda di Cartagine. Di vario tipo era il liquido che veniva  filtrato, il primo, il più puro, di chiamava  “gari flos”e tra i più importanti e venduti vi era il “garum nigrum”venduto in piccoli vasetti per la sua preziosità. Quando tutto il liquido era filtrato, il residuo, una specie di pasta di pesce che veniva consumata dagli schiavi, mentre quello migliore veniva servito negli antipasti con sale, pepe, feccia di vino e carote per stimolare l’appetitto. Il migliore era fabbricato con pesce di luccio ma c’era anche  di ostriche e di fegato di triglia.
Per quanto riguarda il dosaggio, questo era lasciato al cuoco, in base alla sua esperienza.
Il ruolo del “garum” derivava altresì dalla consistente preparazione di sale ed aceto, da sterilizzare e disinfettare quelle carni, la cui igiene e conservazione è lecito stendere diremo, un velo pietoso.
Rita De Angelis

Bhaktivedanta Swami Prabhupada memoria e riconoscimento....



Nel 1974, da poco tornato dall'India in Italia,  ebbi diversi incontri con  vari yogi e maestri. Avvenne in quel di Roma. In quegli anni gloriosi ero infatti tornato a vivere  a Roma, la città in cui ero nato,   la madre patria mi aveva richiamato al dovere della presenza, ed io zitto zitto me ne stavo in trincea, nella vecchia casa dello  zio Giordano (un fratello di mia madre), da poco defunto, in Via Emanuele Filiberto 29. 



Da lì imparai a conoscere bene Roma,  percorrendo le sue strade giornalmente a piedi e visitando ogni possibile angolo in cui si manifestasse qualche forma di “spiritualità”, dalla vicinissima Porta Alchemica di Piazza Vittorio, alla basilica di Santa Maria Maggiore, al Museo per il Medio ed Estremo Oriente, alle grotte del Colle Oppio,  ai vicoli e vicoletti, chiese e chiesuole del Borgo.

Nella mia ricerca sincretica non trascuravo i vari centri di yoga che, come funghi autunnali, erano sorti un po’ ovunque. Il più caratteristico, indianeggiante al 100%, era sicuramente il Tempio degli Hare Krishna. Ricordo i canti continuati, l’atmosfera festosa, le vesti sgargianti delle ragazze, i musi lunghi dei ragazzi sempre attenti a non cadere in tentazione.  Visitavo spesso quel  gruppo seguendolo nei vari spostamenti che subì in varie zone di Roma. Purtroppo non potevo fermarmi molto a lungo nelle mie permanenze poiché venivo preso d’assalto dai “missionari” sempre pronti a convertire nuovi adepti ed io –come sapete- non sono convertibile a nessuna religione. Però gli Hare Krishna mi stavano simpatici e li trovavo persino divertenti, così quando venni a sapere che il loro maestro Swami Baktivedanta  Prabhupada  sarebbe venuto in città non rifiutai l’invito di incontrarlo. 



La riunione coloratissima avvenne  all’Hotel de La Ville (vicino al Giardino Zoologico) e praticamente c’era tutto il popolo esotico di Roma. Nella grande hall l’aspettativa era immensa, le persone eccitatissime come alla venuta di una grande star,  finalmente sul palco apparve il maestro…. In quel momento sentii l’impatto fisico di migliaia di cuori concentrati su di lui, un grande “upsurge” devozionale,  tant’è che sentii anch’io l’impulso di unire le mani in gesto di saluto inchinando il capo.  Ero consapevole però che tutta quella concentrazione amorosa dipendeva dalla devozione provata da tutti i suoi seguaci innamorati. Swami Baktivedanta Prabhupada in se stesso pareva alquanto legnoso e distaccato, un po’ come  tutti gli altri maschi Hare Krishna, timorosi di Dio.  Beh, il prasad cucinato dalle donne era comunque celestiale e ne mangiai a piene mani… Stranamente però da quella volta non sentii più l’impulso di visitare il Tempio e così salutai lo Swami come un messaggero di verità…

Paolo D'Arpini


Ed ora leggete il comunicato stampa  che un'amica Hare Krishna mi ha fatto pervenire, al riguardo della "beatificazione" dello Swami: 




A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada - il fondatore del Movimento Hare Krishna in Occidente ha ottenuto un prestigioso riconoscimento per i suoi straordinari successi conseguiti dopo avere superato i sessant'anni.

Srila Prabhupada è stato nominato tra i primi dieci personaggi che si sono distinti nel mondo per il contributo che hanno reso in età matura, eccellendo in settori come la religione, le arti, la letteratura. Egli ha ottenuto il riconoscimento dalla rivista specializzata Business 2 Community, una delle pubblicazioni americane online più importanti nel settore del business. A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada – classe 1896 – ha fondato la Società Internazionale per la Coscienza di Krishna (ISKCON) nel 1966, all'età di sessantanove anni. Qualche anno fa, anche la rivista Newsweek (forse la pubblicazione di settore più prestigiosa del mondo) aveva dato risalto ai traguardi raggiunti da Srila Prabhupada, con un pezzo dal titolo "Incredibili Fioriture Tardive" del novembre del 2010, che celebrava coloro che hanno raggiunto l'apice della carriera proprio negli anni in cui, convenzionalmente, si pensa che le migliori opportunità siano ormai sfumate. 


Srila Prabhupada non è stato solo un leader spirituale, ma anche uno studioso e un filosofo. In poco meno di dodici anni, egli ha scritto e tradotto più di quaranta testi, ha fondato oltre cento templi e comunità agricole e portato l'antico insegnamento del bhakti-yoga a milioni di persone in tutto il mondo. Tutto senza mai utilizzare a fini personali nulla di quanto realizzato. 


Oggi esistono oltre cinquecento templi ISKCON (anche in Italia, dove il Movimento prende il nome di Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna), sparsi in ogni continente. Gli scritti di Prabhupada, che sono stati tradotti in ottantacinque lingue, vengono studiati in università e scuole in molte parti del mondo. 
Sebbene il suo cammino spirituale sia iniziato molto presto, è stato solo nel 1965, all'età di sessantanove anni, che Srila Prabhupada ha intrapreso il viaggio che dall'India lo ha portato in America, a bordo di una nave da carico e con in tasca appena sette dollari. Durante quel viaggio, egli subì due attacchi di cuore, ma con perseveranza ha continuato a servire la sua missione. Nel 1977, Prabhupada aveva già compiuto il giro del mondo ben quattordici volte.


Concepimento e nascita di Caterina Regazzi... raccontati dalla stessa



Sono nata il 24 settembre. Mia madre, Gina, diceva che sono nata alle 7 e mezza di mattina, ma, come giustamente mi faceva notare Paolo, il parto non avviene in un attimo, ma dura un certo numero di ore, di più o di meno,  e la stessa nascita dura diversi minuti.

Sempre mia madre raccontava che il suo era stato un travaglio lungo e laborioso, tanto che chi l'assisteva ad un certo punto paventò l'ipotesi di ricorrere al forcipe e lei, fiera e battagliera, avendo assistito, durante il suo lavoro di infermiera, occasionalmente in sala parto, all'uso di questo strumento si ribellò, gridando: "Nooooo!!!! Il forcipe, no! Piuttosto fatemi il cesareo!".

Chissà, forse aveva visto quei bambini, estratti a forza dal canale del parto, con la loro testolina un po' schiacciata e non voleva che mi succedesse altrettanto.

Mia madre era una che all'estetica ci guardava molto e non so come avrebbe sopportato una figlia neonata con la testa a pera (commento mio acido, in realtà la mia povera, cara mamma era preoccupata delle possibili conseguenze neurologiche).

Comunque, anche senza forcipe, visto che alla fine, grazie anche alle incitazioni dell'ostetrica è riuscita a farmi uscire per la via naturale, avevo la faccia cianotica e la testa allungata.

Non ero certo una bellezza, ma ero una femmina, e di questo credo proprio che fosse felice: le femmine si prendono cura dei genitori anziani e lei così aveva intenzione di fare e così ha fatto con sua madre (ma in cambio ed in anticipo, mia nonna ha fatto per lei per 10 anni, fino a che non se ne è andata, e lo ha fatto in fretta - un mese appena con un'influenza che ne portò via tanti quell'anno - la cuoca e la baby sitter ed anche di più).

Come tanti neonati forse per qualche secondo non ho pianto e non ho neanche respirato. Devi sentire prima l'ossigeno che cala nel sangue, quell'ossigeno che fino a un minuto prima ti arrivava attraverso il cordone ombelicale che ora è stato tagliato (che bello che deve essere ora nascere, non te lo tagliano subito ma ti mettono sulla pancia di tua madre con ancora il cordone attaccato, siete due, ma siete UNO, neanche tu Viola quella fortuna lì, ma io ci ho provato).

Quindi è arrivata la sculacciata a testa in giù, di prassi allora in questi casi. Capivi subito che la vita poteva anche essere dura......... e allora si che ho pianto.

Mio padre, Fausto, appena mi ha vista ha esclamato: "Che brutta!".
Mio padre e mia madre dopo avermi raccontato diverse volte questo momento non proprio entusiasmante della mia vita, mi rassicuravano dicendo che dopo mezz'ora - un'ora, ero già "bellina".

Tutta questa premessa per dire che, se sono uscita nel mondo alle 7 e 30 di mattina, la discesa deve essere iniziata almeno nella serata del giorno precedente, quindi il 23 settembre. Quindi è giusto che la festa di compleanno duri due giorni.

Come la nascita è un processo che dura per un certo periodo di tempo (ore), così, anzi, a maggior ragione, lo è la gravidanza (mesi) e dato che la gravidanza dura circa 9 mesi e siccome io sono nata a termine, mi piace pensare che, essendo nata il 24 settembre, sia stata concepita il 24 dicembre, notte della vigilia di Natale.

Mia madre all'epoca era infermiera in ospedale e doveva fare turni di notte e festivi. Quella notte, essendo sposata da poco più di un anno, sarà forse stata dispensata almeno dal turno prefestivo notturno. L'amore l'avranno fatto di notte (c'era quel cerbero di mia nonna Annetta in casa con loro) ben chiusi dentro la loro camera sul letto che ancora oggi esiste ed è a Treia.

Lei raccontava che dopo un anno e mezzo di coito interrotto le venne il dubbio che potessero anche essere una coppia non fertile e quindi propose a mio padre di "fare la prova" dicendo "magari stiamo tanto attenti per niente!"

Ma a me, oggi, piace pensare che, per festeggiare il Natale, mia madre abbia pensato che quel giorno era buono per cercare un figlio anche lei, maschio o femmina che fosse.


Caterina Regazzi

Storia della signorina Gallina D'Arpini di Calcata



Questa storia è dedicata a te, Paolo,  ed alla tua gallina, quella di Calcata, che per forza maggiore, e cioè per il fatto che hai seguito me, hai dovuto "lasciare" e hai lasciato a tuo figlio Felix. Lui l'ha messa in mezzo alle altre sue galline e, quando tu gli hai chiesto "Come sta?", ti ha risposto "E che ne so io, mica la riconosco, fra le altre!"

Povera gallina, sedotta e abbandonata! Pensando a quello che mi raccontavi su di lei e cioè che quando ti avvicinavi ti si accucciava bloccandosi sul posto emettendo quel gentile gemito tipico di questo modesto ma non per questo meno nobile animale pennuto, e mi invade un senso di tristezza e di rammarico per lei.... abbandonata per un'altra pollastrella, non pennuta, ma pelosetta e pesante qualche decina di chili in più.

Ma, si dice, a parte i cani, gli animali non provano particolari attaccamenti... si sente parlare a volte, di storie di cani che si lasciano morire dopo la morte del padrone e la cosa fa abbastanza notizia (ma forse è la notizia che crea il fatto? saranno vere tutte quelle storie? per me è solo che non hanno trovato il giusto conforto; gli animali, per loro natura, amano la vita senza essere della vita, e non credo alla storia del "cane che si suicida".

Chiamerò affettuosamente quella gallina Signorina Gallina D'Arpini, eh, si, signorina, perché Gallina D'Arpini, avendo vissuto in isolamento fino alla partenza del padre-padrone. mai aveva potuto godere delle gioie dell'accoppiamento e meno che meno della riproduzione e neanche della compagnia delle sue simili.

Forse la partenza di Paolo ed il suo conseguente trasferimento nel pollaio di D'Arpini Junior, almeno, dopo la prima necessaria fase di inserimento e di conoscenza con le altre/altri del pollaio, le avrà portato la novità di una vita un po' più movimentata e socialmente appagante.

Speriamo che le altre galline del pollaio non si siano ingelosite, vedendo la nuova arrivata, e che il gallo del pollaio l'abbia trovata di suo gradimento, ma di questo non ho dubbi: Gallina D'Arpini era una Signora Gallina, signora per la stazza considerevole, il piumaggio di un bel colore carico e il portamento elegante e signorile, una vera mannequin: è sempre stata alimentata a dovere e non ha mai dovuto azzuffarsi (fin'ora) con le consorelle né per la conquista del cibo che era sempre disponibile, né per la conquista del gallo, che era completamente assente.


Ma chissà se quando lo ha incontrato per la prima volta lo ha riconosciuto? E chissà se ha capito che finalmente il destino li aveva fatti incontrare, così come quando io e il mio Paolo ci siamo incontrati?

Insomma, avete capito, anche se non ho niente a che fare con l'Archetipo del Gallo, mi identifico un po' con quella gallina. Anche io quando Paolo mi si avvicina, sto ferma e aspetto che mi abbracci ma, mentre le galline accettano di fare parte di un harem, io sono un po' gelosa e spero di essere l'unica "gallina" del suo pollaio.

Essendo poi io della Bilancia e quindi del Cane, ho bisogno da parte di Paolo, ma anche di voi tutti, della pacca sulla spalla, del riconoscimento affettuoso e amorevole.

A mia volta mi affeziono e mi attacco, forse in maniera un po' ossessiva, ma se vengo abbandonata, comunque, neanche io mi lascio morire, solo aspetto per un po' e poi me ne vado per la mia strada.........


Caterina Regazzi

 Caterina Regazzi  da bambina piange per la gallina che deve essere fatta in brodo

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Il rospo e la gallina

Un Rospo, ner sentì che 'na Gallina
cantava come un'anima addannata,
je domannò: - Ched'è che strilli tanto?
- Ho fatto un ovo fresco de giornata:
- rispose la Gallina - apposta canto.
- Fai male, - disse er Rospo - male assai!
Tu lavori pe' l'ommini, ma loro
come t'aricompenseno el lavoro?
Te tireranno er collo
com'hanno fatto ar pollo, lo vedrai.
Nun te fidà de 'sta canaja infame
che t'ha cotto er marito ne la pila
e un fijo ner tegame!
Nun te fidà de 'sta gentaccia ingrata
che te se pija l'ova che je dài
pe' facce la frittata!
Pianta 'sti sfruttatori e impara a vive!
Se loro vonno l'ova de giornata
nu' je da' retta: fajele stantive!

Trilussa

Storie di reincarnazione animale - Il caso della cana Vespa


Calcata -  Paolo D'Arpini nel Tempio della Spiritualità della Natura

Si chiamava Vespa, questo il nome che le era stato affibbiato dai suoi vecchi padroni, due anziani contadini di Faleria. Ma da parecchio tempo non abitava più nella campagna faleriana essendosi trasferita, con il mio consenso, nel Tempio della Spiritualità della Natura in quel di Calcata.

Sì,  se n’è andata  la cana guardiana, ormai vecchia e malandata, che custodivo in un recinto al Tempio. Il fatto stesso di tenerla ristretta in un recinto era motivo di continui interrogatori da parte di nuovi visitatori.

“Perché  tu che ti dichiari animalista tieni questa cagna rinchiusa? Ma la fai uscire ogni tanto? La porti a spasso, La curi a sufficienza, la spulci quando serve, la fai visitare dal veterinario, quanti anni ha?….” Ed infinite altre domande mi venivano poste senza ritegno…

Ed ogni volta ero costretto a raccontare la storia di Vespa, dall’inizio, dalla sua vita “precedente” in forma di un  cane denominato Shankar che viveva nell’ashram di Swami Muktananda a Ganeshpuri (India). Un cane che non si era mai assuefatto alla disciplina ashramitica, che scappava fuori a far danni e faceva danni persino dentro.. infastidendo gli altri animali lì custoditi.  Per questa ragione era un po’ ostracizzato dagli ashramiti e tenuto sotto stretto controllo e pure punito all’occorrenza.  Ricordo diverse volte in cui vidi questo cane che incrociando Baba (il mio Guru) si metteva a tremare dando segni di insofferenza.  In una occasione, in cui aveva combinato qualche guaio più serio del solito, alla vista del Guru si mise a latrare e sbavare e Baba, che passeggiava sempre con un bastoncino da  Sadhu (dandha) glielo tirò dietro colpendo Shankar nel di dietro… Il lancio era perfetto ma la forza non era eccessiva e il dandha toccò appena la bestia che comunque guaendo si allontanò..

Eppure io, abituato a pensare in termini “animalisti” occidentali, non apprezzai molto quella scena e siccome dormivo in uno stabile agricolo nel giardino esterno, dove lo stesso Shankar bazzicava,  iniziai a familiarizzare con il cane, accarezzandolo e dandogli importanza… Forse mettendomi anche in contrapposizione al Guru, ritenendo la sua severità immotivata od esagerata.. “In fondo bisogna essere compassionevoli con tutti gli esseri, animali compresi, perché  Baba ha manifestato tanta severità?” Dicevo fra me e me  sentendomi io stesso più buono del Guru…


         Swami Muktananda

Il caso volle che di lì a poco tempo io stesso ricevessi una lezione esemplare sulla testardaggine e mancanza di rispetto da parte del cane Shankar. Una sera caldissima di luglio decisi di passare la notte fuori della ex stalla, nella quale  solitamente dormivo, anche se fra il dentro ed il fuori, essendo le pareti composte di muretti bassi appena un metro e venti, non c’era molta differenza,  ma io speravo che a cielo aperto spirasse un po’ di venticello che mi desse refrigerio e scacciasse le fastidiose zanzare che mi perseguitavano ogni notte.  Siccome dentro la stalla dormivo sul pavimento in cemento e fuori avrei dovuto sdraiarmi sulla terra andai a chiedere al magazzino una stuoia in vimini spiegandone la ragione. Il magazziniere, forse già sospettando qualcosa, si raccomandò che l’indomani restituissi la stuoia come l’avevo ricevuta. Io un po’ meravigliato per la pignoleria affermai che sarebbe stato così e afferrai il rotolino già alquanto consunto che mi avrebbe fatto da giaciglio e me ne andai.

Giunta la sera, tutto contento, mi accinsi a cercare uno spazio comodo sulla spianata antistante la stalla, presi un paio di longi (lenzuolini leggeri, che avevano varie funzioni, ivi compresa quella di gonnellino, scialletto ed asciugamano) e mi sdraiai beatamente a contemplare il cielo stellato… mi sentivo in paradiso!

Ma la mia goduria fu di breve durata, di lì a poco apparve sulla scena il grosso cane Shankar, il quale memore delle simpatie da me dimostrate nei suoi confronti si mise subito a saltarmi addosso ed a balzellare sul mio corpo… avevo un bel cercare di scansarlo.. niente da fare non sentiva ragioni..  continuava tutto il tempo a spiaccicarmi e mordicchiarmi senza ritegno. Mi alzai,  lo scacciai ripetutamente ma lui restava lì dappresso ed appena giacevo mi ripiombava addosso, uno sfinimento senza soluzione alcuna..  Alla fine mi arresi, smisi di reagire e mi sottoposi alla mercé di Shankar, restai immobile sperando che con il mio fermarmi anche lui si sarebbe fermato… Ma non fu affatto così… Egli prese a sbrodolarmi sulla faccia ed in tutto il corpo.. poi, visto che ormai non mi muovevo più, cominciò ad addentare e rosicchiare i miei longi.. ed ovviamente se la prese con la stuoina, che anzi  sembrò particolarmente di suo gusto tant’è che  la ridusse a minuti brandelli, salvo la parte coperta dal mio corpo sfiancato….

Altro che sollievo e refrigerio, altro che pace sotto il cielo aperto, non chiusi occhio tutta la notte, neanche un minuto, mentre il cane soddisfatto compiva la sua opera devastatrice e le zanzare imperversavano contente della mia immobilità (se avessi fatto cenno di scacciarle il cane avrebbe ripreso a tormentare il mio braccio).

Finalmente giunse il mattino,  potevo così rientrare nella stalla appena aperta, ove andai a riporre i longi ed i resti della stuoia, e poi mi recai subito ai bagni per darmi una bella rinfrescata.   Terminata la routine mattutina (meditazione, canti, lavoro, etc.)  tornai in magazzino per restituire la stuoia avuta in prestito. Il magazziniere mi guardò interrogativo:  “What is this mess?” –  “It is your mat that I bringing back” – “What, watth..?” – “The fault is  of Skankar, the dog.. he did all the michief..” – “But you were responsible for the mat.. non the dog..”

Insomma mi dovetti sorbettare la predica… e starmene zitto!

In seguito il cane deve averne combinata una veramente grossa perché scomparve sia dall’ashram che dal paese di Ganeshpuri in cui andava sovente a compiere le sue scorribande selvagge, probabilmente aveva fatto secca una gallina di troppo e qualche paesano l’aveva finito a  bastonate.

E questo è il primo tempo. Ed ora passiamo a Vespa.


Calcata - Vecchia sede del Circolo VV.TT.

Quando ancora gestivo il servizio mensa del circolo vegetariano di Calcata, usavo acquistare alcuni prodotti biologici da una anziana coppia di  contadini di Faleria che mi fornivano di vino, verdure, olio, etc. Siccome vivevano da soli ed erano già alquanto acciaccati (operazioni varie, malattie, strascichi, etc.) avevano pensato di farsi un cane di grossa taglia per far la guardia alla casa ed al fondo. Qualcuno gli aveva procurata una bastarda nera e robusta, piena di energia. Anzi troppo piena di energia.. tant’è che era completamente ingovernabile, correva appresso ai polli, scavava buche profonde nell’orto distruggendo ogni cosa. Saltellava addosso ai visitatori, senza però minimamente svolgere la funzione per la quale era stata presa: fare la guardia!

La bestia per la sua irrispettosità e incontrollabilità fu così denominata “Vespa”.

Gli anni passavano senza che si potesse far nulla per addomesticarla..  Fu tenuta legata con una catena che scorreva su un lungo filo d’acciaio.. ma a forza di scorrere e tirare la cagna riusciva sempre a staccare la catena che si consumava sino a fendersi,  una volta addirittura, tirando quando era tenuta al guinzaglio del vecchio padrone, che cercava di riportarla al suo posto, fece cadere  l’anziano che si ruppe un femore.  Inutile dire che i due vecchietti non sapevano più che fare, infine costruirono un piccolissimo recinto di bandoni in lamiera e vi richiusero la cagna.

Ogni volta da allora che andavo a comprare le verdure vedevo l’animale lì rinchiuso che saltellava,  e mi faceva pena.. le portavo perciò qualcosa da mangiare e magari le davo pure una carezza. I vecchi continuavano a lamentarsi dicendo che non potevano più occuparsene, che dovevano andare all’ospedale e non sapevano come fare con il cane, etc. Infine presero il coraggio a due mani e mi dissero: “Beh, lì a Calcata tu hai quel terreno dove tieni tutte quelle bestie, prenditi anche questa cagna e sollevaci da questo peso..” 

A  quel tempo nel Tempio ospitavo diversi animali, capre, pecore, galline, papere, conigli, etc, e pure un cane a me fedelissimo e bravo di nome Herman, che aveva già una decina d’anni. Così pensai che in fondo potevo tenermi pure Vespa e che l’avrei educata io a dovere… ed inoltre avrebbe sostituito Herman, ormai un po’ vecchiotto,  nella sua funzione di guardiano. Ero lì davanti alla cagna, incerto sul da farsi ma i due contadini erano così imploranti e la cagna così saltellante che infine acconsentii e presa la bestia  al guinzaglio la feci salire in macchina e me la portai via……

Tirava, tirava… mai era stata avvezza a camminare affiancata.. tirava e tirava. Ma io ero ancora giovane e forte e strattonandola cercavo di insegnarle l’educazione… Tirava ancora di più davanti alle pecore ed agli altri animali e compresi subito che forse l’educarla avrebbe preso più tempo del previsto. 
“Poco male –mi dissi-  intanto la metto qui con questa bella catena lunga e poi giornalmente la addestro,  magari facendomi aiutare dal mio  fedele Herman”.

Passano i giorni, passano i mesi.. la cagna tirava e tirava e di tanto in tanto scappava pure e una gallina oggi, un gatto domani, ed un coniglio dopodomani.. pian piano stava assottigliano la fauna locale.. in questo dando anche il cattivo esempio al pur fedele Herman. Non c’era catena che reggesse al suo sfregamento continuo. Dovetti rinforzare tutti i recinti degli animali, ma  Vespa era bravissima a scavare, una vera cacciatrice indomabile. Poi accadde che Herman si prese una leshmaniosi e dopo un mesetto di agonia spirò in pace, era già vecchio e credo che il suo tempo l’avesse comunque vissuto, Cercai allora di concentrami sull’addestramento di Vespa… ma non ci fu nulla da fare… riuscì pure a far secca una mia affezionata pecora che avevo da quando era agnellina ed a scappar fuori dal terreno ed andare a far razzie negli ovili del paese nuovo di Calcata..

“Guarda… -mi disse qualche pecoraro- già abbiamo avuto danni, se la tua cagna la ritroviamo su.. non torna più giù…”, L’avviso era chiaro e decisi perciò di costruire un bel recinto grande con vecchie reti da letto e pali di ferro e vi rinchiusi la cagna “for good”.  Ancora di tanto in tanto cercavo di portala in giro al guinzaglio nel tempio  ma anch’io un paio di volte inciampai… e il ricordo del contadino faleriano e la mia età avanzata mi consigliarono infine di lasciar la cagna dove stava.. nel suo bel recinto e di nutrirla al meglio, con gli avanzi di casa, senza più toccarla. Le crocchette  e le scatolette che non avrei mai comprato me le portò Luisa per quattro o cinque anni e questa fu la consolazione di Vespa, che passava il suo tempo ad abbaiare ai gatti di passaggio, che però non poteva più azzannare (solo una volta o due riuscì a scappare ed a farne secchi un paio)…

A modo sua Vespa ha pagato il suo karma e compiuto il suo dharma,  nella forma migliore che le fosse possibile… quando stavo per lasciare definitivamente Calcata, il 3 luglio del 2010, era bell’e morta.. Ha aspettato fino all’ultimo giorno e se ne è andata mentre anch’io me ne andavo…


Paolo D’Arpini

La memoria di Treia... e la cucina di nonna Annetta

Ho scritto questa memoria alcuni anni fa, seguendo l'idea di Antonella e quindi è indirizzata a lei, ma spero che anche altri ci si possano “ritrovare”, almeno in parte, nello spirito......

Ho scritto questa memoria alcuni fa, seguendo l'idea di Antonella e quindi è indirizzata a lei, ma spero che anche altri ci si possano “ritrovare”, almeno in parte, nello spirito......
 
Cara Antonella, mia nonna ricorre spesso nei miei pensieri in questi mesi: l'ultima volta che siamo stati a Treia con Paolo siamo andati a fare una visita al locale cimitero e. dopo essere stati dai miei genitori ai quali l'ho presentato come il mio fidanzato, siamo stati anche dai miei nonni materni, Anna e Vittorio. 
Lui è morto molto giovane, 31 o 32 anni al massimo, lasciando vedova mia nonna, 36 anni (6 anni più di lui) altrimenti nominata "Annetta", con una figlia, mia madre, di appena due mesi. Già da questo inizio, cara Antonella, ti puoi immaginare che la vita di mia nonna non è stata semplice. Dopo il parto, poi, aveva avuto le febbri puerperali e quindi aveva dovuto "abbandonare" mia madre nelle mani di una balia, amorevole si, tanto che mia madre (Gina), quando mia nonna è andata per riprendersela, a circa un anno (?) non ne voleva sapere di andarsene da lì, ma pur sempre una balia.
Io, come molti figli "ingrati", ho sempre incolpato mia madre di scarsa affettuosità nei miei confronti, ma negli ultimi anni l'avevo un po' "perdonata" pensando all'infanzia che deve aver passato, senza padre e con una madre giovane vedova, infanzia di cui lei comunque non si è mai lamentata, anzi, lei ha sempre adorato sua madre, mia nonna e se raccontava qualche episodio della sua infanzia erano esclusivamente ricordi felici.
Mia nonna era nata nel 1898, a detta di Paolo, anno del Cane (e quindi da lei avrò pur preso qualcosa), mentre mia madre era del 1932 (anche lei Scimmia) e Paolo è un altro Scimmiotto (1944).
Erano 9 tra fratelli e sorelle. Io non li ricordo tutti neanche nel nome. Alcuni erano morti da piccoli, alcuni altri sono emigrati in Argentina e di questi se ne erano perse le tracce, i rimanenti erano, oltre mia nonna, due fratelli più piccoli (Antonio - Antò- e Giuseppe - Peppe) e una sorella più grande, Maria (Mari'). Questi li ricordo tutti bene. So che lei, essendo rimasta in casa più a lungo dell'altra sorella (mia nonna si era sposata a 35 anni) aveva fatto un po' da "servetta" ai fratelli curandoli amorevolmente fino a quando non si erano sposati, tutti e tre in tarda età (specialmente mia nonna) e quando in estate mi trasferivo a Treia per tre mesi con lei, sulla credenza c'erano sempre e specialmente il martedì, giorno di mercato, il ciambellone e il vermouth, per accogliere degnamente i fratelli e i nipoti in visita, dato che, mentre noi stavamo in paese, nella casa che accoglierà a breve Paolo, gli altri facevano i contadini e vivevano nelle campagne circostanti. 
Era una gran festa per mia nonna ricevere i suoi fratelli, si volevano veramente una gran bene ed era commovente vederli abbracciarsi, baciarsi e ridere insieme. Mia nonna aveva una pancia molto voluminosa e quando rideva questa pancia sembrava si animasse, ballava con lei.................... 
Dopo la morte di mio nonno e il "recupero" della figlia mia nonna si dovette rimboccare le maniche ed trovò un lavoro da "governante" presso un uomo che aveva fatto i soldi emigrando in Argentina. Non so in seguito a quale incidente o malattia aveva perso una gamba (aveva la gamba di legno, anzi , ne aveva due, una per i giorni normali ed una per i giorni di festa) ed era tornato in Italia, ad Appignano, un paesino vicino a Treia ma ancora più piccolo (e meno bello). Aveva bisogno di chi lo accudisse , mia nonna aveva bisogno di lavorare e così lei si trasferì con la piccola "Ginetta" in quel paesino, famoso per la produzione di cocci e coccetti, terrecotte anche di piccolissime dimensioni con cui ho sempre giocato anche io da bambina e per le fabbriche di mobili.
Lui si chiamava Giacomo Andreani  , detto "Andrià":era un uomo burbero,  ma generoso e mia madre era una bimbetta che sapeva farsi voler bene (come tutte le Scimmie); lui la teneva sulle ginocchia e forse le raccontava le storie della sua gioventù.
Quando morì lasciò a mia nonna del denaro con cui lei acquistò la casa di Treia, dove si trasferì e dove mia madre visse la sua giovinezza. 
La casa era su due piani abitabili, venne acquistata in blocco dalle due sorelle Annetta e Marì, indivisa (la divisione fu fatta successivamente alla loro morte dai figli, cose di eredità) un piano lo abitò mia nonna e il piano superiore sua sorella.
Ma ecco che ricominciavano i problemi economici per la piccola famiglia, allora mia nonna si trasformò in "pensionante", cioè affittava le stanze ai "forestieri" fino anche a cedere il suo letto a gente che veniva da fuori per lavoro, tra cui preti e professori. Lei si arrangiava a volte a dormire su una grande e dura cassapanca, che ora, dopo essere stata restaurata e lucidata, fa bella mostra di sé nel mio soggiorno a Spilamberto. Prima era passata da Bologna, dalla casa dove vivevo con il padre di Viola, e quando mi sono separata e me ne sono andata è stato l'unico mobile che ho voluto portare via con me.
Mia madre ricordava quello come un bel periodo della sua vita, in mezzo a gente da cui imparò ad amare la lettura e , nella sua semplicità, una certa cultura.
E mia nonna cucinava e cucinava............. 
E cucinando cucinando ha trasferito la sua attività da Treia a Roma, seguendo mia madre che nel frattempo si era sposata con mio padre. Chissà se ha sofferto nel lasciare il suo paese e i suoi fratelli! Forse la consolava il pensiero che, comunque, era previsto e così è stato finchè è vissuta, che la bella stagione lei la passava comunque a Treia con me, che dopo due anni sono venuta al mondo.
A proposito di cucina le sue specialità, che sono poi le specialità della sua zona di origine erano:
vincisgrassi, una sorta di lasagne con un sugo di carne particolare, come è il sugo di carne alla marchigiana, cioè con carne di manzo e odori (cipolla e poco altro) a pezzi e non tritati come nel ragù alla bolognese (la specialità dell'altra mia nonna, ma questa è un'altra storia, meno conosciuta da me e meno variegata),
gnocchi di patate, con il solito sugo di carne (questi li faceva altrettanto buoni, se non addirittura migliori, mia zia Augusta, una cugina di mia madre, figlia di quella zia Marì),
ravioli di ricotta,
tagliatelle (entrambi col solito sugo),tagliolini in brodo........
Quanto mi piaceva vederle fabbricare con perizia e precisione quei manicaretti! 
Per i ravioli faceva la sfoglia rigorosamente a mano sul tagliere col mattarello, poi la tagliava a quadri, metteva al centro di ognuno un mucchietto di ripieno fatto con ricotta di pecora, parmigiano, uova, sale e un po', se non ricordo male, di noce moscata. Ogni riquadro veniva ripiegato in due a forma di rettangolo e per chiudere meglio i bordi veniva usato un ditale, premuto in quattro punti con la precisione di una macchinetta.  La festa continuava per me che ero addetta alla ripulitura con le dita della ciotola in cui era stato il ripieno... che dopo il mio intervento riluceva come appena uscita da una lavastoviglie.
I tagliolini  erano l'apoteosi della precisione: dopo aver fatto la sfoglia ed averla fatta un po' asciugare, veniva arrotolata stretta e un po' schiacciata e poi, tenuta ferma con la mano sinistra, con la destra armata di un coltello con la giusta affilatura veniva "affettata" come un salame con un ritmo cadenzato e regolare che produceva un rumore che ancora mi risuona, dopo più di 40 anni, nelle orecchie: "zum! zum! zum! ......" ed ogni 10 - 15 tagli, la sfoglia affettata veniva aperta a formare dei nidi che poi venivano lasciati sul tagliere ad asciugare. La misura del taglio veniva data dalle dita della mano sinistra sfiorate ogni volta da quel coltello affilato ed io tutte le volte mi domandavo, tra me e me: "Ma come fa a non tagliarsi mai?
A quel tempo mia madre lavorava, era un'infermiera (lei ci teneva a sottolineare che era un'infermiera professionale con diploma di caposala), ma aveva lavorato in ospedale per pochi anni, a Roma, poi, dopo la mia nascita, aveva deciso di lasciare l'ospedale per un lavoro più tranquillo, più vicino a casa, senza i turni massacranti e “sfasanti” che ancora oggi gli infermieri che io sappia devono fare. Mia nonna era un grosso aiuto per lei. Mia madre non sapeva cuocere neanche un uovo al tegamino, mia nonna non la voleva in cucina e le diceva: “Tu hai studiato, pensa a fare bene il tuo lavoro, a far da mangiare imparerai quando non ci sarò più!”. 
E così è stato: mia nonna se n'è andata in fretta, senza darci tanto da fare in un inverno in cui una brutta forma di influenza ne portò via tanti, quando io avevo 10 anni e mia madre 37. 
Mia madre ha cucinato per qualche mese fettine di carne, pasta al burro e minestrina di dado, dopo di che, forse per disperazione sua, mia e di mio padre, ha cominciato a comprare libri di cucina ed uno in particolare: “La cucina dalla A alla Z” di Carnacina e, tra tutte le ricette disponibili sceglieva quelle della cucina romanesca. Pur non essendo romana evidentemente voleva fare parte di quella terra che l'aveva così amorevolmente accolta e così giù con code alla vaccinara, penne all'arrabbiata, bucatini all'amatriciana, spaghetti alla carbonara, coratella coi carciofi....... aveva una sapienza nell'aggiungere la giusta dose di sale e di aromi, dare quel tocco che anche seguire pedissequamente una ricetta non può dare, come se anche in lei geneticamente ci fosse una predisposizione naturale a dare ai cibi la giusta amalgama di sapore. 
Essendo cresciuta con questi sapori, come potrei mai disprezzare la carne ed avercela con chi, senz'altro più di me, la consuma?

Caro Paolo, avrei altre cose da dire su mia nonna, cose belle e meno belle, ma preferisco ricordare queste, per quelle negative magari ne parliamo o riparliamo quando ci vediamo........... oppure me le dimentico.
Cara Antonella, mia nonna ricorre spesso nei miei pensieri in questi mesi: l'ultima volta che siamo stati a Treia con Paolo siamo andati a fare una visita al locale cimitero e. dopo essere stati dai miei genitori ai quali l'ho presentato come il mio fidanzato, siamo stati anche dai miei nonni materni, Anna e Vittorio. 

Lui è morto molto giovane, 31 o 32 anni al massimo, lasciando vedova mia nonna, 36 anni (6 anni più di lui) altrimenti nominata "Annetta", con una figlia, mia madre, di appena due mesi. Già da questo inizio, cara Antonella, ti puoi immaginare che la vita di mia nonna non è stata semplice. Dopo il parto, poi, aveva avuto le febbri puerperali e quindi aveva dovuto "abbandonare" mia madre nelle mani di una balia, amorevole si, tanto che mia madre (Gina), quando mia nonna è andata per riprendersela, a circa un anno (?) non ne voleva sapere di andarsene da lì, ma pur sempre una balia.

Io, come molti figli "ingrati", ho sempre incolpato mia madre di scarsa affettuosità nei miei confronti, ma negli ultimi anni l'avevo un po' "perdonata" pensando all'infanzia che deve aver passato, senza padre e con una madre giovane vedova, infanzia di cui lei comunque non si è mai lamentata, anzi, lei ha sempre adorato sua madre, mia nonna e se raccontava qualche episodio della sua infanzia erano esclusivamente ricordi felici.

Mia nonna era nata nel 1898, a detta di Paolo, anno del Cane (e quindi da lei avrò pur preso qualcosa), mentre mia madre era del 1932 (anche lei Scimmia) e Paolo è un altro Scimmiotto (1944).

Erano 9 tra fratelli e sorelle. Io non li ricordo tutti neanche nel nome. Alcuni erano morti da piccoli, alcuni altri sono emigrati in Argentina e di questi se ne erano perse le tracce, i rimanenti erano, oltre mia nonna, due fratelli più piccoli (Antonio - Antò- e Giuseppe - Peppe) e una sorella più grande, Maria (Mari'). Questi li ricordo tutti bene. So che lei, essendo rimasta in casa più a lungo dell'altra sorella (mia nonna si era sposata a 35 anni) aveva fatto un po' da "servetta" ai fratelli curandoli amorevolmente fino a quando non si erano sposati, tutti e tre in tarda età (specialmente mia nonna) e quando in estate mi trasferivo a Treia per tre mesi con lei, sulla credenza c'erano sempre e specialmente il martedì, giorno di mercato, il ciambellone e il vermouth, per accogliere degnamente i fratelli e i nipoti in visita, dato che, mentre noi stavamo in paese, nella casa che accoglierà a breve Paolo, gli altri facevano i contadini e vivevano nelle campagne circostanti. 

Era una gran festa per mia nonna ricevere i suoi fratelli, si volevano veramente una gran bene ed era commovente vederli abbracciarsi, baciarsi e ridere insieme. Mia nonna aveva una pancia molto voluminosa e quando rideva questa pancia sembrava si animasse, ballava con lei....................
Dopo la morte di mio nonno e il "recupero" della figlia mia nonna si dovette rimboccare le maniche ed trovò un lavoro da "governante" presso un uomo che aveva fatto i soldi emigrando in Argentina. Non so in seguito a quale incidente o malattia aveva perso una gamba (aveva la gamba di legno, anzi , ne aveva due, una per i giorni normali ed una per i giorni di festa) ed era tornato in Italia, ad Appignano, un paesino vicino a Treia ma ancora più piccolo (e meno bello). Aveva bisogno di chi lo accudisse , mia nonna aveva bisogno di lavorare e così lei si trasferì con la piccola "Ginetta" in quel paesino, famoso per la produzione di cocci e coccetti, terrecotte anche di piccolissime dimensioni con cui ho sempre giocato anche io da bambina e per le fabbriche di mobili.

Lui si chiamava Giacomo Andreani , detto "Andrià":era un uomo burbero, ma generoso e mia madre era una bimbetta che sapeva farsi voler bene (come tutte le Scimmie); lui la teneva sulle ginocchia e forse le raccontava le storie della sua gioventù.

Quando morì lasciò a mia nonna del denaro con cui lei acquistò la casa di Treia, dove si trasferì e dove mia madre visse la sua giovinezza. 

La casa era su due piani abitabili, venne acquistata in blocco dalle due sorelle Annetta e Marì, indivisa (la divisione fu fatta successivamente alla loro morte dai figli, cose di eredità) un piano lo abitò mia nonna e il piano superiore sua sorella.
Ma ecco che ricominciavano i problemi economici per la piccola famiglia, allora mia nonna si trasformò in "pensionante", cioè affittava le stanze ai "forestieri" fino anche a cedere il suo letto a gente che veniva da fuori per lavoro, tra cui preti e professori. Lei si arrangiava a volte a dormire su una grande e dura cassapanca, che ora, dopo essere stata restaurata e lucidata, fa bella mostra di sé nel mio soggiorno a Spilamberto. Prima era passata da Bologna, dalla casa dove vivevo con il padre di Viola, e quando mi sono separata e me ne sono andata è stato l'unico mobile che ho voluto portare via con me.

Mia madre ricordava quello come un bel periodo della sua vita, in mezzo a gente da cui imparò ad amare la lettura e , nella sua semplicità, una certa cultura.

E mia nonna cucinava e cucinava............. 

E cucinando cucinando ha trasferito la sua attività da Treia a Roma, seguendo mia madre che nel frattempo si era sposata con mio padre. Chissà se ha sofferto nel lasciare il suo paese e i suoi fratelli! Forse la consolava il pensiero che, comunque, era previsto e così è stato finché è vissuta, che la bella stagione lei la passava comunque a Treia con me, che dopo due anni sono venuta al mondo.

A proposito di cucina le sue specialità, che sono poi le specialità della sua zona di origine erano:
vincisgrassi, una sorta di lasagne con un sugo di carne particolare, come è il sugo di carne alla marchigiana, cioè con carne di manzo e odori (cipolla e poco altro) a pezzi e non tritati come nel ragù alla bolognese (la specialità dell'altra mia nonna, ma questa è un'altra storia, meno conosciuta da me e meno variegata), gnocchi di patate, con il solito sugo di carne (questi li faceva altrettanto buoni, se non addirittura migliori, mia zia Augusta, una cugina di mia madre, figlia di quella zia Marì), ravioli di ricotta, tagliatelle (entrambi col solito sugo),tagliolini in brodo........

Quanto mi piaceva vederle fabbricare con perizia e precisione quei manicaretti!  Per i ravioli faceva la sfoglia rigorosamente a mano sul tagliere col mattarello, poi la tagliava a quadri, metteva al centro di ognuno un mucchietto di ripieno fatto con ricotta di pecora, parmigiano, uova, sale e un po', se non ricordo male, di noce moscata. Ogni riquadro veniva ripiegato in due a forma di rettangolo e per chiudere meglio i bordi veniva usato un ditale, premuto in quattro punti con la precisione di una macchinetta. La festa continuava per me che ero addetta alla ripulitura con le dita della ciotola in cui era stato il ripieno... che dopo il mio intervento riluceva come appena uscita da una lavastoviglie.
I tagliolini erano l'apoteosi della precisione: dopo aver fatto la sfoglia ed averla fatta un po' asciugare, veniva arrotolata stretta e un po' schiacciata e poi, tenuta ferma con la mano sinistra, con la destra armata di un coltello con la giusta affilatura veniva "affettata" come un salame con un ritmo cadenzato e regolare che produceva un rumore che ancora mi risuona, dopo più di 40 anni, nelle orecchie: "zum! zum! zum! ......" ed ogni 10 - 15 tagli, la sfoglia affettata veniva aperta a formare dei nidi che poi venivano lasciati sul tagliere ad asciugare. La misura del taglio veniva data dalle dita della mano sinistra sfiorate ogni volta da quel coltello affilato ed io tutte le volte mi domandavo, tra me e me: "Ma come fa a non tagliarsi mai?

A quel tempo mia madre lavorava, era un'infermiera (lei ci teneva a sottolineare che era un'infermiera professionale con diploma di caposala), ma aveva lavorato in ospedale per pochi anni, a Roma, poi, dopo la mia nascita, aveva deciso di lasciare l'ospedale per un lavoro più tranquillo, più vicino a casa, senza i turni massacranti e “sfasanti” che ancora oggi gli infermieri che io sappia devono fare. Mia nonna era un grosso aiuto per lei. Mia madre non sapeva cuocere neanche un uovo al tegamino, mia nonna non la voleva in cucina e le diceva: “Tu hai studiato, pensa a fare bene il tuo lavoro, a far da mangiare imparerai quando non ci sarò più!”.
E così è stato: mia nonna se n'è andata in fretta, senza darci tanto da fare in un inverno in cui una brutta forma di influenza ne portò via tanti, quando io avevo 10 anni e mia madre 37.
Mia madre ha cucinato per qualche mese fettine di carne, pasta al burro e minestrina di dado, dopo di che, forse per disperazione sua, mia e di mio padre, ha cominciato a comprare libri di cucina ed uno in particolare: “La cucina dalla A alla Z” di Carnacina e, tra tutte le ricette disponibili sceglieva quelle della cucina romanesca. Pur non essendo romana evidentemente voleva fare parte di quella terra che l'aveva così amorevolmente accolta e così giù con code alla vaccinara, penne all'arrabbiata, bucatini all'amatriciana, spaghetti alla carbonara, coratella coi carciofi....... aveva una sapienza nell'aggiungere la giusta dose di sale e di aromi, dare quel tocco che anche seguire pedissequamente una ricetta non può dare, come se anche in lei geneticamente ci fosse una predisposizione naturale a dare ai cibi la giusta amalgama di sapore.
Essendo cresciuta con questi sapori, come potrei mai disprezzare la carne ed avercela con chi, senz'altro più di me, la consuma?

Caro Paolo, avrei altre cose da dire su mia nonna, cose belle e meno belle, ma preferisco ricordare queste, per quelle negative magari ne parliamo o riparliamo quando ci vediamo........... oppure me le dimentico.

Caterina Regazzi 

Treia 1960 -  L'autrice in braccio alla nonna



La felicità intrinseca è la nostra vera natura, conserviamola.....



Studiando gli uomini, la storia la mente e l’anima, si entra in un termine difficile “felicità” perché nel corso dell’esistenza si assisteste a momenti di contentezza, di soddisfazione conquistata, ma anche di infelicità, di sconforto, di sofferenza, contro i quali a volte è difficile lottare, fare qualcosa, in una parola vivere bene.
Una buona parte  della nostra infelicità proviene da un cattivo uso della mente, da una scarsa conoscenza dei suoi difficili meccanismi e ciò conduce a pensieri errati. Comprendere la vita mentale è il risultato di due scuole connesse.
La prima, monopolio della nostra mente la filosofia. Dobbiamo infatti ad essa l’aver commesso un errore di valutazione, precisamente la convinzione che la mente sia uno specchio dove si riflette un mondo fuori di noi, negando così ogni attività al di fuori della semplice riflessione. Ma alcuni filosofi si sono accorti di tale errore, basta ricordare Socrate e soprattutto Kant.
Oggi  si ha il desiderio di applicare i risultati delle analisi compiute sull’uomo, costruendo qualcosa di artefatto che abbia grandi capacità mentali in breve una sorta di intelligenza artificiale. Per produrre qualcosa che già esiste, bisogna sapere cosa si produce: il pittore, lo scultore terranno a mente le fattezze esterne, ma l’ingegnere nel costruire, deve tenere conto di quelle interne, ossia di un’opera presa a modello. Tutto questo deve essere visto e formulato in termini positivi e non negativi, dire quando deve essere fatto, e non quando non deve essere fatto. Quindi non utilizzare termini contraddittori, altrimenti la costruzione diventa impossibile. Ecco quindi che l’uomo si immagina come un progetto realizzato, e ci si può accingere a ripeterne la realizzazione. Per quanto riguarda la felicità, i risultati derivano non solo dalla pura filosofia, ma soprattutto dalla saggezza popolare, dalle religioni e nelle ideologie, temi di lettura etc.. Tutto questo viene confermato nei millenni anche da numerose massime popolari, una per tutte, chi ha tempo non aspetti tempo.
L’uomo lavora quindi per se stesso, con la scienza, le credenze, con l’ipotesi e la prova, per costruire un presente migliore inventando passato e futuro non dimenticando mai, come scrisse Dennis Gabor, Premio Nobel per la Fisica, di essere ingegnere della sua felicità.
Rita De Angelis