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"Compagni di viaggio" di Paolo D'Arpini - Riraccontato da Lorenzo Merlo


Compagni di viaggio
Un libro per essere l’infinito

Qualche considerazione generata dalla lettura del nuovo libro di Paolo D’Arpini, Compagni di Viaggio.

di Lorenzo Merlo 200320


«Nonostante il contenuto più evidente di questo libro siano i racconti degli incontri di Paolo con vari santi e saggi, incontri diretti, fisici, ma a volte solo indiretti, i personaggi descritti e ricordati hanno avuto per Paolo, e indirettamente avranno sul lettore, lo scopo di aiutarlo a scoprire il proprio Sé». [Dalla Postfazione di Caterina Regazzi.]

È in queste poche parole il centro di un libro e di un Maestro. Titolo che certamente non gli aggrada. Come non rinuncia a precisare Paolo, un maestro non è altro da noi. Noi riconosciamo e poi eleggiamo il nostro maestro a mezzo di un sentimento sottile ma preciso. Nessun maestro che si professa tale lo è, ovvero, è più simile a un imbonitore.

Non solo, chiamare, pensare, credere di essere un maestro è un’ambizione positivista che alimenta il mondo duale. Molti non attendono che il titolo per poterlo vantare, per poter ritenersi ed essere ritenuti superiori a chi ne è sprovvisto. Ma quell’arroganza, apparentemente dovuta e considerata innocua, in contesto spirituale, energeticamente parlando è una specie di ossimoro. Non averne coscienza è una falla per sé e per eventuali innocenti discepoli.

Semmai siamo noi che eleggiamo qualcuno a maestro. Dire, quello è il mio maestro, è sempre richiamare l’emozione, è sempre camminare su quel ponte di energia sul quale era transitato qualcosa di importante per noi.

Tuttavia nell’eleggere qualcuno, c’è un rischio residuo e di un certo valore. Quello di perdere di energia. Adagiarsi sulla parola del maestro è interrompere la propria personale ricerca. La fatica, la dedizione, il perdersi, il ritrovarsi non solo non sono delegabili, ma sono il cuore di chi è sulla via. L’esperienza non è trasmissibile. Chi non ha sufficiente motivazione rimarrà permanentemente a cena con i luoghi comuni della spiritualità, senza saperla ricreare.

Non a caso, alcuna saccenza o distanza, tra Paolo D’Arpini e il lettore, traspare dalle pagine di Compagni di viaggio, in cui vi si legge l’arco evolutivo di una persona che, in un certo senso, all’anagrafe e solo lì, è Paolo D’Arpini.

«Avete visto quella faccia della foto in vetrina… chi è quello, sono forse io?
Potrei dire di sì ed anche di no… Sono io per le convenzioni del mondo, non sono io perché l’io non può essere fissato ad un’immagine momentanea e mutevole
».

Mettersi a nudo non è per tutti. Anche chi vanta di aver superato vanità e orgoglio ha i suoi angoli che con maestria cela al prossimo e, spesso, a se stesso, per proteggere la propria immagine.

«Molto scettico, quasi ostile, verso tutto quell’interesse paraspirituale che era sorto in Europa dopo il ’68. E io il ’68 l’avevo fatto, e anche il ’69, il ’70 e tutti gli anni a seguire, insomma avevo vissuto nel vortice, ero un intellettuale, un illuminato, che ci andavo a fare in mezzo ai guru?».

Raccontando le sue esperienze, il suo pensiero e gli eccessi di gioventù non così virtuosi, crea in noi un corto circuito emozionale che ce lo fa vivere fratello. L’intimità diviene un momento di bellezza al quale non possiamo, né vogliamo sfuggire. Il libro è anche questo. Oltre poi, anche il ritorno all’equilibrio.

Non mancano, invece, gli aneddoti di quell’epopea spirituale italiana e non solo. Quel periodo avviatosi in corrispondenza dei movimenti giovanili e operai del finire degli anni ’60 del secolo scorso. E, insieme agli aneddoti, ecco comparire i lati formali, i volti, i modi di personaggi, noti e meno noti, che davano la materia a quegli incontri, domestici e internazionali. Uomini come noi, semplicemente divenuti consapevoli che la dimensione duale, nella quale il pensiero è sempre su un ring eternamente pronto a prenderle e a darle, non è intellettualmente e razionalmente superabile.

Dunque una raccolta di insegnamenti a volte identici ma di estrazione diversa, provenienti da personaggi noti e sconosciuti
Storie e leggende minute che hanno scatenato grandi consapevolezze. Sì, perché l’accesso alla realtà, sempre identica a noi stessi, dalla porta della nuova consapevolezza è sempre piena di significato, di senso della vita.

Compagni di viaggio è dunque una storia di vita, di evoluzione, che chiunque può ripercorrere attraverso i propri sentieri, che può ricreare tramite la propria natura. In esso sono sparse molte risposte che tutti i ricercatori si pongono.

«[…] sperimentai il “risveglio della Kundalini” alla presenza del mio Guru, a volte credevo di impazzire o che ci fosse Lsd nel cibo».

Oltre alla nostra dedizione, serve un fatto estetico, emozionale per provocare una presa di coscienza – e ognuno ha la sua e il suo momento – affinché la consapevolezza d’essere tutti espressioni dell’Uno, come per ogni foglia di una pianta, ci permetta di accedere a una realtà differente, ad un se stessi diverso, a relazioni altre. Non più prevaricate dall’io ma capaci di compassione, gratitudine, amore. Una realtà non più composta da parti separate, ma riconoscibile come un intero, diviene evidente, altrettanto quanto il presuntuoso tentativo della scienza moderna che crede di poterla separare in parti indipendenti.

Aderire, identificarsi a un punto di vista, significa sostenere la dimensione duale della realtà. Un fatto tutt’altro che innocuo, visto che quell’identificazione costituisce la brace dalla quale ripartiranno gli incendi personali e storici. I semi del dolore e del malessere hanno residenza proprio lì.

Ritenere di dover difendere la propria opinione è una specie di cartina di tornasole metafisica che ci informa sul nostro stato di emancipazione da noi stessi.

I punti di vista sono sempre da difendere con le unghie, sempre implicano fideismo e dogmi ideologici, i genitori dei conflitti.

Il Sé è uno per tutti, sebbene nascosto e zittito sotto strati di consuetudini scambiate per verità.

Consapevoli di questa unità, diveniamo capaci di imparare oltre che dai Maestri che sono stati di Paolo, da chiunque e da ogni tradizione. Sia l’I Ching, l’astrologia, Jung, come si comporta l’acqua, cosa fa il fuoco o l’ortolano sotto casa.

«Se il mistico ignora i segreti del mondo mi chiedo l’oste da chi li ha imparati».
Hafez, 1315-1390

Insegnamenti elettivi li chiama Paolo, quelli che emergono o avvengono senza la necessità di uno spunto intellettuale. Semmai il ponte è emozionale. Dunque, un fatto energetico si direbbe. Un transito di spirito, da chi ne dispone, a colui che è pronto a riceverlo. Una specie di maieutica naturale o, ancora, energetica. In pratica si assiste ad un risveglio illuminante che contiene nuove consapevolezze, perciò nuove realtà. “Nuove”, in corsivo perché sempre erano state in noi.

Ma nulla di tutto ciò, di questa magia, si compie senza la nostra esigenza purché espressa nel non-fare.

Molti sono gli angoli reconditi e bui in cui albergano autoreferenziali, segrete meschinità egoiche. La luce, per scoprirle e vederne il significato, può giungerci in dono da chiunque. Essere in ascolto invece che in affermazione, amplia considerevolmente la popolazione dei donatori.

«Significa accettare sia la gloria che l’infamia, sia il successo che l’insuccesso, sia il riconoscimento che l’offesa».

Nel Sé non v’è incertezza di verità. Nel Sé si ricompone l’Uno, quella dimensione ancestrale in cui gli opposti si riuniscono e si spiegano. Nel Sé gli uomini vivono il segreto della Trinità, come la chiamano i cristiani. Sanno di essere individui, sanno di essersi liberati dai laceranti vincoli della dualità. Leggeri realizzano l’amore e la gratitudine, senza che nessuno glielo indichi, riconoscono l’Uno ovunque osservino.

Nel Sé non c’è neppure bisogno di portare argomenti per sostenere la meditazione come fonte di equilibrio, guarigione e salute. Attraverso essa ci riallineiamo al flusso energetico che vizi ed egoismi avevano interrotto, producendo malesseri e malattie a vario stadio. Non a caso se si dovesse cercare l’opposto della meditazione, incontreremmo le forme-pensiero. Vere entità che ci divorano lo spirito nutrendosi del ciclo ininterrotto di pensieri, sostanzialmente tutti destinati a progetti retti da superstizioni, che finiranno nel vicolo cieco dell’illusione.

Le difficoltà non sono mancate a Paolo e ce le racconta, come non mancheranno a chiunque si metta sulla via. C’è solo il percorso, con le sue avventure. Nessuna vetta ci sottrarrà dall’oscillare. Il movimento è vita e l’oscillazione la sola permanenza umana. La vita lo richiede affinché attraverso noi faccia esperienza e possa anch’essa rinforzarsi.

Nelle pagine albergano infatti anche i tonfi egoici, duali, che Paolo non ha voluto rinunciare a narrare, in quanto supporti di una ricerca che andava dirigendosi in senso opposto.

«Ma prima di giungere a questa “consapevolezza di Sé” dovrò fare molta strada indietro nel tempo, per raccontare spezzoni e spezzoni del mio sogno, della mia identificazione con l’immaginario “io” che ho creduto di essere per tanto tempo.
[…]
Già, immaginavo che ci fossero dei guru ad ogni angolo di strada pronti ad imbambolare la gente con le loro litanie. “Niente paura, io sono laico, li smaschererò tutti”».

Il libro è dunque anche un conforto per coloro ancora disorientati o meglio soltanto attratti da qualcosa che hanno percepito, da un territorio intravisto nel quale sentono di non sapersi muovere da soli. In cui avvertono nebulosamente che tutti gli strumenti resi disponibili dalla cultura non funzionano se non per finire nel buio ogni volta che si è creduto d’aver trovato l’arcano.

Senza autonomia, ovvero senza una guida interiore, si trovano sempre a caccia di un segnale che gli indichi in che direzione procedere.

In quel territorio limbico e tormentato dagli abissi dei dogmi, dove quello che ci avevano detto scricchiola, e quello che abbiamo avvertito non è ancora per niente chiaro, lo abbiamo conosciuto tutti. È esperienza comune, per questo certe pagine di Paolo ci sottraggono un po’ dalla nostra nebbiosa solitudine.

In quel territorio di ricerca, accade però che qualche circostanza venga a fare luce attraverso metafore, allegorie, similitudini. Del resto la formula alchemica così in alto come in basso è una sintesi del tutto che di volta in volta, davanti ad ogni nuova consapevolezza, ritorna a mostrare il suo valore.

«“The spiritual teaching of Ramana Maharshi”. In esso non si parlava di religioni e nemmeno di Dio. Si parlava di cinematografo e di come io mi fossi trasformato da semplice spettatore in uno dei personaggi proiettati nel film».

L’accanimento, così gradito in campo positivista, non è gradito a quel territorio dai confini incerti in cui ci stiamo inoltrando. È utile invece l’apertura, la non pretesa, l’umiltà attenta. È così che il rischio di incontrare il proprio Maestro si alza.

«Per lo Shaktipat [La trasmissione della Grazia divina. N.d.A.] uno deve essere maturo per la Grazia divina. Per ricevere il Favore del Maestro innanzitutto uno studente deve rilasciare la sua propria grazia sul Maestro».

«Shaktipat? Questo ovviamente è solo un modo per definire il risveglio dell’energia spirituale che spontaneamente avviene al contatto con un essere realizzato. In altre tradizioni questo “risveglio” è stato definito in modi diversi: Spirito Santo, Satori, etc. Insomma è qualcosa che succede quando l’anima è matura a distaccarsi dall’illusione separativa».

A quale fine tendiamo? A un certo punto diviene chiaro a tutte le persone di cultura cattolica che il Paradiso non c’entra niente. Almeno così come ce ne hanno sempre parlato, nient’altro che un succedaneo stantio del suo simbolico significato esoterico. Nulla, a parte il permanente percorrere la via della conoscenza; a parte la liberazione dal conosciuto, è lo scopo a cui tendiamo.

«Mukta, il liberato vivente. Questa “condizione” (se così si può chiamare) è il fine di ogni conoscenza spirituale».

Lo spirito, lo spirituale. Come prendere il concetto? Come riconoscerlo? Come essere certi di lui? Trasferiamo tutto nel mondo fisico e prendiamo ciò che chiamiamo idea. Tutti sappiamo di cosa stiamo parlando. Non ci poniamo domande su essa. Nei nostri discorsi impieghiamo il concetto idea senza rischiare improprietà. Essa è lo spirito di un’azione. Non solo, un’idea che non ci muove, non porta ad alcuna creazione, a nessuna realizzazione. Non ci emoziona e restiamo fermi, così, passiamo ad altro. Allo stesso modo, lo spirito soggiace alla materia e alle sue forme. Queste sono l’espressione fisica di un’idea spirituale. Senza lo spirito siamo inanimati, la creatività ci abbandona.

Dicono che per leggere un saggio occorra molta concentrazione, che apprezzare la poesia sia una questione di cuore e iniziare un romanzo sia la medicina per il bisogno d’avventura. Quale predisposizione spirituale per leggere il libro di Paolo? Compagni di viaggio non ha bisogno di essere compreso mentre ci racconta della realizzazione del Sé.

Volere, nella sua forma di pretesa, rallenta l’avvicinamento, costituisce un ostacolo sulla via di ogni ricercatore. Liberi dal positivistico voler capire, si può seguitare a leggerlo restando vibrisse, in attesa della vibrazione adatta a noi.

Ma a quel punto, appena compreso un senso fino ad allora latente e sfuggente, il passo non è ultimato. La comprensione intellettuale, che per cultura ci fa credere esaurisca il sapere, non è niente rispetto alla conoscenza. Come la crosta terrestre rispetto a ciò che le sta sotto. Il passo si realizza quando saranno le nostre parole e azioni a ricreare quel significato che, leggendo Paolo, per la prima volta era emerso dalla profondità che è in noi.

Parlando dei suoi incontri, Paolo intercala episodi della sua esperienza personale sulla via della libertà dal conosciuto. Quest’ultima, che è anche il titolo di un libro di Krishnamurti e, per tornare alla questione delle parole, significa contemporaneamente libertà dall’io.

Una volta riconosciuto l’io, il conosciuto, Maya, la Caverna platonica, descriverà a modo suo, senza più pensare: cosa mi ha detto di fare l’istruttore in questi casi?

Non vedere più sorgere in noi spontanea questa domanda, pronunciata con un certo grado di smarrimento, è il segnale di essere sulla via del Sé. Una traccia che si tende a riconoscere nella giungla delle forme e delle sirene del mondo guardandosi dentro e che si tende a smarrire cercando fuori da noi.

Ri-creare è necessario per esprimere nel fare ciò che con la comprensione avremmo potuto solo ripetere. Ma non è tutto. Accontentarsi di ripetere, significa seguire luoghi comuni e dogmi. Ovvero, esattamente ciò da cui Compagni di viaggio, in più modi e a più riprese, ci mette in guardia.

«Le filosofie son gabbie schematiche e l’anelito verso l’autoconoscenza non ha bisogno di alcun concetto o ideologia. Anzi direi che il fine della Spiritualità Laica è quello di liberare l’uomo da tali ideologie.».

Compiuto il passo che ci permette – come successe a Truman quando il bompresso della sua barca bucò l’orizzonte disegnato della scenografia entro la quale viveva e che fino a quel momento aveva scambiato per realtà e verità – di riconoscere la logica duale e la sua implicita sofferenza oltre che fatuità, potremo osservare come le ideologie (non soltanto quelle messe per iscritto dai pensatori) avevano sempre catturato la nostra attenzione e consumato la nostra energia. Potremo osservare come un nuovo flusso creativo sia ora disponibile per noi.

Ma allora Padre-Figlio-Spirito Santo cosa c’entrano?

Nel libro, per chi lo leggerà con attenzione, c’è scritto cosa è la Trinità. In un certo senso è uno scoop. Nessuno ci è mai riuscito. Ma solo in un certo senso, perché dando dignità a ciò che da subito non riusciamo a incasellare nel nostro ordine, in cui crediamo di poter comprimere l’infinito, diventa facile riconoscere che Uno, Io, Sé, il triangolo baricentro del discorso di Paolo, trova la corrispondenza nel Dio-Cristo-Consapevolezza del Sé. Culture diverse hanno prodotto linguaggi differenti. Ma l’esigenza umana di tenzone verso l’infinito trova nelle tradizioni della terra il medesimo culmine. Con una precisazione. La vulgata del Cristianesimo non ha nulla a che vedere con l’interpretazione esoterica del Cristianesimo stesso. Ed è a quest’ultimo che si rifanno tali note e comparazioni.

Qui, però, è opportuno accennare all’altro cruccio di Paolo, evidentemente consapevole dell’equivoco frequente in cui si arrovellano le persone che si apprestano alla ricerca del Sé: fare presente che spiritualità e religione NON sono sinonimi e possono anche non avere alcuna relazione.

Il Cristianesimo dei bigotti prevede un Dio che sbuca dalle nubi con la sua testa a triangolo. Quell’ente vede tutto e sa tutto. Diversamente Paolo fa notare che chi si denuda dagli orpelli che la cultura gli ha fatto credere essere reali, arriva a vedere che Dio è nella natura, nelle cose, in noi. Lo spirito, o vita, si esprime per mezzo del cosmo. Non ne è sopra, né fuori.

Ma anche questo non è nulla, se paragonato a ciò che possiamo essere una volta emancipati da ciò che credevamo di essere.
E cosa possiamo essere a parte quanto crediamo di essere?
Tutto, perché lo siamo già. Perché era l’io a farci credere di essere solo lui. Più io, corrisponde a meno creatività.

«Ramana diceva: “Sii ciò che sei”. Questo è un invito ad accettarsi completamente, sia in termini della propria natura più intima e vera, il Sé, che per quel che siamo nella forma in quanto espressione di quel Sé. Questa è la base del risveglio spirituale. Infatti accettarsi non significa rinunciare alla propria crescita, anzi vuol dire che accettiamo di crescere partendo da ciò che siamo».

Liberi dai conflitti duali,
possiamo essere in equilibrio, in salute, lucidi;
possiamo avere un timone fermo e trovare la rotta nelle burrasche della storia;
possiamo essere illimitatamente creativi;
possiamo amare, come già il Cristo ci aveva accennato.

«Ognuno potrà guardare dentro e fuori di sé, con maggiore chiarezza e amore».
[Dalla Postfazione di Caterina Regazzi]

Dunque, le parole. Paolo le scrive con semplicità, anche con leggerezza. Sempre, sta a noi ricrearne il senso utile al nostro intento. E non è certo necessario che accada subito. Né che accada quando lo vogliamo.

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Paolo D’Arpini è per alcuni italiani un riferimento spirituale certo e concreto da diversi anni. I suoi diversi blog, la sua newsletter quotidiana, le sue iniziative ecologiste, la sua ricerca sulla Spiritualità Laica (modo di essere), l’Ecologia Profonda (modo di concepire la natura/il divino) e il Bioregionalismo (modo di concepire la socialità) – tre riflessi fisici e metafisici originati dalla medesima consapevolezza – ne sono espressione.

Tuttavia, di cosa sia fatta la Spiritualità laica, a cosa corrisponda e a cosa alluda, ancor più che nel breve saggio delle pagine finali, in cui Paolo delinea i suoi tre cavalli di battaglia, si vede, si legge, si percepisce nelle righe di tutto il suo libro.

Compagni di viaggio, per quanto maggiormente dedicato alla Spiritualità laica, tratta necessariamente anche di Natura e Società.

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[Salvo quando specificato, tutti i brani citati sono stati tratti da Compagni di viaggio.]

Compagni di viaggio
Di Paolo D’Arpini
OM Edizioni
2020
Quarto Inferiore (Bo)


Paolo D’Arpini diffonde quotidianamente da anni Il Giornaletto di Saul e tiene aggiornati diversi blog, tra cui:


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Conoscenza di Sé e conoscenza empirica



La conoscenza  di Sé è riferita alla realizzazione della propria vera natura in quanto "consapevolezza", al di là di ogni identificazione e dualismo. Conoscenza empirica è l'immagine duale proiettata e percepita dalla mente attraverso tale "consapevolezza". Questa conoscenza empirica è ritenuta vera ad un esame superficiale, in quanto risultato di una comprensione. La comprensione della  conoscenza empirica equivale alla descrizione delle immagini del sogno analizzate durante il sogno senza tener conto della "coscienza" come agente primo. In questo caso  definito il "Sé".

Per chiarire meglio questi concetti vorrei fare un'analogia con il percorso di approfondimento dell'autoconoscenza in termini psicologici. Sia ben chiaro che la psicologia può condurci sino al punto culmine raggiungibile dalla  mente, e quindi non è una via che consente d'irrompere nella pienezza del Sé,  questa in chiave spirituale definita "Autorealizzazione", in termini gnostici,  o "Scioglimento nell'Uno", in termini mistici.

 Il significato che io do alla parola “Sé” è quella  di “assoluta intelligenza/coscienza”,   che integra e trascende  “l’Es” della psicologia transpersonale.

E, seguendo il filone dell’analisi psicoanalitica, non possiamo trascurare la ricerca psichica avanzata, iniziata con Jung, proiettata negli schemi di Wilber e Grof. Una sintesi sul pensiero rarefatto che raggiunge il limite dello sperimentabile.

Nella fase più densa c’è l’Ombra che rappresenta le condizioni palesi, l’orgoglio ed il bisogno di successo, essa spinge verso l’amore romantico ed idealizzato e la sua controparte è l’odio ed i sensi di colpa. Segue il livello dell’Ego che consente un approccio intellettuale e contribuisce alla comunicazione verbale ed al pensiero lineare e per contro inibisce la spontaneità e la vigilanza equanime.

Nella sfera del Biosociale si sviluppa la cultura e la civiltà ed il senso di appartenenza sociale contemporaneamente si forma il senso di convenzione e di ripetitività (le tradizioni). Sul piano più sottile, l’Esistenziale, sorge l’intenzionalità, la fede o religione, e alla stesso tempo l’ansia esistenziale (incapacità di accettare la morte) ed il disagio metafisico; qui si percepisce duramente il dualismo primario.

Giunti al Transpersonale sorge un distacco, una consapevolezza del significato dei miti,  l'energia vitale raggiunge i Centri (chakra o sephirot) elevati, riconoscendoli simbolicamente, è a questo punto che irrompono gli archetipi primordiali ed il vuoto al limite della mente. Questo stato viene descritto da Gurdjeff come “negatività purgatoriale” una condizione preliminare alla perdita della fissità individuale ed al successivo assorbimento nel Sé.

Questa consapevolezza-testimonianza, chiamiamola “essenza sottile”, è come un aroma che emana dalla materia, dal che se ne deduce che non  può esserci separazione fra la materia e lo spirito, allo stesso modo in cui non può esserci separazione fra la rosa ed il suo profumo. Fra l’umidità e l’acqua. Tra il fuoco e la sua capacità di bruciare ed emettere luce e calore. Lo stato di testimonianza è  l'ultimo limite di fronte all'abisso del "Sé", che non può essere sondato in alcun modo perché esso stesso è la fonte di ogni consapevolezza e non può  essere scisso in soggetto-oggetto.

Quindi, per concludere,  possiamo dire che la conoscenza empirica consente l'analisi   entro i confini della mente e dell'intellegibile, mentre la conoscenza di Sé è lo stato aldilà del dualismo, senza nome né forma, in cui tutto appare.


Paolo D'Arpini

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Evoluzione nel sistema comunicativo, dai sospiri ed allocuzioni dei primi ominidi fino alla poetronica...


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Cabazen  - Una forma di comunicazione teatrale a Treia... 

Secondo il sistema elementale cinese la comunicazione è possibile ad ogni livello elementale, ovvero si può comunicare con la Terra, con il Metallo, con l’Acqua, con il Legno e con il Fuoco.

I modi comunicativi passano attraverso i vari sensi che sono collegati a questi elementi. Ad esempio si può comunicare (nello stesso ordine sopra menzionato) con l’olfatto, con l’udito, con il gusto, con il tatto e con la vista. Voglio persino essere più chiaro, attraverso gli odori immediatamente, sia per gli animali che per gli umani che sono essi stessi animali, si trasmette la sensazione e la condizione vissuta; con l’ascolto dei suoni emessi (una sorta di processo radar) immediatamente siamo consapevoli del tipo di informazione ad essi connessa; con il gusto facciamo nostro l’altro, considerate ad esempio la leccatura ed il bacio; con il tatto trasformiamo le nostre emozioni in “contatti” fisici e solidi, amore (carezze) odio (pugni) e tutta la gamma dei sentimenti; con la vista comunichiamo attraverso le immagini. Quest’ultimo è il metodo più attuale, anche per via della scrittura non soltanto delle immagini in se stesse. Lo sguardo è una forma diretta ed inequivocabile di comunicazione.

La parola, od il linguaggio come oggi lo definiamo, è nata attraverso una mistura di tutti questi modi comunicativi…. Pensateci bene ed a questo punto capirete che fra noi e gli altri esseri viventi non c’è differenza elaborativa nell’esprimere anche concetti astratti. Infatti, ritornando alla descrizione del sistema elementale cinese od a quello indiano della comunicazione diretta fra esseri senzienti, in occidente abbiamo anche l’esempio di San Francesco, è evidente che la comunicazione non è attuabile esclusivamente con la parola.

La parola è un modo per trasmettere i pensieri, ma questi pensieri debbono essere “cogitati” e concretizzati visivamente all’interno della mente, altrimenti non sono trasmissibili. Prova ne sia che quando si parla a vuoto, l’ascoltatore non recepisce il messaggio e resta in uno stato di “assenza mentale” (il parlare a vuoto è tipico di chi non ha nulla da dire: politici, conferenzieri, logorroici, etc.).

Ma prima di concludere questo discorso inserisco qui di seguito alcune note chiarificatrici, la prima è specifica sull’evoluzione del linguaggio articolato nell’uomo e la seconda è un'indagine sul “comunicare.. come?” più centrata sulla comunicazione virtuale.

Evoluzione: la parola alle scimmie.

Il Verbo, o il linguaggio articolato per come lo intendiamo a livello grammaticale, è caratteristica dell’uomo. E’ uno dei tratti principali che ci distinguono dal resto del regno animale. Ma questa distanza si accorcia sempre più con le recenti scoperte. Ultima tra queste è la conferma che non solo le scimmie sono in una certa misura capaci di interpretare un messaggio verbale, ma arrivano più in là: riescono a individuare una parola malformata a livello grammaticale.

L’esperimento è stato condotto abituando un tipo particolare di scimmie a un certo modello di formazione delle parole. Come la composizione di parole con un prefisso (ad es. DIS-piacere o RI-conoscere) o un suffisso (natural-MENTE o gioi-OSO). Dopo averle esposte a un linguaggio corretto, i ricercatori hanno provato a utilizzare parole prive di senso mescolando prefissi e suffissi al posto sbagliato. E si sono meritati delle occhiate perplesse dai primati del tipo “Ma cosa stai dicendo?”. Le reazioni sono inequivocabilmente di riconoscimento.

Tutto questo ci fa pensare che la complessa dinamica della formazione di un linguaggio non sia poi così lontana dalla mente dei nostri cugini quadrumani, e getta nuova luce sul mistero di come si sia evoluta nel tempo la parola.

Comunicare… comunicare…. Come?

Inizia con il primo vagito, prosegue con le asticciole e lo studio dell’abbecedario ma non si sa come finisce… La comunicazione umana è un mistero senza fine. L’uomo da quando scoprì l’uso del fuoco, allungando così la sua giornata, cominciò a raccontare in forma conviviale, a trasmettere ad altri uomini, le esperienze vissute e le impressioni, da ciò è nato il linguaggio, la cultura.

Infatti se durante la giornata bastavano pochi grugniti per indicare le contingenze o gli oggetti, quando la notte gli uomini primitivi ricordavano le proprie avventure per comunicarle dovevano rendere penetrante l’espressione, intelligibile senza l’uso di esempi concreti, utilizzando solo immagini e forme pensiero.

Così è nato il grande miracolo della “comunicazione” ma il suo sviluppo non è ancora concluso…. Oggi, lasciati da parte penna e calamaio, libri e giornali, si comunica con internet, le parole forse son le stesse (anche se veramente si sta già utilizzando un nuovo slang) ma per far sì che i propri messaggi vengano recepiti nella giungla virtuale occorre sviluppare nuove capacità di attrazione, richiamando il lettore ad una attenzione inusitata. In questo campo nessuno è maestro, non vi sono università in grado di trasmettere questa nuova “arte” della comunicazione, i tempi sono stati troppo brevi ed oggi ognuno cerca di arrangiarsi come può. Alcuni lo fanno con lo spam, altri con i cookies, altri ancora sviluppano grafiche e impostazioni innovative, quasi tutti usano la molteplicità ed il cosiddetto metodo del “copia-taglia-incolla”….

Ma tutto ciò non è sufficiente, è evidente che nella giungla telematica se si vuole che il messaggio, il proprio richiamo, venga percepito non si possono usare solo le urla od una gestualità esagerata, occorre affinare ancora una volta il linguaggio e questa è la nuova rivoluzione lessicale alla quale siamo chiamati.

Dopo il cerchio attorno al fuoco (la prima socializzazione) siamo al cerchio allargato (in rete) davanti al computer… Eppure la necessità di ritrasmettere le nostre sensazioni, ricordi ed esperienze è ancora più forte. Quel che era la poesia, come massimo affinamento, ora è diventato “poetronica”….

E magari tutti presi da questa comunicazione “inscatolata” davanti al piccolo schermo omettiamo di parlare con il vicino, abbandoniamo il sugo sul fuoco a bruciacchiarsi, dimentichiamo di telefonare o scrivere una letterina d'amore alla nostra fidanzata.... (Ebbene sì, succede anche a me.. mea culpa mea culpa mea maxima culpa!)

Vostro affezionato, Paolo D’Arpini

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Commento aggiunto di Caterina Regazzi

Dipende da quel che uno ha da dire e da quello che vuole dire e a chi....

Per me la comunicazione più importante è quella con le persone care, l'Amore è sempre stato la cosa più importante nella vita, l'Amore per i genitori,  per gli amici, per il mio compagno, per la figlia (l'ordine è cronologico, nella sua insorgenza).

Purtroppo in questo periodo, sia per problemi e momenti miei personali, vedo che la comunicazione diretta, è sempre più scarna:
i miei genitori non ci sono più, mia figlia cresce e non ha tutta questa voglia di comunicare con sua madre (come è normale), il mio compagno spesso è lontano, gli amici/amiche, sempre più numerosi, sono sempre meno disponibili all'incontro diretto, almeno alcuni.

Allora cosa si fa, un po' per riempire un piccolo vuoto, un po' perchè magari si crede di avere qualcosa in più da dire, perchè magari in questo si è stimolati da un folletto birichino che ho sempre al fianco, mi ritrovo spesso davanti a questo schermo ed anche a me capita di bruciare quel che ho sul fuoco, o di dimenticare di andare a prendere i pantaloni dalla sarta (!!!) o di telefonare a un'amica in
difficoltà, ecc. ecc.

E' l'evoluzione della comunicazione questa? Boh! Non so se sia meglio o peggio, se vogliamo, riusciamo a sapere tutto quel che accade nel mondo in 5 minuti e questo senz'altro è un bene, ma sappiamo quel che succede dietro alla porta del vicino, se c'è una nascita, una morte, una sofferenza o una gioia? Beh, questo non mi piace.

Propongo la GIORNATA (o la SETTIMANA) senza internet, e comincio io, da questo momento!

Paolo, ora spengo il pc e non lo accendo più fino a domani, stessa ora.

Quindi se vuoi dirmi qualcosa dimmelo per telefono, piccione viaggiatore, lettera scritta, telegramma, ecc.
Baci

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Anche un virus è un essere vivente che può insegnare qualcosa



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Forse non è chiaro a tutti, ma sono i sentimenti a fare la storia. Indipendentemente dal soggetto che li porta. Un atteggiamento disponibile tende a realizzare buone relazioni, uno chiuso e ostile, relazioni tese e pronte al sopruso.
A partire dalla fine dell’era della Milano da bere, un sentimento di crescente alienazione ha, come un virus, infettato la maggioranza dei cuori. Coinvolgeva l’ampia fascia che la forbice sociale ha gradualmente divaricato, fino al punto di separarla da quella sottile di chi può permettersi tutto, dei politici e delle istituzioni. Intanto burocrazia e fisco distribuivano un rancio sempre più povero, la democrazia, inspiegabilmente, faceva acqua dappertutto, le infrastrutture crollavano e altri capisaldi sociali, come giustizia, scuola, salute erano sempre più una siliconata caricatura dell’originale che erano state.

Quel sentimento cupo a vario titolo, inizialmente serpeggiava nascosto dai primi mucchi di macerie umaniste. Non aveva ancora coscienza di se stesso. Si lasciava solo immaginare: l’edonismo spumeggiava e i giornali-merce (o marci?) vi surfeggiavano sopra. (Il profitto e la competizione interessa loro come a qualunque altro bottegaio). Del terzo mondo domestico nessuno si occupava. Don Ciotti, i volontari, San Patrignano e gli altri servivano da bon bon per abbellire le loro vetrine. Neppure la sinistra sapeva più quale fosse la ragione per cui esisteva. Pur di prendersi i voti aveva rinunciato alla sua storica base per dedicarsi ad altri spumeggi, quelli dei diritti individuali. Salotto, clarks e tweed avevano preso il posto che era stato delle piazze e della solidarietà.

Io voglio
In un secondo tempo, quel sentimento, lo si è visto emergere dalle catacombesche macerie spirituali, dentro le quali – incomprimibile – era sopravvissuto e si era rafforzato e disintossicato da un’ideologia nel frattempo divenuta vuota di significato. La curva delle tessere rosse era in discesa, qualcosa stava accadendo.
Chi faticava non guardava più ai suoi compagni e alla sua classe. Puntava dritto al massimo. L’equazione era semplice: ce l’hanno loro perché non devo averlo io? L’individualismo esisteva, era lì, tutti i giorni a guidare noi e gli altri.
Che altro fare, dire, pensare, volere se quello era il modello edonista ben realizzato dalle élite filoliberiste e ben diffuso dai pennivendoli, anche loro autoassolti causa famiglia a carico.
Perfino le femministe presero a modello il maschio in carriera e vincente. Le capitane erano più interessate a dirigere l’azienda che ad allevare ed educare. Quella era la loro emancipazione dalla cultura maschilista. Che loro come tutti fossero succubi e propulsori del modello consumistico e dell’io posso e voglio, non era problema di cui crucciarsi.

Tute blu, baschi e schiscette
La terza fase del declino e di quel sentimento – la nostra – è lontana mille miglia dai tempi delle tute blu, dei baschi e della schiscette. Neppure se li ricorda. La dissoluzione ideologica della destra e della sinistra aveva fatto convergere nelle stesse urne vecchi nemici e nuovi ammutinati, pronti a marcare gli stessi simboli, a cercare e sentire la speranza sui lidi opposti, che erano stati osceni fino a ieri. Le élite non avevano argomenti di contrasto e adottavano linguaggi ormai impotenti, slogan che come una qualsiasi parola ripetuta a ciclo continuo lascia andare il suo senso originario. Fascisti a più non posso e poi sovranisti e populisti, purché con accezione negativa. Ovvero dimentichi che quella generazione è stata da loro inseminata. La ragione e il diritto di discernere era loro. Era stato così per tanti decenni che ne sentivano la pregnanza genetica, come i pashtun in Afghanistan non possono contemplare che un presidente possa non essere della loro etnia.

Tutta a dritta
Lo scossone è in atto. L’egemonia culturale della sinistra sta vacillando. La richiesta di ordine e destra è crescente, forse a breve dilagante. Perfino istituzioni e partiti a lei lontani, in questi giorni virali non solo hanno adottato espressioni e applicato modi antilibertari, ma questi, sono stati ascoltati e rispettati.
Forse un cambio è in atto, ed è particolare se fino a circa un mese fa, la sola risorsa che i progressisti avevano trovato per tenere il galleggiamento, era stata la ciambella lanciata nell’aria dal branco delle Sardine. Ciò che resta di una storia popolare ha avuto l’accortezza di farne uso. Un branco che pur non sapendo che dire ha avuto voce tra i muti di idee e vedute dei succedanei resti del partito dei lavoratori.

Partita vinta?
La vita, la società, la realtà, i pensieri e i sentimenti sono divenuti il corpo materiale di uno spirito in silente tensione. Alcuni momenti di rottura ne hanno momentaneamente esasperato il valore. Il crollo del Muro di Berlino, simbolo di una divisione e anche di un equilibrio; la scomposizione dell’Unione sovietica, che lasciava al capitalismo le sorti del mondo; l’infezione del globalismo, che ha privato i suoi singoli corpi di autodifese economiche e di dignità nazionale; la disumanizzazione ad opera del capitalismo finanziario – un’entità in grado di muovere più degli stati, gli equilibri del mondo – né più, né meno di quanto farebbe un nemico.
Tra le pieghe di quelle storie abbiamo visto l’avvento dell’azione islamista, che ci ha fatto paura ma che forse possiamo dire superata; dell’azione migratoria, che forse possiamo dire contenuta e di quella del Covid-19, di cui ancora non possiamo che sospettare tanto di oscuro e dire poco se non sulla legittima impreparazione comune a gestirla.

La finale
In mezzo a tutto ciò, c’è anche una prospettiva dalla quale l’Europa, la sua forza, il suo significato strategico sembrano nel mirino americano. C’entrano sempre.
Il Vecchio continente è un peso della bilancia planetaria. Meglio – dicono loro – averlo in mano sul campo della battaglia per l’egemonia del mondo. La partita è Usa versus Cina-Russia e altro di asiatico. Pretendenti che hanno da lunga data buone ragioni per rifarsi nei confronti dell’invasività culturale, commerciale economica che hanno dovuto subire loro malgrado da parte dei dispensatori di democrazia e libertà.

Da quella prospettiva si traguarda una mira che allinea l’islamismo, i migranti e il virus come possibili – per alcuni probabili e per altri non escludibili – azioni strategiche americane. Chi la fa presente ha a suo favore certi documenti Nato, risultati di studi e analisi per stimare i criteri con i quali riconoscere i Paesi potrebbero essere interessati ad un’azione batteriologica quale per esempio quella in atto. Gli Usa passano tutte le griglie dello studio Nato. C’entrano sempre. L’eventuale azione virale e le altre appena elencate, sarebbe destinata a indebolire l’Unione Europea e l’Europa tutta. Per poi offrirle aiuti al fine di evitare che finisca entro il dominio continentale cino-russo-asiatico.

God bless o good bye America?
Se così accadesse, per l’America sarebbe finita. Le resterebbero due soluzioni: autarchia, con parziali infrazioni di qualche sostegno centro-sud-americano o guerre di ogni tipo soprattutto informatiche e da remoto. Almeno finché ne avesse i mezzi, almeno finché il deep state volesse fiancheggiarla, almeno finché i sauditi facessero la loro parte a loro favore, ma non è detto.

A parte questa catena prospettica per nulla da scartare – la logica dell’interesse americano la fa economicamente, militarmente, culturalmente, psicologicamente sussistere – la grande fascia di persone senza più padrone ideologico, con molto malcontento da vantare è ora più che mai e con una crescente capacità di stimare cosa le è adatto o inopportuno. Libera di seguire il proprio fiuto dietro ai like più promettenti, da quando è chiusa in casa per decreto governativo, si è messa a cantare dai balconi e dalle finestre.

La musica, gli abbracci
Palazzi dagli occhi spenti e vuoti si sono accesi con affacci, musica e canti. Quartieri di dirimpettai anonimi automi, fino a ieri, privi di una vera esistenza si guardano con piacere e interesse, con un senso di comunità che sorprende chi lo vive come un inatteso dono utile. Il senso di unità, di esigenza di umanesimo tangibile nel quotidiano, che dal dopoguerra in poi è stato demolito mattonella dopo mattonella, con la nonchalance di chi non sa cosa stia buttando via, fa sentire la sua potenza, il suo valore, la sua necessità. Quei canti, quella musica, quelle persone che dal marciapiede si fermano e partecipano, che ballano e cantano e suonano erano dentro un abbraccio che loro stessi avevano creato. 

Un’esigenza spontanea si realizzava senza che nessun esperto potesse suggerirla. E forse più che un canto è un urlo liberatorio di uno stress antico, accumulato con un dolore che adagio era riuscito a diventare coinquilino, come succede nelle alienazioni, nelle psicopatologie.
Applausi durante i canti e le musiche arrivano dai timidi vicini che ogni giorno crescono di numero e diminuiscono le inibizioni. È l’espressione di fatto, di un frutto che rifonda ciò che non doveva essere distrutto in nome di un benefit, di un interesse breve, di un acquisto in più.
La musica, quella musica, mentre si fa ascoltare, ci fa vedere il banco. Ci sono due carte, una della vita e una dei falsi miti del cosiddetto progresso. Quale sceglierà il mazziere dopo questa lezione? Avrà le doti per evolvere o resterà felice a sguazzare nella tonnara delle egoiche pretese, dell’importanza personale e dei vizi?

Di pari passo
Riduzione inquinamento sulle aree colpite dal virus in cui si è deciso l’arresto delle attività e degli spostamenti gratuiti. Qualcuno del Governo, dell’Europa, del Mondo vorrà considerarlo come un dato definitivamente esplicito sui valori dei danni antropologici nei confronti dell’ambiente, della salute, del futuro? E nelle case, nelle famiglie, nelle singole menti? Seguiteremo a restare in attesa e a delegare il comando di noi stessi o sapremo trarre motivazione per modificare le abitudini del divano? Una cultura tutta sviluppata sul ciglio del baratro dell’opulenza preoccuperà? Ora qualcuno canterà, ballerà e suonerà anche per allontanarsene, per tornare da dove eravamo partiti, per recuperare se stessi e la bellezza profonda, lasciando negli scaffali dei centri commerciali quella di plastica?
La globalizzazione e il suo delocalizzare ride di chi promuove le bioregioni, entità per definizione a chilometro zero. Ora, la lasceremo ancora governare i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri valori? La natura, che, come un soprammobile era stata ridotta ad amica, a poster o a facciata, tornerà a guidare il nostro fare? Gli scientisti e i positivisti seguiteranno imperterriti nonostante la simbolica lezione degli eventi incoronati, a tenerla con riguardo sul comò a fianco degli argenti; a studiarla come fosse scomponibile?

Motto spirituale
Dunque un sentimento risorto, annuncia un’altra storia, un’altra politica. Non più solo Pil, sempre in testa alle classifiche che contano, non più solo economia al centro del mondo, né protezione (e/o dipendenza) a prezzi dei peggiori usurai, non più questa Europa, che non è in grado di governare il proprio territorio o, anche per i suoi fondamentalisti, scrivere proprio è un po’ eccessivo?

Tutto ciò fino a ieri. Poi, la Germania rompe i ponti con l’Unione europea, si stampa euro secondo necessità, ovvero la obbliga a interrompere le sue norme economiche e si chiude dentro le proprie frontiere. Vedremo domani quale musica e canti, quanti applausi.
Forse, a cose fatte non dureranno, ma l’esperienza dell’abbraccio ci ha fatto sentire un calore che sebbene assente da tanto non poteva essere dimenticato, né non poteva non essere. L’espressione di umanesimo detto in musica l’ha detto chiaro, gli applausi hanno condiviso il messaggio e lo hanno fatto proprio.

Il ce la faremo governativo campeggia nei monitor e nelle colonne dei giornali. È un giusto sprone dall’anima temibilmente forse doppia. Forse non è lo stesso ce la faremo che molti auspicano dai balconi infettati di tricolore finalmente libero e genuino. Se a crisi risolta, nessuna legge, né forza politica darà voce alle rinate consapevolezze ed esigenze umanistiche del lavoro e della vita, e ci si ritufferà nel processo produttivistico della globalizzazione, dell’economia come perno del mondo, del produci, consuma, crepa, temo che altra musica e altri abbracci, dalle finestre e dai balconi scenderanno in strada per andare a riempire le piazze vere e virtuali.

Forse il virus avrà portato bene.


Lorenzo Merlo - force@victoryproject.net

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Le origini naturalistiche del nostro sentire...


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Insistere troppo su valori "teisti"  non aiuta la mente umana al  superamento del pensiero patriarcale. Dobbiamo -secondo me- abbandonare la speculazione religiosa e ritornare ad una spiritualità priva di dogmi e non specificatamente  legata al genere (qui ricordo che il sacerdozio nelle religioni monoteiste è precluso alle donne).  

Per carità, va anche bene fare un'analisi storica sulla formazione del cristianesimo e di come  questa religione "semita" abbia attinto al paganesimo pre-esistente. Tra l'altro  la rivalutazione del paganesimo è una delle caratteristiche portanti non solo nel filone New Age ma anche in ricerche storiche serie,  come ad esempio quella di  Daniel Danielou sul mito di Dioniso-Shiva.

Ma dovremmo andare anche più in là riscoprendo i culti più antichi e vicini alle nostre radici, ovvero l'adorazione della Grande Madre o Energia Primordiale  (Shakti). 

Spesso, durante le feste da noi organizzate, soprattutto quelle in concomitanza con i solstizi e gli equinozi o per la luna piena e nuova, mettiamo in evidenza gli aspetti sincretici fra cristianesimo e   “neo-paganesimo”, facendoli coincidere con   il nostro spirito laico e simpatetico con la Spiritualità della Natura.

Ad esempio, è avvenuto che durante alcune cerimonie,  già da noi predisposte, si aggiungessero  riti diversi  con offerte alle divinità e fate dei boschi o dei corsi d'acqua, il tutto magari collegandolo a credenze o leggende cristiane... (tanto per fare un esempio ricordo la Vigilia di San Giovanni, con il battesimo dell'acqua e del fuoco, etc.).  Io  lascio fare perché in fondo il riconoscere  il Genius Loci e la sacralità della natura in tutte le sue forme è uno degli aspetti della spiritualità laica e dell’ecologia profonda, che ci contraddistingue.  

In effetti la spiritualità della natura  è un aspetto riconosciuto anche nella fede cristiana antica, soprattutto nel misticismo (sia in quello primitivo che in quello francescano)  in cui prevale  la consuetudine di ritirarsi in grotte, boschi e deserti in stretta comunione con gli elementi naturali e con il mondo animale.  

Aspetti pagani erano presenti persino nella religione ebraica, sia pur condannati, come ad esempio l’adorazione della vacca sacra durante la traversata del Sinai, oppure riconosciuti e facenti parte della tradizione  come avvenne presso la setta degli Esseni che vivevano in strettissima simbiosi con la natura e con  i suoi aspetti magici, avendo essi sviluppato anche la capacità di trarre il loro nutrimento dal deserto, un grande miracolo questo considerando  che erano persino vegetariani….

Il rispetto e l’adorazione  della natura, definito dalla chiesa cattolica (un po’ dispregiativamente) “panteismo” è uno degli stimoli da sempre presenti nell’uomo,   tra l’altro questo sentimento panteista è  alla base dell’exursus evolutivo della specie.  

Ciò  mi fa  ricordare  una storiella,  che amo spesso raccontare,   sull’origine della specie umana. Ormai è certo che ci fu una “prima donna”, un’Eva primordiale. L’analisi   del patrimonio genetico femminile presente nelle ossa lo dimostra inequivocabilmente…
Mi sono così immaginato una donna, la prima donna, che avendo raggiunto l’auto-consapevolezza (la caratteristica più evidente dell’intelligenza) ed avendo a disposizione solo “scimmie” (tali erano i maschi a quel tempo)  dovette compiere una opera di selezione certosina per decidere con chi accoppiarsi in modo da poter avere le migliori chance di trasmissione genetica di quell’aspetto evolutivo. E così avvenne conseguentemente  nelle generazioni successive ed è in questo modo che pian piano dalla cernita nell’accoppiamento sono   divenute rilevanti qualità come: la sensibilità verso l’habitat, l’empatia,  la pazienza,  la capacità di adattamento e di gentilezza del maschio verso la prole e la comunità, etc. etc.  Pregi che hanno  portato la specie  verso una condizione “intelligente” che riconosciamo (o riconosceremmo se nel frattempo non fosse subentrata una spinta maschilista involutiva).

Purtroppo in questo momento storico, in seguito all’astrazione dal contesto vitale e alla manifestazione della religiosità in senso  metafisico (proiettata ad un aldilà ed ad uno spirito separato dalla materia),  molto di quel rispetto (e considerazione) verso la natura e l’ambiente e la comunità è andato scemando,  sino al punto che si predilige la virtualizzazione invece della sacralità vissuta nel quotidiano. Ed in questo buona parte della responsabilità è da addebitarsi al radicamento dei credo monoteisti (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam).

Ma quello che era stato scacciato dalla porta spesso rientra dalla finestra, infatti la psicologia sta riscoprendo i miti, le leggende e le divinità della natura descrivendole in forma di “archetipi”.

All’inizio della  civilizzazione umana, nel periodo paleolitico e neolitico matristico, la sacralità era incarnata massimamente in chiave femminea, poi con il riconoscimento della funzione maschile nella procreazione tale sacralità assunse forme miste  maschili e femminili, successivamente con i monoteismi patriarcali fu il maschile che divenne preponderante.

Ora è tempo di riportare queste energie al loro giusto posto e su un totale piano paritario. Anche se già in una antica civiltà, quella Vedica,  questa parità era stata indicata, come nel caso della denominazione (maschile) “Surya” che sta ad indicare l’identità del sole in quanto ente divino, che  viene completato dall’aspetto femminile “Savitri”  che è la capacità irradiativa dell’energia solare.

E noi sappiamo che fra il fuoco e la  sua capacità di ardere  non vi è alcuna differenza....  


Paolo D’Arpini  

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“La nostra anima nel profondo non ha mai smesso di dirsi pagana; basta solo ascoltarla con attenzione per capirlo. Il nuovo paganesimo non è affatto un concetto stravagante o qualcosa di intellettuale costruito a tavolino; è semplicemente un atto di auto-consapevolezza: una presa di coscienza della nostra natura e di ciò che è estraneo  ad essa”. (Alfonso Piscitelli)


"Canto pagano di chi viaggia verso il Sé.  
Ascoltatemi spiriti del Vento, essenze immortali  che abitate nelle pieghe nascoste  dell’aria, delle rocce, delle acque. Oso invocarvi e presentarmi dinanzi a voi per compiere il mio passaggio a cui mi preparo  nel cielo di una notte d’estate, investito dal caldo mormorio dei grilli, inumidito dalla rugiada che bagna il muschio, stremato nel desiderio di correre verso un destino che mi avvolgerà come un non visto mantello…..  da vincitore o da vinto io non so. Vorrò però essere ricordato come un uomo che ha provato a parlare con voi e da ciò apprendere la poca o molta saggezza che si può richiedere  a un sorso d’acqua gelida,  al fuoco notturno degli amici, al pianto solitario di un bimbo che accende la pianura di suoni che non le appartengono, ma che grata accetta, come il passo silenzioso del viandante che la rende sacra con l’amore del suo andare."   (Simone Sutra)