Natale pagano che diventa cristiano, con note aggiunte



Nella tradizione cristiana, quando si parla del Natale, ci si riferisce principalmente al giorno che corrisponde alla natività di Gesù Cristo. Come mai allora i Vangeli non indicano né il giorno né il mese della nascita di Gesù? E perché né gli Apostoli né alcun membro della Chiesa Apostolica ha mai celebrato la festa del Natale? 


Le risposte sono facili: premesso che Paolo è il teste più antico e tace quasi completamente la vita di Gesù, bisogna rassegnarsi all’idea che la data di nascita di Cristo non è nota e nei primissimi tempi della Chiesa non esisteva una festa del genere. Affermare però che non si è mai fatto cenno sulla data di nascita del Salvatore non è del tutto esatto. Infatti, alcuni scrittori del III secolo fissano la nascita il 20 di maggio, altri il 20 di aprile, altri ancora il 17 novembre e nientemeno il 28 di marzo. Unico S. Ippolito (+ 235) per primo fa a stento un accenno alla data del 25 dicembre. Questa strana varietà di opinioni dimostra che in quei primi secoli non solo non esisteva una tradizione intorno alla data del Natale, ma che la Chiesa nemmeno ne celebrava la festa, altrimenti, fra tanta diversità di pareri, se ne sarebbe fatta questione rilevante. Se i Padri dei primi secoli non sembrano aver conosciuto una festa della natività di Gesù Cristo, se il giorno esatto della nascita di Cristo non era noto, considerato che l’usanza cristiana dei primi secoli era quella di celebrare la Pasqua e la Pentecoste, perché la Chiesa Occidentale nel quinto secolo ordinò che la festa della nascita fosse fissata per sempre al 25 dicembre? Perché i cristiani della Mesopotamia condannarono la scelta della Chiesa Occidentale considerandola festa idolatra? La risposta a queste domande rivela uno scenario a dir poco sconcertante.
Il 25 dicembre contrassegnava il solstizio ed era considerato un giorno speciale in tutti quei culti in cui l’adorazione del Sole, detta Eliolatria, occupava una collocazione di assoluta preminenza. Il Summus Deus era particolarmente venerato nel culto di Mithras presente anche nel vecchio Impero Romano al tempo di Gesù. Prima delle celebrazioni del Natale, il 25 dicembre era, nel mondo romano, il giorno “Natalis Solis Invicti”, il compleanno dell’Inconquistabile Sole. Questa festa, che si teneva subito dopo il Solstizio Invernale del calendario Giuliano, era in onore del “Dio della Luce Celeste”, Mithras, originariamente una deità sia Persiana che Indiana il cui culto era penetrato nel mondo romano sin dal primo centennio prima di Cristo, facendo numerosi proseliti in quelle sfere sociali itineranti come i commercianti, i militari e gli schiavi che permisero una larga e rapida diffusione del culto. Oltre all’influenza Mitraica, altre forze pagane erano al lavoro. Dal diciassette di dicembre sino al ventiquattro, i Romani festeggiavano i Saturnali in onore di Saturno, un periodo dove si viveva in pace, si scambiavano doni, erano abbandonate le divisioni sociali e si facevano sontuosi banchetti. Per secoli agli occhi dei cristiani ciò veniva visto con disprezzo. Il culto del Sole-Sol Invictus Mithras-, il quale, unito sempre a quello dell’Imperatore, divenne per un certo tempo una sorta di “religione di stato”. Questa celebrazione aveva ormai preso una piega dissoluta e perso qualsiasi legame con l’antica sacralità del Mistero, ormai feste ed orge sfrenate facevano da padrone. La commemorazione, con le sue depravate baldorie e gozzoviglie, era troppo radicata nel costume popolare per essere abolita dall’influenza del Cristianesimo. La Chiesa, invece di contrapporsi fermamente al vortice involutivo in cui il paganesimo sprofondava, cominciò a far compromessi con esso. Trovò una scusante per perpetuare la celebrazione con pochi cambiamenti, sia nello spirito che nelle usanze. Facendo ciò “aiutò” i deboli giovani cristiani che non volevano abbandonare i divertimenti e l’allegria che caratterizzava questo Solstizio d’Inverno. La Chiesa, così, diceva loro: “”Divertitevi pure in questa stagione, se volete. Soltanto ora la considereremo la celebrazione della nascita del Figlio di Dio. Invece di perdere gente in favore del paganesimo, combineremo le due celebrazioni e gradualmente conquisteremo dei pagani al cristianesimo. Non costringiamo la gente a fare una scelta fra le due cose””. Facendo questo, la Chiesa Occidentale “appioppò” a Cristo un’etichetta pagana e per questo i cristiani della Mesopotamia accusarono i loro fratelli occidentali d’idolatria, e di adorare il Sole.
(Franco Stobbart)



Commento di Gabriele Petromilli .... "Non dimentichiamo le celebrazioni pagane del Natalis Sol Invictus. Nel paganesimo c'era molta più spiritualità che nel cristianesimo delle origini, Baccanali compresi. 


Risposta di Franco Stobbart: " l’iniziale spiritualità pagana stava per essere “messa all'angolo”. Non si può negarlo. Sia nel paganesimo sia nel cristianesimo la forza per andare avanti, la forza per esistere, la forza che lo alimenta è dato come ben sai, dalla spiritualità. Se ciò con il tempo si atrofizza e viene a mancare “il ponte crolla”. E' indubbio che il cristianesimo sul paganesimo ha avuto una supremazia spirituale, una spiritualità molto più forte tanto è vero che ebbe una presa globale sulla società e la cultura; inoltre è stato capace di modellare integralmente il contesto umano secondo, ovviamente, gli insegnamenti della religione cristiana, con i suoi valori di fondo. Riguardo al cristiano integralista mi viene in mente solo una persona integralista in quanto ligio al vangelo: San Francesco d’Assisi.I baccanali erano talmente pregni – come tu sottolinei– di spiritualità che guarda caso furono sciolti per la loro virulenza e degenerante morale pubblica. Io non ci vedo tutta questa spiritualità pagana nei riti orgiastici, nell’atmosfera allucinata e stregonesca e comportamenti criminosi dei baccanali."

Commento di Paolo D'Arpini: "...i riti orgiastici e sadomaso li vedo più nella tradizione cristiana "posteriore" (dopo la raggiunta supremazia)... a cominciare dal IV secolo con l'uccisione di migliaia di pagani, e poi della caccia alle streghe, dei roghi, dei tribunali inquisitori, delle conversioni forzate nelle Americhe, etc. etc. Se proprio proprio durante il periodo pagano vediamo che il cristianesimo, lo zoroastrismo, il mitraismo, etc. poterono esistere.. con l'avvento cristiano.. inizia la "paura" e la persecuzione e la morte. Vedi anche: http://www.circolovegetarianocalcata.it/2011/11/06/persucuzioni-cristiane-contro-i-gentili-la-verita-viene-a-galla-dopo-2000-anni/"


Risposta di Franco Stobbart: "certo, però sarebbe bene citare anche i riti sacrificali del paganesimo, ad esempio i sacrifici umani, vergini immolate a lento fuoco, giovanetti sgozzati sugli altari. Nei baccanali ad esempio si giungeva addirittura a prove mutilanti e a sacrifici umani. Al contrario la cristianizzazione era concepita come sistema fondato sui valori dell’amore e della libertà. Sarebbe bello anche mettere in risalto i divieti, le repressioni e le persecuzioni attuate nei confronti del cristianesimo: milioni di persone sono state martirizzate e costrette a nascondersi. Queste cose non sono favole!! La persecuzione sistematica addirittura fu giustificata come sacrificio agli dei pagani. Quindi non concordo con il modo in cui è stato impostato l'articolo di Joe Fallisi che hai postato. Ognuno è libero di pensarla come vuole, l’importante è che davanti al Dio cristiano tutti siamo uguali."


Commento di Paolo D'Arpini: "forse sul cristianesimo, viste anche le intenzioni espresse dai suoi saggi, si erano appuntate maggiori aspettative rispetto alle religioni del passato, quindi fa più effetto vedere quante nefandezze siano state compiute in suo nome... Per quanto riguarda poi i riti cruenti dei cosiddetti idolatri, come è anche naturale, più indietro si va nel tempo e maggiori erano gli atti disumani compiuti. Se vai indietro indietro arriviamo sino all'antropofagia come normale pratica alimentare. Noi esseri umani siamo in una catena evolutiva e non dovremmo giustificare alcun errore del passato, se non per comprendere che è passato e che va trasceso e superato. Se però una religione si ammanta del ruolo di "unica e vera" però continua con gli errori del passato allora la censura dovrebbe essere maggiore e più severa... Non credi? Ovviamente ciò vale per tutte le religioni così dette "monoteiste" ed innovative rispetto al giudaismo (mi riferisco ovviamente al cristianesimo ed all'islam). Per altre religioni, persino più antiche ed "aliene" alla nostra cultura certi problemi etici non si pongono, vedi la profonda etica nonviolenta del buddismo e del jainismo e del taoismo, che vantano un'antichità di migliaia di anni ed avrebbero molto da insegnare ai cristiani e musulmani in quanto a "tolleranza"... Non avermene... Sai com'è... l'ipocrisia e l'ignavia sono stati condannati persino dal Gesù in cui tu credi..."


Commento di  Francesca Giuliana Cialini: "... per avere un dominio totale sulla gente è stato semplicemente sovrapposto e sostituito l'avvenimento pagano con quello cattogiudaico... persino i paramenti, gli arredi e le modalita' di una normale messa sono identici a quelli di un qualunque rito di primo livello pagano di un'apprendista streghetta.... ma come si può  credere  ancora che gli evangeli siano qualcosa di più che manuali del giovine chierico scritti ad usum delphini?  Balle... programmate a tavolino.... da San Paolo in giù... fino alla misericordina odierna..... francamente posso campa' anche senza informazioni precise sul giorno in cui madama la Maria s'e' sgravata..... ricordatevi che oltre ai 4 MANUALETTI UFFICIALI, CI SONO UN'ALTRA MAREA DI TESTI DICHIARATI APOCRIFI ma pieni di informazioni... persino sul fatto che ci fu una levatrice..una vecchia donna del posto chiamata dal sor Giuseppe. Non sono nata atea...ho persino studiato dalle suore...e per quello che mi riguarda ho studiato per lunghi anni le tematiche religiose...e l'ultima lettura per chiarire dei punti su alcuni testi di Qumran risale a due notti fa..... dico che anche ammesso che i Vangeli, nascano da una cronaca di fatti, tale cronaca e' stata rimaneggiata, mal tradotta, stravolta dalla chiesa per un uso finalizzato a quanto serviva ai preti per dominare ..."


Commento di Paolo D'Arpini: "..alla fine mi sa che l'unico "ateo" sono io... ma nel senso che non riconosco un Dio separato da me.. se esiste un Dio tutto necessariamente deve essere Lui, altrimenti quel che esiste all'infuori di Lui sarebbe "altro" il che in un infinito eterno non è pensabile né possibile. Nell'infinito eterno può esistere solo l'infinito eterno. E quel che appare come mondo è il Suo sogno. Comunque se Gesù è realmente esistito ed ha condiviso la stessa conoscenza e natura di tutti gli altri grandi saggi, allora fra sé e l'infinito non avrebbe visto differenze. Ed una sua frase, riportata dai vangeli, lo dimostrerebbe: "Io ed il padre mio siamo Uno" - Comunque -a dire il vero- pur avendo dubbi sulla esistenza del Gesù descritto nei vangeli canonici ritengo che una "persona", da cui sono nate le leggende evangeliche, sarà certamente esistita... Che fosse il Giovanni da Gamala di Luigi Cascioli o il Cristo "spirito santo" di San Paolo etc. farebbe poca differenza. In conclusione ritengo che un "Gesù" esistette in qualche forma, purtroppo la sua storia e la sua figura ed il suo insegnamento sono andati persi in duemila anni di manipolazioni dottrinali a cominciare dal Concilio di Nicea in poi.. Poiché, se il qualsiasi Gesù esistito ha realizzato la propria natura ed unità con l'Assoluto, fra lui e Dio non c'è differenza alcuna , sono la stessa identica cosa.. sia dal punto di vista empirico che dal punto di vista della Consapevolezza... Come giustamente affermava Nisargadatta Maharaj: noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati."




Vivere senza rimpianti... ogni esistenza è unica!


Macerata - Paolo ...a vent'anni

Sì Paolo..
Anche tu hai fatto tutto a modo tuo, come solo tu potevi, come solo tu avresti potuto.
A modo tuo hai affrontato tanti lunghi viaggi, tante immense fatiche, tanti amori e tante soddisfazioni.
Tu, con il tuo modo così  unico e spettacolare di sorprendere la vita, di stupire i cuori delle persone che hanno avuto la fortuna di attraversare il tuo Sentiero.
Hai solcato i mari della conoscenza, della coscienza e dell’ignoto per tornare da dove eri partito.
E lo hai fatto a modo tuo, con il sorriso sulle labbra e un’inconfondibile luce negli occhi. Quella stessa luce che ti ha accompagnato in ogni avventura, in ogni pericolo, in ogni sfida. E continua ad essere custodita in quello sguardo un po’ beffardo, enigmatico e seducente.
A modo tuo hai bonificato campi aridi, hai seminato campi fertili, hai annaffiato fiori di stelle.
E hai aspettato che tutto si compisse, che tutto si maturasse per coglierne l’abbondante dose d’amore che meriti, perché quella luce vera e pura non si spegnesse ma continuasse ad illuminare i passi di tutti coloro che vengono e verranno con te e dopo di te.
Le tue mani, le tue labbra, le tue orecchie, i tuoi occhi sono tutti strumenti di un’orchestra messa a disposizione per tutti, perché a tutti possa arrivare il messaggio profondo che vuoi trasmettere.
A modo tuo hai affrontato dolori e perdite, amicizie e grandi amori, lunghe e silenziose solitudini e hai continuato a solcare i mari dell’ignoto e della consapevolezza, senza paure o ripensamenti.
Sei andato, sei tornato, ti sei fermato: sempre a modo tuo.
Hai affondato con tutta la forza che hai, le tue radici nella Terra; ci hai creduto, e la tua fede ti ha premiato. Hai lottato, e il tuo coraggio ti ha salvato. Hai amato, e il tuo cuore si è riempito, e come una coppa che contiene l’incontenibile, il tuo amore si è diffuso e sparso nei cuori di noi tutti.
Noi tutti, che siamo stati accolti, nel calore di un abbraccio, nella meraviglia di un piccolo sorriso, nella confortante morbidezza di parole sagge e cariche di speranza.
A modo tuo, sei stato capace di sperimentare, di cambiare, di spezzare, di creare, di sognare.
A modo tuo sei un uomo, sei un bambino, sei un saggio, sei un incosciente, sei fragile e sei forte. A modo tuo, sei.
Sei una creatura variopinta e libera come un pesce tropicale, sei delicato come una stella alpina cresciuta selvatica nelle fenditure di una roccia, ma sei forte come la Pietra scolpita nell’eternità dei Cieli.
A modo tuo non ti sei mai accontentato di quello che eri, di quello che avevi, di quello che potevi.
A modo tuo sei riuscito ad essere quello che saresti stato, sei riuscito ad avere quello che avresti potuto ottenere, sei riuscito a fare tutto quello che avresti potuto.
Tanto avevi, tanto hai avuto, tanto hai dato. E tutto quello che hai, lo avrai. E tutto quello che sei, sempre lo sarai. E quello che puoi, sempre lo potrai.
A modo tuo riesci ad entrare e solcare le scene con i tuoi lunghi monologhi fatti di perle di fiume che si infilano tra silenzi ed accenti per formare una collana preziosa.
A modo tuo cambi i ruoli di tutti gli altri attori che recitano sul grande palco della vita, e questa eterna commedia non sarebbe così divina senza la tua presenza.
A modo tuo, nel tuo scrigno conservi antichi saperi, segreti mai confessati, amori mai dimenticati e speranze da realizzare. Conservi tante dolcezze da dispensare, tanti pensieri da dedicare, tante sorprese tutte da scartare.
A modo mio, sono grata al Destino per avermi permesso di guardare oltre i miei confini e avermi fatto scorgere una strada sterrata, in salita e nascosta dalla nebbia che ha reso incerti i miei passi nell’inoltrarmi.
A modo tuo hai aspettato che potessi scorgere dietro le apparenze una siepe di rose, un ruscello d’acqua dolce, un nido incastrato tra i fitti rami di un albero maestoso e rigoglioso, e hai lasciato che la nebbia si sciogliesse per lasciare spazio al calore del tuo sorriso e della tua inconfondibile e unica capacità di contenere tutto e tutti.
A modo nostro, ti siamo tutti riconoscenti per averci dato un posto speciale, unico e vero nel tuo giardino, per aver affondato le mani e il cuore, la coscienza e la speranza, la forza e la gentilezza nella tua Terra per ognuno di noi.
E i ringraziamenti sono soprattutto per la cura e l’attenzione con cui ogni giorno ti preoccupi di annaffiare, di potare, di rinverdire, le nostre foglie e i nostri petali perché possano crescere sempre più.
L’unico augurio che ti si possa fare è di continuare a essere semplicemente te stesso, a modo tuo.
Te lo augurano e se lo augurano tutti i cuori che hai toccato, tutte le coscienze che hai formato e trasformato, tutte le creature che hai nutrito, tutti i personaggi che hai interpretato.
Tutti, senza escludere nessuno, perché nel tuo scrigno piccino c’è uno spazio infinito.
Auguri per una nuova semina, per un nuovo raccolto, per un nuovo ramo del tuo incantevole giardino.
Auguri a modo mio, auguri a modo nostro a te, Paoletto, che ci dimostri quello che davvero conta: Essere, ciascuno a modo suo.
Angela Braghin 

Taoismo come Spiritualità Laica, religione senza Dio



Chi vede cosa?


La Spiritualità Laica è la prima forma di riconoscimento spirituale nell’uomo, che affonda le sue radici nello psichismo naturalistico, nell’intuizione analogica,  nelle espressioni sacre della coscienza prima dell’avvento di ogni religione.

Naturalmente è  possibile individuare  in alcune pseudo  religioni del passato questa “spiritualità naturale” priva di dogmi, di libri sacri e di preghiere.

Sono realmente esistite nell’evoluzione del pensiero umano almeno  tre forme “pseudo-religiose”  prive del concetto di un “Dio creatore” personale ma che mantengono la verità di un’unica matrice per tutte le cose. Questa matrice  è definita Tao o  Senza Nome, nel taoismo; Brahman o Assoluto Non-duale nell’Advaita;  Sunya o Vuoto nel buddismo.

In precedenza mi sono occupato sovente dell’Advaita e del Buddismo, sento ora giunto il momento di parlare un po' più estensivamente del Taoismo,  talvolta descritto come  la “dottrina degli umili o dei semplici”, ed in tal senso il termine “laico” abbinato a tale sentire mi sembra estremamente consono. Infatti il significato originario di laico è proprio “semplice, umile,  fuori da ogni contesto ordinativo  sociale e religioso”.

Il padre riconosciuto di questa “filosofia di vita”  fu Lao Tse.  Cominciamo con il dire che nel pensiero di Lao Tse troviamo quella condanna dell’orgoglio e del raggiungimento, fondamentale in ogni spiritualità laica.  Sullo stesso filone si pone anche  il pensiero di Nisargadatta Maharaj,  saggio laico advaita…. ma anche nel proto-cristianesimo si può avvertire  un simile intendere, ad esempio nelle parole riferite a Gesù: “Tutto ciò che è eccelso fra gli uomini è abominazione dinanzi a Dio”.  

L’orgoglio, questa follia di grandezza ascritta all’individuo,  è semplicemente un’illusione dell’uomo… poiché di fronte al Tao ogni grandezza umana è da considerarsi nient’altro che vana. E qui si comprende anche  la causa sottile della  differenza ideologica tra  Confucianesimo e Taoismo,  ma di questo argomento magari parleremo in una prossima occasione. 

Nei detti di  Lao Tse spesso e spesso ritroviamo la disapprovazione dell’orgoglio e del criterio di raggiungimento personale e ciò in virtù della legge di concatenazione dei contrari, l’alternanza dello Yang e dello Yin che è la manifestazione cinetica del Tao. Infatti allorché la forza Yang, attiva, trova il suo culmine automaticamente è sospinta verso il suo contrario Yin, passivo.  

La punizione per l’orgoglio è quindi in Lao Tse una sorta di legge naturale. “Un gran vento -egli dice- non può durare più dello spazio di un mattino. Una bufera cessa col giorno. L’armata gloriosa non vincerà in eterno. L’albero elevato sarà abbattuto”  Egli spiega nel Tao Te King  come l’orgoglio stesso sia il presagio della caduta: “Colui che si alza sulla punta dei piedi non sta ritto.  Colui che marcia a passi gloriosi non farà un lungo cammino. Colui che si esibisce non brilla.  Colui che si esalta è senza onore. Colui che si prevale del suo talento è senza merito.  Colui che fa pompa dei suoi successi non vi si mantiene.  Questi sono per il Tao eccessi di nutrimento  e umori superflui.  Tutto ciò che è sotto il Cielo ne prende nausea. E l’uomo del Tao non rivolge loro nemmeno uno sguardo!”

Questa legge fondamentale non impedisce però a Lao Tse di mantenere un atteggiamento equanime e corretto  nei confronti delle cosiddette “vie del mondo”.  “La via del Cielo –egli dice- toglie all’eccedente per compensare il mancante ma la via degli uomini meschini toglie all’indigente per aumentare il ricco” . La via del Cielo, dirà successivamente Lie Tseu (un altro taoista), è la via dell’umiltà e la via degli uomini meschini è quella dell’arroganza.  Simile concetto viene espresso  nel Libro dei Proverbi, annunciando la caduta di Babilonia: “L’arroganza precede la rovina e l’orgoglio precede la caduta”.

Ma la disistima  per l’orgoglio e la considerazione per l’umiltà  non esauriscono la “dottrina” taoista.  Lao Tse considera il Tao una sorta di Madre che genera, nutre e protegge tutti gli esseri dell’universo.  In verità  è difficile affermare se il Tao “è”  o “non è”. Nella metafisica del Tao la kenosi originaria è priva di ogni sostanziale processo,  forma  o sostanza. Ne consegue che agli occhi del nostro pensiero determinista  la “pienezza” del Tao appare simile al “vuoto”.  Il Tao è visto come un abisso senza fondo e ciò non dimeno esso dà origine a tutte le cose, un vortice caotico da cui sorge ogni armonia.

Quindi se il vero Tao  al nostro percepire determinista  appare  come un nulla, che per noi  corrisponde alla corsa verso il vuoto del sé,  esso  segna il ritorno beato  nella  matrice silenziosa, che attira  e proietta  l’esperienza del pensiero  empirico  e poi lo riassorbe nel nulla da cui proviene.  Questa kenosi del Tao procede per sua propria natura e non presuppone alcuna volontà creatrice o distruttrice. E da qui si comprende la non  valutazione taoista per un Dio personale. 

Paolo D’Arpini


In Verità... non esiste cosa nascosta che non sia manifesta


Verità

Scriveva Bernardino del Boca: "Il messaggio divino d’amore e di fratellanza di Gesù Cristo, la filosofia del Buddha, la saggezza di Socrate, l’umiltà di Leonardo da Vinci, l’esempio dei santi, dei saggi e dei pensatori di tutte le epoche, non rappresentano la cultura. Sono come le stelle in cielo, luminose e lontane, spesso dimenticate. L’uomo dimentica di contemplare il cielo come dimentica di ascoltare la voce della saggezza”.
Il cristianesimo è nato come filosofia pacifista e “porgi l’altra guancia” ed “ama il prossimo tuo come te stesso” sono i detti principali del Vangelo di Gesù. La nonviolenza di Gandhi nasce egualmente da una profonda fede verso la verità che tutti siamo parte della stessa esistenza, uomini piante ed animali.
Contemporaneamente, nel rispetto dei vari elementi del creato, permane la coscienza che la terra, l’acqua, l’aria, etc. sono beni comuni che non debbono essere alienati all’uomo ed agli altri animali. Forse come non mai oggi sento che l’attuazione di una proposizione ecologista profonda, disgiunta dal credo religioso, sarebbe oltremodo necessaria per garantire la continuità della civiltà umana... per non parlare della sua sopravvivenza “bruta” (anche in considerazione dell’alienazione sempre più forte con i cicli naturali e l’avvelenamento dell’habitat).
La specie umana è in continua evoluzione e così dovremmo poter prendere coscienza che il nostro vivere si svolge in un contesto inscindibile. Di fatto è così... solo che dobbiamo capirlo e viverlo, prima a livello personale e poi a livello di comunità. Ognuno può e deve "comprendere" la necessità di riequilibrare la sua alimentazione ed il suo stile di vita non sentendosi però obbligato da una ideologia o da una spinta etica... la maturazione deve avvenire per auto-consapevolezza ecologica e fisiologica.
Capisco che questa condizione esistenziale richiede una maturazione individuale ed un riavvicinamento alla propria natura originale che non può essere il risultato di una “scelta” o di un “credo” … La vita al momento opportuno e con i modi che gli sono consoni condurrà l'uomo verso la sua natura originale...
Questo ritorno, questa coscienza di Sé nell’Esistenza universale, non è una esperienza particolare, non ha bisogno di nomi o di attributi, è semplice Riconoscersi in Ciò che è....
di Paolo D'Arpini

 Fonte: http://www.aamterranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/Non-e-la-religione-che-puo-salvare-l-uomo-ma-la-consapevolezza-di-Se


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Di questo e simili temi se ne parlerà durante la Tavola Rotonda "La Memoria è nel Seme" che si tiene al Circolo vegetariano VV.TT. di Treia l'8 dicembre 2013.  Programma in locandina:


Ipotesi sulla non esistenza fisica di Gesù Cristo


Calcata - Foto di Gustavo Piccinini

In seguito ad un virulento scambio di pareri intercorso  un po' di tempo fa con alcuni "credenti"  ho sentito l’esigenza di riportare qui un argomento scottante, che già in passato fu per me motivo di discussione, si tratta della “Favola di Cristo”,  ovvero la  ricerca storica sulla non esistenza fisica di Gesù di Nazareth. 
Esiste un libro così intitolato scritto alcuni anni fa dall’amico  Luigi Cascioli (vedi link sottostante)  e  -dopo averlo letto- compresi come fosse importante ripristinare una verità storica su  fatti alquanto nebulosi, che vengono in realtà confermati dalla sola voce ecclesiastica dei papi e del vaticano. La storia si sa é solo convenzione ma quando una religione come quella cattolica pretende di essere detentrice di una verità salvifica incontrovertibile occorre una certa cautela ed un’analisi approfondita sulle origini di questo messaggio…
Personalmente sono  cresciuto  in seno ad uno spirito agnostico, la mia origine essendo ebraica, ma convertitosi mio nonno al cristianesimo (per ovvi motivi) durante il ventennio, il risultato fu quello  di cancellare di fatto all’interno della mia famiglia ogni credenza religiosa. Formalmente cristiano e persino ex allievo dei Salesiani pian piano  portai avanti la mia ricerca sino a considerare la superiore validità di filosofie alquanto atee, come ad esempio il Buddhismo, l’Advaita Vedanta od il Taoismo. Infine smisi di interessarmi di qualsiasi religione abbracciando consapevolmente la via sincretica della Spiritualità Laica, di cui mi son fatto anche portatore.
Ciò avvenne in seguito alla diretta esperienza della veridicità e realtà del Sé interiore che supera, pur integrandolo, qualsiasi concetto di Dio o di separazione fra gli esseri.  Comunque per amore di “verità” speculativa e storica non ho mai tralasciato di occuparmi di “santi” (nell’accezione laica del termine) anticamente vissuti  come Gesù, Lao Tze, Buddha, o personalmente conosciuti  come Swami  Muktananda, Karmapa,  Nisargadatta Maharaj e numerosi altri…
Non ho mai voluto cancellare l’uomo, per me la capacità dell’uomo di manifestare il “divino”  e la saggezza é motivo di grande “orgoglio” per la comune appartenenza alla specie umana. Per questa ragione ho sempre cercato -o forse desiderato- l’esistenza di santi del calibro di Gesù, Maometto e Buddha… 
E qui ritorno al libro di Luigi Cascioli  in cui si nega l’esistenza fisica di Gesù… o per lo meno la inquadra in un contesto ed in una manifestazione diversa da quella propugnata dal vaticano e dalle varie chiese cristiane.
Beh, non voglio però negare libertà di espressione e ricerca. 
Pertanto qui di seguito riporto alcuni  elementi di ricerca sull’esistenza o meno di Gesù Cristo.
“La favole di Giovanni di Gamala, ovvero la favola di Cristo”, di Luigi Cascioli (che ha citato in giudizio Don Enrico Righi per abuso di credulità popolare e sostituzione di persona).
“Gesù lava più bianco. Ovvero come la Chiesa inventò il marketing”, di Bruno Ballardini
“Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede”, di Maurizio Ferraris

e poi naturalmente i Vangeli stessi... 

Paolo D’Arpini

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Per leggere il libro "La Favola di Cristo" di Luigi Cascioli:
http://www.antiguatau.it/doc-scarico/La%20Favola%20di%20Cristo,%20Luigi%20Cascioli.pdf



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Nota aggiunta: 



Foto


Commento di  Pier Tulip: "Per quanto riguarda la dichiarazione sulla non esistenza di Gesù fatta dal papa  Paolo III ho potuto trovare la fonte in un autore dell'ottocento Maurice Lachâtre in Histoire des papes. Sarebbe contenuta in una lettera dell'ambasciatore Diego Hurtado de Mendoza a Carlo V. L'ho riportata in appendice del mio libro perché non trovo nessuna discrepanza in quanto avrebbe dichiarato Paolo III con il risultato della mia ricerca. Mi sembra impossibile quindi che possa essere considerata falsa."

Il risveglio è una fioritura, che avviene da sé, al momento opportuno...




Il Risveglio  non può essere indotto negli altri con le parole, avviene spontaneamente alla presenza di un'anima realizzata, per simpatia innata,  ed  in essa si riconosce se stessi, l’Essere come veramente è, completo, puro, reale, perfetto, senza paure e senza desideri.

Ma non si possono reprimere paure e desideri con un atto di volontà, la scomparsa di paure e desideri  avviene naturalmente, quando scoprendo e amando il nostro vero Sé, non abbiamo più paura di nulla e non abbiamo più desideri.

Così possiamo seguire le due vie, i due sistemi indicati dai santi: "ama il prossimo tuo"  e  "conosci te stesso".

Ovvio che gli altri fanno parte di noi, capendo noi stessi e conoscendoci, conosciamo e capiamo gli altri, e conoscendo gli altri capiamo meglio noi stessi, nei momenti bui e in quelli luminosi, e possiamo rifletterci e far “riflettere” gli altri in noi.

Prestando attenzione al Sé, che  è in  tutti,  possiamo tranquillamente dimenticare il nostro ego, che ci porta sempre e comunque a contrapporci, a differenziarci, a metterci in opposizione con ciò che noi, ciecamente, vediamo diverso, ma che fa parte dello stesso uno. A volte  l’ego viene smascherato  ed allora esce dal cuore una sonora risata: "ti ho scoperto!".  Anche se lui spesso è ancora lì a prendersi, immotivatamente e dannosamente, di nuovo, il suo spazio.

Si dice che quando arriviamo a conoscerci e accettarci completamente, le nostre azioni sono consone alle circostanze ma non hanno finalità particolari, non abbiamo bisogno di combattere alcuno, possiamo amare indefinitamente e senza condizioni il resto del mondo.

L’evoluzione procederebbe così e può procedere così non tanto o non solo per tentativi ed errori, ma tramite quello pseudopodo evolutivo, che tira l’intero corpo cellulare in avanti……..

La complementarietà porta all’equilibrio, alla visione chiara dei due aspetti, allo spirito e alla materia, al buio e alla luce, al moto e all’inerzia, nella comprensione che siamo tutti uniti, e “dolore e piacere sono le creste e gli avvallamenti nell’oceano della beatitudine. In profondità c’è la pienezza assoluta”  (Nisargadatta Maharaj)

Caterina Regazzi 


Il passato ritorna? - "La corte dei miracoli, ieri ed oggi..."


LA COUR DES MIRACLES (la Corte Dei Miracoli) – Dei centomila abitanti della Parigi medievale, almeno trentamila erano indigenti – La spianata sulla quale è stato eretto il museo Pompidou, agli inizi del XIII secolo era storicamente conosciuta come “La Cour des Miracles”, un quartiere misero, rifugio di gente in fuga dal mondo, una borgata “esclusiva e riservata” considerata un luogo “maledetto” dove terminavano delinquenti, assassini, ladri, prostitute e protettori. Qui si rifugiavano il pugnalatore notturno e il tagliagole in pericolo, gli accattoni e i malviventi capeggiati dal Gran Chef de Bande. Tutti rientravano alla sera tranquilli e impuniti alla “””Corte dei Miracoli””, un ricovero sicuro dopo aver vissuto l’intera giornata nell’illegalità e in attesa di prendere l’indomani le stesse tristi e illecite attività. Del resto l’appellativo “Corte dei Miracoli” deriva dal fatto che spesso i mendicanti fingevano delle menomazioni che poi scomparivano come per miracolo, una volta che questi rientravano nelle loro abitazioni, nel loro riprovevole quartiere colmo di cialtroni, di poveri, di ignoranti, di ferocia, miseria, fango e freddo. Un dedalo di stradine strette e angusti vicoli bui e tenebrosi che si intersecavano in questa zona quasi a formare un groviglio inestricabile che rendeva difficoltoso l’accesso ai soldati e a chiunque volesse avventurarsi senza essere del “popolo”. Nelle disagevoli e sporche viuzze accadeva ogni tipo di trasgressione e gli assassini erano il vero tribunale di giustizia. Ogni categoria di poveri residenti nella “Corte” aveva i suoi segni distintivi, una propria gestualità, i suoi riti e cerimonie.  Nel “ghetto” era uso parlare un gergo di malaffare, quello stesso “jargon” misterioso e affascinante che divenne in seguito famoso nei pittoreschi racconti della “Corte dei Miracoli”, ne è un esempio le ballate “argotiques”, comprensibili solo agli iniziati, in cui vive il famoso “Argot” ovvero la lingua usata dalla mala per non farsi intendere dagli sbirri del re.  Nella borgata non mancavano i poveri diavoli come gli straccioni, i dannati, le persone denutrite e alcolizzate, i malati nel corpo e nella mente di ogni tipo, dai pazzi ai lebbrosi e tanti vecchi e bastardi dediti all’accattonaggio e a mendicare. Nel quartiere ferveva una vita convulsa con venditori ambulanti, acrobati, cantastorie, musici e incantatori di serpenti che vivevano in un ambiente totalmente privo di case decenti con strade piene di escrementi umani e spazzatura di vario genere. Era preferibile non parlare e più in generale non entrare nell’occhio dello sguardo collettivo, perché era forte il rischio di poter essere accusato di stregoneria, più per gli atteggiamenti che per reali credenze religiose. La situazione alimentare era disastrosa; di cani, gatti ed anche topi non vi era traccia perché finivano tutti in pentola a causa della gran fame. Le condizioni igieniche erano indescrivibili, le fognature inesistenti e tutto ciò era il miglior viatico per l’espansione di epidemie contagiose cui segni si potevano vedere sulla gran parte della popolazione. Un quartiere fetido e fangoso, un ambiente tanto sporco da sembrare una cloaca a cielo aperto. Senza via di sfogo.
La “Corte dei Miracoli” ha sempre suscitato un fascino particolare tra i romanzieri. Ricordiamo Victor Hugo, tra le sue maggiori opere troviamo “Notre-Dame de Paris”, un bellissimo romanzo storico, dove il punto di forza è la descrizione dei vicoli della “Corte dei Miracoli” con i suoi vagabondi, pazzi, derelitti, teatro di una pittoresca festa dei buffoni con l’intento di eleggere il “Papa dei Folli”.
(Franco Stobbart)
Ieri: Corte dei miracoli

Dei centomila abitanti della Parigi medievale, almeno trentamila erano indigenti – La spianata sulla quale è stato eretto il museo Pompidou, agli inizi del XIII secolo era storicamente conosciuta come “La Cour des Miracles”, un quartiere misero, rifugio di gente in fuga dal mondo, una borgata “esclusiva e riservata” considerata un luogo “maledetto” dove terminavano delinquenti, assassini, ladri, prostitute e protettori. 

Qui si rifugiavano il pugnalatore notturno e il tagliagole in pericolo, gli accattoni e i malviventi capeggiati dal Gran Chef de Bande. Tutti rientravano alla sera tranquilli e impuniti alla “Corte dei Miracoli”, un ricovero sicuro dopo aver vissuto l’intera giornata nell’illegalità e in attesa di prendere l’indomani le stesse tristi e illecite attività. Del resto l’appellativo “Corte dei Miracoli” deriva dal fatto che spesso i mendicanti fingevano delle menomazioni che poi scomparivano come per miracolo, una volta che questi rientravano nelle loro abitazioni, nel loro riprovevole quartiere colmo di cialtroni, di poveri, di ignoranti, di ferocia, miseria, fango e freddo. 

Un dedalo di stradine strette e angusti vicoli bui e tenebrosi che si intersecavano in questa zona quasi a formare un groviglio inestricabile che rendeva difficoltoso l’accesso ai soldati e a chiunque volesse avventurarsi senza essere del “popolo”. Nelle disagevoli e sporche viuzze accadeva ogni tipo di trasgressione e gli assassini erano il vero tribunale di giustizia. Ogni categoria di poveri residenti nella “Corte” aveva i suoi segni distintivi, una propria gestualità, i suoi riti e cerimonie. Nel “ghetto” era uso parlare un gergo di malaffare, quello stesso “jargon” misterioso e affascinante che divenne in seguito famoso nei pittoreschi racconti della “Corte dei Miracoli”, ne è un esempio le ballate “argotiques”, comprensibili solo agli iniziati, in cui vive il famoso “Argot” ovvero la lingua usata dalla mala per non farsi intendere dagli sbirri del re. 

Nella borgata non mancavano i poveri diavoli come gli straccioni, i dannati, le persone denutrite e alcolizzate, i malati nel corpo e nella mente di ogni tipo, dai pazzi ai lebbrosi e tanti vecchi e bastardi dediti all’accattonaggio e a mendicare. 

Nel quartiere ferveva una vita convulsa con venditori ambulanti, acrobati, cantastorie, musici e incantatori di serpenti che vivevano in un ambiente totalmente privo di case decenti con strade piene di escrementi umani e spazzatura di vario genere. Era preferibile non parlare e più in generale non entrare nell’occhio dello sguardo collettivo, perché era forte il rischio di poter essere accusato di stregoneria, più per gli atteggiamenti che per reali credenze religiose. La situazione alimentare era disastrosa; di cani, gatti ed anche topi non vi era traccia perché finivano tutti in pentola a causa della gran fame. 

Le condizioni igieniche erano indescrivibili, le fognature inesistenti e tutto ciò era il miglior viatico per l’espansione di epidemie contagiose cui segni si potevano vedere sulla gran parte della popolazione. Un quartiere fetido e fangoso, un ambiente tanto sporco da sembrare una cloaca a cielo aperto. Senza via di sfogo.
La “Corte dei Miracoli” ha sempre suscitato un fascino particolare tra i romanzieri. Ricordiamo Victor Hugo, tra le sue maggiori opere troviamo “Notre-Dame de Paris”, un bellissimo romanzo storico, dove il punto di forza è la descrizione dei vicoli della “Corte dei Miracoli” con i suoi vagabondi, pazzi, derelitti, teatro di una pittoresca festa dei buffoni con l’intento di eleggere il “Papa dei Folli”.
Franco Stobbart


Oggi - Corte dei miracoli

Evoluzione della specie attraverso le due forme di intelligenza quella analogica e quella logica


Cingoli - Caterina Regazzi e Paolo D'Arpini


Parità di coscienza nella differenza di genere

Scrive Caterina Regazzi: Mi chiedo in base a quello che dice Paolo e non solo, come mai se le donne all’epoca del matriarcato sceglievano i maschi in base alle qualità positive di questi, come la solidarietà, la cura verso la prole (?), la disponibilità (in che senso?), il senso di appartenenza alla comunità, e io ci metterei la capacità di proteggere la comunità e la capacità di procacciare il cibo (o anche questo era appannaggio delle donne visto che all’epoca saranno stati vegetariani o per meglio dire, frugivori?) allora come mai poi c’è stata questo cambiamento di rotta verso il patriarcato?

Forse la scelta dei maschi non era stata così attenta? la scelta del compagno forse é ancora oggi appannaggio della donna, quando c’è a disposizione una popolazione maschile entro cui scegliere, e così l’accudimento della prole durante l’infanzia, tranne casi isolati… siamo ancora noi responsabili dello sviluppo emotivo dei giovani uomini e delle giovani donne, ma essendo isolate l’una dalle altre non abbiamo più quella che Sabine chiama “la forza dello sciame” e siamo noi e solo noi che possiamo riscoprire il valore di questa comunità femminile, non dobbiamo aspettare che siano gli uomini a concedercela, no?

Caterina Regazzi

………..

Risposta:

La domanda di Caterina è molto significativa… e merita un’accurata risposta. Ma allo stesso tempo non può essere una risposta esaustiva e definitiva perchè nel rispondere su questo tema si mettono in gioco energie che sono ancora in movimento.

L’evoluzione mentale della nostra specie, come diceva lo stesso Ramana Maharshi, non ha mai fine.. Attenzione si parla di “mente” non di ” pura consapevolezza”. La mente individuale ed anche quella collettiva sono costantemente in un processo di conoscenza -in divenire-, quindi il percorso è illimitato e perfettibile, mentre la “pura consapevolezza” (il Sè) è al di là dello spazio tempo e non può essere misurata in alcun modo. In Cina viene definita Tao, in India la chiamano Atman, noi spiritualisti laici la conosciamo come lo Spirito Universale o Forza Vitale.

Tornando alla mente, diciamo che ad un certo punto della nostra storia il processo di maturazione intellettiva aveva consentito alla donna di assumere l’autoconsapevolezza psicofisica e quindi di prendere coscienza dell’io, uno stadio che tutti gli zoologi conoscono bene quando analizzano i comportamenti degli animali, per vedere se essi sono in grado di riconoscersi allo specchio, ad esempio, o in altre forme.

Ovviamente non si tratta dell’autoconsapevolezza del Sé (nel senso superiore) ma della coscienza di rappresentare uno specifico nome forma, ovvero la mente ed il corpo… insomma si tratta dell’ego.

Ma l’ego è una pietra miliare importante per lo sviluppo della coscienza. In ogni caso la crescita intellettuale deve partire dall’ego. Quindi allorchè questo stadio venne raggiunto da un’ipotetica “prima donna” (quella Eva che gli scienziati definiscono la madre di tutte le madri, sulla base del messaggio DNA mitocondriale contenuto nel midollo spinale femminile), sorse il problema di come elevare nell’uomo (s’intende il maschio) lo stato di autocoscienza e giudizio.

Per far ciò era possibile la sola via genetica, quella della trasmissione di certe caratteristiche ritenute evolute. Però nelle società matriarcali antiche l’uomo non poteva esercitare (perchè non in grado) ruoli di responsabilità sociale, o poteva farlo molto limitatamente, per cui si rese necessario nel gioco dell’evoluzione della specie che l’uomo assumesse su di sè la conduzione della società umana. Da qui la nascita del patriarcato, con il bene ed il male che ne consegue. Il bene è la ragione portata alle sue vette, il pensiero astratto, la filosofia, etc. il male è la dominanza e lo sfruttamento “utilitaristico” non solo delle donne ma anche delle altre specie e delle risorse naturali.

Oggi siamo arrivati al punto in cui l’uomo (il maschio) ha compiuto i passi necessari per pareggiare il suo livello di autocoscienza ed intelligenza a quello della donna. Pertanto non è più necessario il mantenimento del patriarcato, che è stato comunque utile nel piano di sviluppo globale della specie umana -come lo fu il matriarcato precedentememente.

Ora il maschile ed il femminile possono camminare fianco a fianco utilizzando entrambe le capacità mentali all’unisono. La capacità analogica (femminile) e quella logica (maschile). L’integrazione di queste due forme d’intelligenza consentirà -come anche afferma lo psicologo Michele Trimarchi- alla specie umana di compiere il successivo passo evolitivo.. verso una più matura “coscienza spirituale” (laica).

Se non si autodistrugge prima…


Paolo D'Arpini

La logica naturale del Mu di Masanobu Fukuoka

"Ogni cosa nel mondo naturale straripa di vita" (Masanobu Fukuoka)



Leggiamo qualcosa tratto da La rivoluzione di Dio, della natura e dell'uomo di Masanobu Fukuoka, il creatore dell'agricoltura naturale:
 
"La sola ottica da cui possiamo far luce sulla vera mente è quella del Mu (il nulla).

Qual è l'ottica del Mu? È quella della gente prima di diventare consapevole di sé. È l'ottica che precede l'origine di una mente come quella di Cartesio quando disse: «Penso, dunque sono».
Solo coloro che si trovano in una posizione precedente al «penso, dunque sono» possono cogliere e chiarire la vera natura della vera mente. In altre parole, solo la mente dimentica di sé può conoscere la mente.


L'«io» a cui Cartesio si riferiva, non è nulla più dell'ego. [...]
Quando l'uomo primitivo mangiò la prima volta il frutto dell'albero della conoscenza e arrivò a possedere la conoscenza discriminante, la specie umana perse la sua mente originale e cadde nello stato della pecora smarrita. [...]


Se ci dedichiamo con tutto il cuore alla vita, la morte scompare e se conosciamo il vero aspetto del mondo, allora il mondo dopo la morte svanisce. Se guardiamo con gli occhi di Dio (senza mente), non c'è né vita né morte, né questo mondo né un aldilà. Tutto quello che c'è è la vita di questo mondo. [...]


Quando ritorniamo a un io senza ego e guardiamo con semplicità e ci abbandoniamo fra le braccia della natura spensierata, allora improvvisamente il pieno aspetto di Dio si schiuderà ai nostri occhi. Dio, la natura e l'uomo sono un corpo solo. Se ci svegliamo all'io senza sé, l'idea dell'io e dell'altro scompare [...].


Quando il valore delle cose svanì e capii che la gente non ha conoscenza e che le cose non hanno nome, capii per la prima volta che questo mondo è paradiso. Vidi che ogni cosa nel mondo naturale straripava di vita, cantando con piacere e ballando per la gioia. [...]


Quando e come è nata la conoscenza umana?
La conoscenza umana comincia dal momento in cui un bambino vede la luna che galleggia nel cielo e dice «la luna». Quando il bambino [...] diventa consapevole della luna, discrimina fra un soggetto che è «io» e un oggetto che è la luna e arriva a conoscere la cosa chiamata luna che sta in opposizione a sé.


La conoscenza umana non è altro che sapere discriminante, un sapere relativo che discrimina fra sé e l'altro" (pp. 74-78; 91).

La pratica meditativa è la prova provata della realtà precedente al penso, dunque sono, di quello spazio vuoto che ne è la premessa. Ma soprattutto è il ritornare a quella mente dell'origine precedente a qualsiasi dualismo, a qualsiasi frattura cioè tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto, alla separazione tra partenza e meta, tra vita e morte, tra esistenza e l'oltre. È il finalmente cadere liberatorio in quel presente in cui tutto ciò che è separativo, distinzione rispetto all'attimo presente e supremo brucia all'istante.


È quella consapevolezza muta, è quell'essere-con, quella così perfetta immersione del soggetto nell'oggetto, che non c'è nessun soggetto e alcun oggetto. È quella realtà precedente a qualsiasi verbalizzazione dell'esperienza, che non sarebbe altro che discriminare, fratturare la realtà stessa, originaria. Ogni descrizione di quel picco realizzativo sarebbe ricadere nel mentale, nel concettuale, nel discorso del sapere: triste lontananza dall'immersione anonima nel flusso senza perché.

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Non c'è bisogno di afferrare la mente (Niu-tou)

Non c'è bisogno di afferrare la mente
né di costringerla a calmarsi:
allora ci sarà la quiete!
Essere senza mente
è essere vuoto di oggetti.
Il vuoto di oggetti è la natura vergine,
la natura vergine è la Grande Via!
La natura dell'assoluto
è la spontaneità!
Non c'è alcun luogo
che non sia la Via!
Quando il vostro palmo è rivolto verso il cielo
nessuno vi domanda dove è andato!
Nessun veicolo
è ciò che chiamo il veicolo supremo!
Il fuoco devasta le montagne,
il vento piega gli alberi,
le valanghe seppelliscono gli animali selvaggi,
le piene annegano i rettili.
Con una tale mente si può uccidere.
Ma se sussiste la minima esitazione,
se c'è concetto di vita e di morte,
c'è una mente in funzione
e uccidere una formica in queste condizioni è un crimine.
L'ape succhia il nettare dai fiori,
gli uccelli si nutrono di castagne,
il bufalo di fave,
il cavallo di praterie.
Senza l'idea del possesso
una montagna vi appartiene,
ma senza questa libertà una foglia vi lega!
Il cielo circonda la terra,
lo Yang si unisce allo Yin,
la pioggia scorre nelle grondaie,
le sorgenti si riversano nei ruscelli.
Quando le passioni generano la diversità
anche l'unione con la vostra donna vi contamina.
Se vi attaccate all'esistenza di una mente,
questa persisterà anche nel samadhi.
Se vi liberate della mente,
persino nella riflessione siete liberi!
Il vento non ha mente.
Il maestro lascia apparire i suoi pensieri.
Se al momento della morte
trattenete i vostri lamenti,
date spazio all'ego.
Se comprendete queste cose,
movimento e immobilità sono in accordo con la Via.
Non c'è ostacolo né ostruzione!
Eliminate dunque le vostre opinioni,
invece di discutere su quelle degli altri!



Scuola di Filosofia Orientale

Sacerdoti e sacerdotesse uniti per salvare la religione cristiana dell'amore universale



A metà ottobre del 2013 ho partecipato al Festival della Laicità, che si teneva a Pescara, e lì ho conosciuto una donna molto semplice ed intelligente, pastore valdese. Tra l'altro la chiesa valdese aveva sponsorizzato il convegno attraverso la cessione dell'8 x mille agli organizzatori. 

Solo un paio di giorni fa, mentre bevevo il mio cappuccino bollente nel solito baretto di Treia, ho letto un articolo di mezza pagina che parlava di una sacerdotessa cristiana anglicana "che ha tutte le intenzioni di scalare i vertici ecclesiastici fino a diventare vescovo". 

Beh, magari la forma arrivistica non è la migliore però mi sembra giusto che le donne potessero accedere al sacerdozio, anche nella religione cattolica, fino a ricoprire i più alti gradi pastorali, quelli vescovili. Non vorrei che le donne diventassero cardinali o papa non perché ritengo che non siano degne  ma soltanto perché (come già affermato in più occasioni) sarebbe opportuno che queste cariche "da principi e sovrani" scomparissero nella chiesa, fermandosi all'investitura vescovile che pur sempre rientra nel servizio ordinario per i fedeli.   Le donne, senza alcuna proibizione di Gesù in tal senso, sono  state  escluse dal sacerdozio e nel medio evo addirittura erano indicate "prive di anima, incantatrici, messaggere demoniache e streghe". 


Eppure la donna non è solo l'altra metà del cielo è invero la rappresentazione vivente  della Madre Universale, ovvero di Dio. E Dio stesso ha creato i sessi ed il piacere sessuale come forma di incentivo alla procreazione e  come forma di "gioia di vita". 

Inoltre se facciamo un’analisi accurata sui processi emozionali e fisiologici scopriamo che in verità non c’è una reale scissione fra i sentimenti cosiddetti “puri” e lo “sconvolgimento” ormonale fisico. L’estasi è una forma di orgasmo e l’amore nelle sue varie forme ha sempre una componente fisica, con rilascio di endorfine nel corpo.

Persino nello yoga viene descritto il processo di risalita dell’energia “femminile” Shakti/Kundalini, lungo il canale spinale, come una sorta di viaggio verso il ricongiungimento con l’aspetto “maschile” Shiva… ed è da questa unione che sorge la piena consapevolezza di Sé (della presenza di Dio al nostro interno).

Anche nell’esperienza empirica della vita quotidiana scopriamo che il maschile e il femminile, che sono aspetti funzionali alla manifestazione duale della vita, tendono continuamente verso la congiunzione. Forse esteriormente possono anche non apparire in forma propriamente maschile o femminile  ma sicuramente assumono una forma “attiva e passiva”, o Yin e Yang se preferiamo una terminologia taoista.

Quindi bisogna partire dal presupposto che l’energia sessuale non è antagonista all’espressione religiosa, ed all'amore universale, anzi ne è la componente cinetica.

Ma nella religione cattolica la parola “amore” viene spesso ancora  utilizzata in modo contorto ed alienante, ad esempio  la gerontocrazia vaticana ha abusato della santissima parola amore della quale non conoscono il significato, compreso forse meglio duemila anni fa da un Cristo che certamente non avrebbe permesso quella pedofilia ed il favoreggiamento di essa perpetrata  per mero sfruttamento sessuale di bambine e bambini da preti e prelati frustrati e senza 

scrupoli.....





Allora appare evidente che la prima cosa da fare per salvare la "religione cattolica", sarebbe quella di consentire il matrimonio ai preti, seguito immediatamente dall’apertura al sacerdozio femminile e successivo abbandono del meccanismo di potere politico ed economico vaticano. 

Paolo D'Arpini

In veste di Anti-papa