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Il cristianesimo delle origini e i dubbi sull'esistenza fisica di Gesù - In chiave di Spiritualità Laica

Collage di Vincenzo Toccaceli

...ho  sentito l’esigenza di riportare qui alcune ragioni su  un argomento scottante, che già in passato fu per me motivo di discussione, si tratta della “Favola di Cristo”, una ricerca storica sulla non esistenza fisica di Gesù di Nazareth. Esiste un libro così intitolato scritto alcuni anni fa dal compianto amico  Luigi Cascioli, e  -dopo averlo letto- compresi come fosse importante ripristinare una verità storica su  fatti alquanto nebulosi, che vengono in realtà confermati dalla sola voce ecclesiastica dei papi e del vaticano. La storia si sa è solo convenzione ma quando una religione come quella cattolica pretende di essere detentrice di una verità salvifica incontrovertibile occorre una certa cautela ed un’analisi approfondita sulle origini di questo messaggio…
Personalmente sono  cresciuto  in seno ad uno spirito agnostico, la mia origine essendo ebraica, ma "convertitosi" i miei nonni paterni  al cristianesimo (per ovvi motivi) durante il ventennio fascista, il risultato fu quello  di cancellare di fatto all’interno della mia famiglia ogni credenza religiosa. Formalmente cristiano e persino ex allievo dei Salesiani pian piano  portai avanti la mia ricerca sino a considerare la superiore validità di filosofie alquanto atee, come ad esempio il Buddhismo, l’Advaita Vedanta od il Taoismo. Infine smisi di interessarmi di qualsiasi religione abbracciando consapevolmente la via sincretica della Spiritualità Laica, di cui mi son fatto anche portatore.
Ciò avvenne in seguito alla diretta esperienza della veridicità e realtà del Sé interiore che supera, pur integrandolo, qualsiasi concetto di Dio o di separazione fra gli esseri.  Comunque per amore di “verità” speculativa e storica non ho mai tralasciato di occuparmi di “santi” (nell’accezione laica del termine) anticamente vissuti  come Gesù, Lao Tze, Buddha, o personalmente conosciuti  come Swami  Muktananda, Karmapa,  Nisargadatta Maharaj e numerosi altri…
Non ho mai voluto cancellare l’uomo, per me la capacità dell’uomo di manifestare il “divino”  e la saggezza é motivo di grande “orgoglio” per la comune appartenenza alla specie umana. Per questa ragione ho sempre cercato -o forse desiderato- l’esistenza di santi del calibro di Gesù, Maometto e Buddha… E qui ritorno al libro di Luigi Cascioli… Infatti Cascioli nega l’esistenza fisica di Gesù… o per lo meno la inquadra in un contesto ed in una manifestazione diversa da quella propugnata dal vaticano e dalle varie chiese cristiane.
Beh, non voglio negare libertà di espressione e ricerca.  Pertanto qui di seguito riporto uno  stralcio del  libro di Luigi  Cascioli seguito da uno stralcio degli Atti degli Apostoli (che ne conferma la sostanza) 

Paolo D'Arpini 

Comitato per la Spiritualità Laica
Via Mazzini, 27 - Treia (Mc)  
bioregionalismo.treia@gmail.com


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GLI ESSENI DOPO LA GUERRA DEL 70. 

In un susseguirsi di attentati, azioni sovversive e rivoluzioni esseno-zelote e relative repressioni, da parte dei Romani, si giunse alla guerra del 66-70 che con la sconfitta dell'esercito rivoluzionario e la morte di Menahem, figlio di Giuda il Galileo, ultimo discendente della stirpe degli Asmonei, pose termine all'era cristologica. 
La guerra, promossa dai giudei per controversie di culto, dopo un alternarsi di vicende favorevoli e sfavorevoli ora all'una e ora all'altra parte, sembrò risolversi definitivamente a favore dell'esercito rivoluzionario. 

I disordini che seguirono la morte di Nerone (+68) misero Roma in un tale stato di disordine e anarchia da costringere l'esercito, privo di direzione e di assistenza, a rifugiarsi in Siria lasciando la Palestina in mano ai rivoluzionari. Fu in questo periodo che i Giudei, nella certezza di essere pervenuti a quella vittoria finale del bene contro il male considerata nel “Rotolo della Guerra”, celebrarono le esequie di Roma, la Babilonia del peccato e della corruzione, in quel libro che uscì nel 69 sotto il nome di Apocalisse (Rivelazione). 

Ma le cose andarono diversamente; Adriano, succeduto a Galba, deciso a porre fine ai disordini della Palestina, inviò una potentissima armata al comando del figlio Tito. Gerusalemme, conquistata dopo un assedio di sei mesi, fu messa a ferro e fuoco, il Tempio raso al suolo. 

Come conseguenza della sconfitta, le persecuzioni contro gli ebrei ripresero con rinnovato accanimento non solo in Giudea ma anche in tutte le nazioni dell'Impero in una vera e propria caccia all'uomo nella quale ai romani si unirono anche le popolazioni per quell'odio che in esse si era accumulato verso tale razza ritenuta capace di produrre soltanto guerre, disordini e stragi. In questo ambiente di astio collettivo che permetteva anche ai più vili di accanirsi contro i perseguitati, le masse popolari, forse ancor più dei romani stessi, si scagliarono con tanto furore contro chiunque apparteneva alla religione ebraica, da determinare un vero genocidio. Come in Siria, dove secondo gli storici del tempo ne furono massacrati oltre centomila, così nelle altre città, quali Efeso, Alessandria, Antiochia e Damasco, le stragi si susseguirono in eccidi che spesso venivano eseguiti come pubblici spettacoli in anfiteatri o su patiboli eretti nelle piazze e nelle strade. 

Tutte vittime che la Chiesa, sostituendosi agli Esseni, ha fatto passare fraudolentemente come martiri di un suo cristianesimo che, come sarà ampiamente dimostrato in seguito, ancora non esisteva. 

Fu in seguito alla disfatta dell'esercito rivoluzionario che la corrente religiosa, riconfermandosi nella convinzione che le guerre e la violenza avrebbero portato soltanto lutti e dolore, lasciò definitivamente la figura del Messia guerriero davidico alla quale si era associata nella rivolta dei Maccabei, per ritornare nel suo monoteismo spirituale che prevedeva la conquista del mondo attraverso l'avvento di un Messia sacerdotale (Maestro di Giustizia). 

I rivoluzionari, da parte loro, rimasti fedeli al Messia davidico, continuarono nel loro programma rivoluzionario finché, passando per la guerra del 74, organizzata anch'essa da un appartenente, sia pure in forma indiretta alla famiglia di Giuda il Galileo (Giuseppe Flavio afferma che era un parente di Menahem), di nome Eleazaro, non furono definitivamente eliminati nel 132-135 dall'imperatore Traiano in quella guerra nella quale morì Bar Kocheba, l'ultimo sedicente Messia. La distruzione di Gerusalemme fu così totale da essere paragonata dagli stessi ebrei a quella operata da Antioco IV che era stata preannunciata dal profeta Daniele con l'espressione di “abominio della desolazione”. 

Gli esseni religiosi, ormai liberi dopo il 70 da ogni impegno precedentemente contratto con i rivoluzionari, ostentando un programma spirituale ancor più rigoroso di quello che avevano praticato nel passato, si fecero divulgatori di una ideologia che, libera da ogni coinvolgimento rivoluzionario, li facesse apparire come sostenitori di una religione che avrebbe posto fine all'odio, alle guerre, per dare inizio ad un'era di pace e di benessere, come risulta dai quattro capitoli dell'Apocalisse che furono da essi aggiunti nel 95 alla prima edizione del 68, quella edizione che, uscita durante la guerra del 70, esprimeva invece un programma basato essenzialmente sulle stragi e sulla vendetta: "Vidi poi un nuovo cielo (è l'autore della corrente spiritualista che scrive) e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più (si riferisce al mare Mediterraneo nel quale i rivoluzionari vedevano affogarsi i romani e i loro alleati una volta buttati fuori dalla Palestina, dalla Siria e dall'Egitto). Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo... In mezzo alla piazza della città (Gerusalemme) e da una parte e dall'altra del fiume (Giordano) si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni" (Dai capp. 21 e 22 che furono aggiunti nel 95 all'Apocalisse del 68 dagli esseni spiritualisti). 

(Dall'espressione sopra riportata (...) saranno poi ripresi (...) una parte di quei detti e sentenze che gli gnostici, quali Papia vescovo di Geropoli, attribuiranno ad un Gesù dichiarato esistito ma in forma del tutto spirituale). 

Fu così che gli Esseni del dopo 70, atteggiandosi a pacifisti e a santi, proseguendo nel loro programma monoteista essenzialmente religioso, incrementarono il proselitismo aprendo le porte a quanti volevano convertirsi alla loro religione. Garantendo ai proseliti oltre il vitto, l'alloggio e la vita eterna anche la possibilità di sottrarsi ad ogni rivalsa che avrebbero potuto subire per reati comuni e politici attraverso l'acquisizione di un nuovo nome che gli veniva dato in seguito al battesimo, le comunità essene, come una legione straniera, divennero veri e propri centri di reclutamento per frustrati, falliti, visionari, avventurieri e criminali. L'afflusso di queste masse di diseredati provenienti per lo più dal mondo ellenista fu così imponente da portare le comunità essene ad adottare la lingua greca lasciando l'uso dell'ebraico soltanto per la celebrazione dei riti. 

"Fu in questo periodo, appunto perché nelle comunità essene del Medio Oriente e soprattutto in Alessandria d'Egitto gli ebrei erano arrivati a parlare solo in greco, che la Bibbia, detta dei 70, fu completata e tradotta in questa lingua contrariamente a quanto viene raccontato dalla Chiesa che la fa dipendere da un certo Tolomeo Filadelfo, re d'Egitto nel II secolo". (Josif Kryevelev Calendario del Popolo. Ed. Teti). 
Come conseguenza dell'adozione della lingua greca, l'appellativo di Messia, venne cambiato con la corrispondente traduzione greca di Cristos (Cristo): <<Il Messia lungamente atteso, nell'atmosfera spirituale dell'ellenismo che si diffuse tra le comunità giudaiche della diaspora, assunse notevole popolarità con il nome di Cristo. La parola Cristos significa in greco antico ciò che significa in ebraico la parola Mashiah: l'unto (dal greco crio, ungere)>>. (Josif Kryvelev. Op. cit. -8). 

Per cui, come conseguenza, i seguaci del Messia-Cristos, furono chiamati cristiani, ma con un significato piuttosto dispregiativo: "Il termine cristiano è nato in un ambiente non palestinese: è probabile che venisse usato in termine di ironico disprezzo (gli “unti”, gli “impomatati”) per distinguere dagli ebrei della Sinagoga i nuovi convertiti, gente strana, dalla lunga capigliatura, un po' come i nostri capelloni”. (A. Donini. Storia del Cristianesimo. Ed.Teti. pag. 29). 

La conferma del disprezzo che suscitavano gli appartenenti a queste comunità esseno-cristiane, e non soltanto per una questione di trascurato abbigliamento ma anche per quella loro ideologia che, pur ostentandosi pacifica, si rifiutava di accettare l'autorità degli imperatori romani dichiarando che il vero loro padrone era soltanto Dio, ci viene dagli autori del tempo, quali Tacito e Plinio il Giovane, che li qualificano come seguaci di una religione perniciosa basata sulla superstizione. 

In quel periodo di disordini, di povertà, di persecuzioni e di banditismo, coloro che si rifugiarono nelle comunità essene furono così numerosi da superare gli esseni originali: "Le comunità della nuova religione si organizzarono in diverse località del vicino Oriente e in esse ebbero un ruolo sempre meno importante gli ebrei mentre assumevano maggiore rilievo, sia per numero che per influenza, i proseliti del variegato impero romano". (Josif. Kryvelev. Analisi Storico Critica della Bibbia -9 ). 

Ed è su queste conversioni di pagani alle comunità essene che la Chiesa costruirà la propria storia attribuendole all'apostolato di Pietro, Giacomo, Giovanni, Paolo e di tutti gli altri discepoli che vengono dichiarati testimoni della vita di Cristo. 

Ma per quanto la fede dei convertiti si cercasse di renderla salda ed omogenea attraverso l'obbedienza più assoluta alle regole delle comunità, non tardarono a sorgere nella massa eterogenea dei loro componenti, fatta di Giudei e di ex pagani, le divergenze concettuali su quel Messia (Cristos) la cui figura, rappresentata dall'astrattismo di una visione (Daniele), dava adito alle più svariate interpretazioni. La sua morale, era strettamente Mosaica, come sostenevano i giudei, o considerava l'esonero di alcune leggi imposte dal Pentateuco, come pretendevano i convertiti pagani? E sulle discussioni che ne derivarono per stabilire se doveva considerarsi obbligatorio o no circoncidersi, mangiare carni di animali immondi, concedere il battesimo agli eunuchi, escludere dalle cariche i deformi, ogni comunità si costruì un proprio Messia che cercò di imporre alle altre comunità attraverso i suoi predicatori come risulta dagli stessi testi sacri attraverso quei pochi passi che, per gli argomenti che trattano, si possono ritenere autentici anche se riferiti a personaggi del tutto immaginari. 

Ci fu il Cristo di Paolo, di Apollo, di Pietro (I Cr.1,12), ci furono i Cristi di Balaam, della Sinagoga di Satana, della sacerdotessa Jezabele e del filosofo Nicola (Ap.II), e tanti altri Cristi: ogni predicatore dichiarava falsi quelli altrui per sostenere che soltanto il suo era quello vero (I Cor-1,12; II Cor. 11,14), come l'autore dell'Apocalisse che, in questa lizza generale, così ci presenta il suo: "Simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto d'oro, con gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi di bronzo e la voce simile al fragore di grandi acque" (Ap. 1,12). 

Come si vede, considerando che questo passo è tratto dall'Apocalisse del 95, per tutto il primo secolo si è ancora nel pieno di immaginazioni e di visioni che escludono il Messia da ogni forma di incarnazione. 

Il comportamento di questi esseni spirituali che si erano ritirati in preghiera nelle loro comunità, non poteva essere in realtà, quali seguaci di un monoteismo, che un'ipocrita ostentazione di pacifismo avente come unico scopo quello di accattivarsi la simpatia delle autorità e la fiducia delle masse. Come sepolcri imbiancati fuori ma con dentro nidi di serpenti, essi continuavano ad alimentare l'odio e la vendetta contro i loro nemici trasferendo in una dannazione eterna, basata su laghi di stagno fuso e di zolfo, come viene continuamente ripetuto nella loro Apocalisse del 95, quelle stragi che non potevano più realizzare con le armi. Il leone di Giuda, travestito d'agnello, conservava intatto tutto l'odio contro coloro che si opponevano al suo imperialismo, quell'imperialismo monoteista che nel suo concetto di dominio universale prevede di mettere tutti i suoi nemici a sgabello dei propri piedi. 

Un esempio esplicativo di come essi conservassero la ferocia atavica che gli veniva dagli insegnamenti della Bibbia, il libro della vendetta e dell'odio, lo troviamo in quel passo degli Atti degli Apostoli nel quale Pietro detto Cefa, capo della comunità essena di Gerusalemme, uccide i due coniugi Anania e Saffira perché non avevano rispettato la regola che imponeva ai seguaci di versare alla comunità tutti gli averi di cui disponevano. (At. 5). 

Un'altra testimonianza della ferocia che si nascondeva sotto il pacifismo ostentato dalle comunità spiritualiste essene ci viene da Ippolito Romano, scrittore cristiano del III seolo: "Gli Esseni sono i divisi e non seguono le pratiche nella stessa maniera essendo ripartiti in quattro categorie. Alcuni spingono le regole fino all'estremo: si rifiutano di prendere in mano una moneta asserendo che non è lecito portare, guardare e fabbricare alcuna effigie; nessuno di costoro osa perciò entrare in città temendo di attraversare una porta sormontata da statue, essendo sacrilego passare sotto le statue. Altri, udendo discorrere qualcuno di Dio e delle sue leggi, si accertano se è incirconciso, attendono che sia solo e poi lo minacciano di morte se non si fa circoncidere; qualora non lo consenta essi non lo risparmiano, lo assassinano: è appunto per questo che hanno preso il nome di zeloti, e da altri quello di sicari. Altri si rifiutano di dare il nome di padrone a qualsiasi persona, eccetto che a Dio solo, anche se fossero minacciati di maltrattamenti e di morte".
Ma per quanto si adoprassero ad alimentare il fervore attraverso canti e preghiere tendenti a sollecitare la discesa dal cielo del loro Salvatore, un po' per quella fede che cominciò a vacillare verso un avvento che veniva sempre rinviato (cosa per altro già accaduta nel III terzo secolo a.C., secondo quanto viene esposto dal libro di Giobbe che fu scritto appunto per esortare alla pazienza gli ebrei stanchi di attendere un Messia che non arrivava mai), e un po' perché si erano resi conto che non avrebbero mai potuto imporre la loro religione, con un Messia il cui avvento era basato sull'astrattismo di una promessa, alle religioni pagane che proponevano Soteres che avevano già compiuto la loro missione salvatrice, decisero di costruirsene anch'essi uno già realizzato. 

Ma dove trovare gli argomenti giustificativi per rendere credibile un evento che, oltre a non essere da nessuno conosciuto, era stato da loro stessi smentito attraverso quell'attesa che fino ad allora avevano sostenuto? Ancora una volta, ricorrendo alla cabala e alle predizioni dei profeti, imposero la loro verità invocando quella profezia nella quale Isaia, sette secoli prima, aveva previsto che il Messia sarebbe passato tra gli uomini senza essere riconosciuto: "Egli (il Messia), dopo essere passato tra gli uomini in maniera così umile e modesta nelle parvenze da non essere rimarcato da alcuno, seguirà i suoi carnefici silenzioso e docile come un agnello che viene condotto al mattatoio" (... ). Anche se potrà sembrare incredibile, purtroppo è proprio così: sarà su questa profezia, sull'imposizione che ci viene da essa di accettare come compiuto un fatto che in realtà non è mai accaduto, che sarà costruita (...) tutta la storia di un Salvatore gnostico che fornirà le basi per costruire la figura di un Gesù incarnato. 


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"ATTI DEGLI APOSTOLI - 5, 1-11 – La frode di Anania e Saffira
51Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere 2e, tenuta per sé una parte dell’importo d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. 3Ma Pietro gli disse: 'Anania, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? 4Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio'. 5All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. 6Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. 7Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò anche sua moglie, ignara dell’accaduto. 8Pietro le chiese: 'Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?'. Ed essa: 'Sì, a tanto'. 9Allora Pietro le disse: 'Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te'.10D’improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito. 11E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose." (http://sunfinder.serveftp.org/parrocchia/index.php?option=com_content&view=article&id=35:15-atti-degli-apostoli-5-1-11-la-frode-di-anania-e-saffira&catid=17&Itemid=122&lang=it)

Aggiunge la seguente "Riflessione", spudoratamente e infinitamente cattoipocrita, l'anonimo "pastore" della "Parrocchia di San Giovanni Battista" di "San Giovanni di Casarsa": "Il racconto di Anania e Saffira è molto duro. L’autore narra che essi vendettero un terreno e portarono alla comunità solo una parte dell’importo, trattenendone il resto. Ma il problema non era in questa azione, bensì nell’aver mentito a Pietro, affermando che avevano consegnato l’intera somma. Sia Anania che Saffira morirono all’istante, prima l’uno poi l’altra. In verità, Anania e Saffira, con la loro menzogna, si separavano dal comune sentire della comunità, facendo cosi morire in loro la vita spirituale che avevano ricevuto in dono. Non si trattava perciò di una semplice inadempienza, bensì della separazione dallo spirito della comunità, che porta sempre a distruggere se stessi.La morte di Anania e Saffira non va intesa come una punizione inviata da Dio, ma come la conseguenza della loro insincerità e dell’aver fatto prevalere i propri interessi su quelli degli altri. Scrivono gli Atti che la gente, vedendo questi fatti, fu presa da timore. Non si vuol suggerire che iniziò da allora un clima di paura nella comunità. È noto infatti che il frutto della comunione è la pace, la gioia, l’amore, come più volte Luca ribadisce.Quel che gli Atti sottolineano è che tutti debbono essere ben attenti a custodire la comunione che il Signore ha donato. La fraternità va infatti custodita con grande cura perché è facile ferirla con i propri comportamenti egocentrici." (ibid.)

La vera religione è quella della "Natura"



Lo spezzettamento del cristianesimo nelle sue componenti essenziali è già iniziato sin dai suoi primordi. Da un lato l'interesse verso lo stoicismo, Seneca in particolare, che fu preso come modello dai padri della chiesa per tratteggiare la figura di cristo. Poi Marco Aurelio, il grande re, e tutti a cercare di attuare un personaggio "giusto" per eccellenza, che nella cultura diffusa di allora era Socrate, ed il di lui discepolo per eccellenza, Platone, creatore di quella filosofia che pervade  il cristianesimo filosofico. 

D'altra parte, ai nostri giorni, ritorna prepotente il desiderio di una religione naturalistica, per reazione contro la scissione tra uomo e natura. Religione naturalistica, la più sana religione possibile, la divinizzazione degli astri, delle forze naturali, dei luoghi naturali! Quando gli dei erano tra gli uomini non erano solo dei, vi era la divinizzazione della natura!  L'uomo coltivava, venerava, apprezzava, temeva, anche, la natura ma le stava "dentro"! 

Oggi invece la natura è perduta per l'uomo. Il sentimento millenario dell'immedesimazione deve essere riconquistato. Per cui, se esiste ancora la possibilità della rinascita del sentimento religioso, questa non può avvenire sul piano dello "spirituale astratto", perché  questo ci disincarna dalla natura. L'uomo che respira, sente, tocca, vede la natura si arricchisce e rafforza il suo amore per la vita. Amore per la vita altro non è che partecipazione sensoriale alla realtà. Ecco perché occorre recuperare il senso del reale contro le fumisticherie  delle mitologie e delle ideologie nate al di fuori del sano realismo mediterraneo di cui noi dobbiamo recuperare il senso....

Giorgio Vitali


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Mio commento/integrazione: 

"...mi piace questa discorso in cui si cerca di tirar fuori un "senso"  che unisca  religione e scienza, natura e cultura. Ma il punto chiaramente è che la religione "naturalistica" deve integrare lo  "spirito" (intelligenza e coscienza) e la  "sostanza" (materia)... 

Riporto perciò l'attenzione a come la "santità naturale" possa manifestarsi in ognuno di noi. Santità significa interezza, onestà, integrità... e per viverla consapevolmente dobbiamo per forza di cose partire da noi stessi, metterla in pratica nella nostra vita quotidiana, tenendo conto dell'equilibrio nel  dare-avere e del giusto respiro, mangiare e bere che ci compete. " 

Paolo D'Arpini

Cosa ci determina (?), riflessione con racconto di M. H. Erickson


   

Tutto quello che introiettiamo, che a nostra insaputa assorbiamo, o che rifiutiamo di vagliare del vissuto, o che addirittura entità minori ci somministrano, tutto ciò finisce nel nostro inconscio, ai più, imperscrutabile pozzo senza fondo, collegato alla mente universale, all’intelligenza cosmica.

   L’inconscio conserva tutto quello che accade nel nostro universo, di quest’infinito conosciamo solo una porzione minima superiore, la coscienza. Ognuno è la proiezione sul piano fisico e psichico dell’inconscio, questo infatti determina il corpo, il carattere, la malattia. Così ognuno è il creatore di sé e del proprio universo, ognuno è il centro dell’universo, lo spirito individuale forgia al pari dello spirito universale che crea, entrambi sono fatti della stessa natura e agiscono sulla stessa sostanza.

   Questa condizione non implica la nostra resa, bensì è sintomo di un (infinito) potenziale, poiché immettendo nell’inconscio gli stimoli giusti, questi ritorneranno, aumentati dalla forza creatrice della mente universale volta esclusivamente al Bene, portando a noi i frutti, dei pensieri e dei desideri, dissolvendo i condizionamenti.

   Così nell’inconscio non sempre si sa cosa entra, mentre il prodotto di ciò che fuoriesce siamo noi, allora molti scavano dentro di sé, altri si fanno scavare, alcuni si allenano a divenire impenetrabili, nell’intento di costruire un osservatore capace di analizzarsi con distacco e risolvere i conflitti, e infine forgiare un essere rinnovato.


   Leggiamo un esempio in un racconto* didattico di Milton H. Erickson dal titolo: ”Date alla palla la spinta iniziale”, tratto da un caso realmente accaduto.



   Una ragazzina di dodici anni non è una bambina. Ne ebbi una sulla quale applicai una tecnica del tutto infantile. Mi chiamò al telefono e mi disse: “Ho avuto una paralisi infantile, e ho dimenticato come muovere le braccia. Può ipnotizzarmi e insegnarmelo?”. Dissi a sua madre di portarla da me, e sua madre me la portò. Diedi un’occhiata alla ragazza. Per essere una ragazza di dodici anni, aveva un petto molto ben sviluppato, eccetto il fatto che la mammella destra si trovava sotto il braccio. Dissi alla madre di spogliare la ragazza fino alla vita, e osservai tutto il torace, per vedere dove erano i muscoli.

   Le dissi che per tre volte al giorno doveva mettersi davanti a uno specchio, nuda sino alla vita, e farsi le boccacce.

   Provate un po’ a tirare in giù entrambi gli angoli della bocca. Adesso fatelo ancora, e notate come la pelle del petto si muove. Io posso farlo solo da una parte del viso.

   Le dissi anche di mettersi davanti allo specchio tre volte giorno, per venti  minuti, e tirare giù gli angoli della bocca. In altre parole, doveva contrarre il muscolo platisma.

   E lei mi chiese: “Devo per forza mettermi davanti a uno specchio?”.

   “Dove ti vorresti mettere?”, le chiesi.

   “Mi piacerebbe immaginare un programma televisivo”, disse.

   E così si mise ad immaginare un programma immaginario, su un televisore immaginario. E cominciò a esercitare il muscolo platisma, e si divertiva a guardare l’immaginario programma televisivo mentre faceva le boccacce.

   Ora, quando si comincia a far muovere un muscolo, il movimento tende a diffondersi a tutti i muscoli. Provate a muovere solo un dito. Il movimento comincia a diffondersi, senza che lo vogliate. Le sue braccia cominciarono a muoversi.

   Orbene, la mammella destra si postò da sotto il braccio, portandosi sul lato del petto. 

Ora lei è un’avvocatessa, esercita la professione.


Giuseppe Moscatello





* Milton H. Erickson, La mia Voce ti accompagnerà, 1983 Ed. Astrolabio Roma.

Homo sapiens - La specie è una le differenze sono tante....



La specie umana è una sola ma le differenze sono tante, e soddisfano le diverse opzioni genetiche  e possibilità di vita sul pianeta. 

Esistono sicuramente dei livelli di coscienza ma tali livelli sono parte del processo di sviluppo all’interno della specie. Ad esempio non possiamo dire che chi manifesta tendenza antropofaghe sia diverso dal vegetariano, in quanto razza.
Chi è consapevole dell’unità di tutte le creature e di tutta la vita non è di altra specie di chi si identifica con uno specifico nome-forma od etnia. 


Chi è consapevole dell’unità promuove il benessere di tutti e chi è consapevole della separazione promuove l’interesse del singolo o del gruppo in cui si riconosce. Alla fine, dal punto di vista genetico, ogni essere umano è in grado di riprodursi con i suoi consimili, depravati o santi che siano e questa è sufficiente conferma che tutti appartengono alla stessa razza (cosa che non avviene con la copula fra umani e scimpanzè, tanto per dirne una).


Se pensassimo diversamente commetteremmo l’errore degli inquisitori cattolici che consideravano le streghe e gli eretici come figli del demonio e quindi non appartenenti all’umanità. Ma tali livelli di astrazione sono oggi negati in ogni modo dalla scienza e dalle evidenze.

Ovviamente le tendenze egoiche che spingono gli esseri di bassa consapevolezza a compiere azioni nocive per la comunità trovano espressione in forme di somiglianza energetica (risonanza). 


Come abbiamo visto ad esempio durante il nazismo in cui Hitler e parecchi tedeschi ritenevano di incarnare gli interessi della nazione e addirittura del mondo intero compiendo le efferatezze di cui si sono macchiati.. La stessa tendenza negativa è ad esempio oggi presente nei sionisti, torturatori di palestinesi, e nei banchieri e finanzieri senza scrupoli che opprimono economicamente il resto del mondo.

Ma questo non fa di essi una diversa “razza”…. 

Paolo D'Arpini

Una memoria bioregionale.. a Pratale



Torno da Etain a Pratale a quasi un anno di distanza. La mia prima
volta si può dire sia stata una sorta di battesimo. Fidandomi
ciecamente di un uomo, che ora posso chiamare amico, lo scorso
settembre mi ero avventurata verso un luogo e persone a me totalmente
sconosciuti. Il caso volle che facessi quel viaggio arrivando di notte
nel buio più pesto che abbia mai visto in vita mia e sentendo la
responsabilità di aver coinvolto anche un’amica nell’avventura.

Una volta riuscite ad arrivare abbiamo avuto un altro impatto
negativo. Martino, il marito di Etain, sentendo arrivare una macchina
troppo vicino alla casa, era uscito gridandoci malamente di tornare
indietro al parcheggio, che ovviamente con quel buio non avevamo
visto.

Quando poi finalmente entrammo nel grande cortile fummo accolte
cordialmente come se nulla fosse successo, come due figlie tornate un
po’ troppo tardi la sera e alle quali, per fortuna non si erano
abbuffati, avevano lasciato un piattino di pasta da mangiare, seppur
in tensione lo stomaco brontolava e reclamava.

Si dice che “il buon giorno si vede dal mattino”, dopo una bella
dormita il mondo cambiò. La mattina seguente era inondata di sole,
tanti i rumori della campagna e un asinello curioso sbirciava dentro
dalla finestrella della stanzetta in cui dormivamo. Etain e Martino
erano già al lavoro, un buon caffè bollente ci aspettava. Con la luce
del giorno un magnifico e imponente gelso appariva in tutta la sua
bellezza al centro del piazzale.

In questo 25 luglio, quindi, serena e con tanta voglia di tornare – è
quasi più di un mese che rimandiamo – mi accingo al viaggio: ricordo
perfettamente ogni punto della strada e la farò di giorno, sono
consapevole di ciò che troverò e sono con 3 amici (stranamente anche
loro conosciuti da circa un anno). Probabilmente questo è stato un
anno di svolta epocale, rimarrà negli annali.

Il gelso è sempre lì, immenso ed accogliente come le braccia di Etain
che ci saluta all’arrivo. Il piazzale è pieno di persone, molti
giovani, arrivati da varie parti del mondo e stasera si festeggia
anche il compleanno di Beniamino, il figlio di Etain. Mi viene
spontaneo dirle “forse era destino che arrivassimo proprio in questo
bel giorno di festa”, 26 anime sotto il gelso.

Ci svegliamo presto la mattina successiva dopo una notte, almeno per
alcuni, non priva di altre emozioni. La tavola sotto il gelso attende,
con una invitante colazione, il risveglio di tutti. Oggi è domenica e
anche se ci sono sempre le incombenze della vita quotidiana, tutto
procede tranquillo e lento.

Viene fatto circolare un foglio dove ognuno sceglierà un compito da
assolvere, noi ultimi arrivati veniamo “graziati”, possiamo fare una
bella passeggiata nel bosco, arrivare all’eremo e tornare per l’ora di
pranzo.

Ci avviamo baldanzosi, non sappiamo bene quanta e quale strada ci
attende. Io vado troppo in fretta e qualcuno mi rimprovera “non si fa
così una passeggiata nella natura”. Rallentiamo, troviamo un albero
con rami artisticamente contorti che sicuramente non sfigurerebbe
vicino alle “sculture nella natura” che qualche moderna associazione
pseudo-naturalista sta promuovendo a mo’ di innovazione dell’arte al
servizio dell’ambiente. L’albero risulta essere un melo, la Eva che è
con noi trova in effetti una bella mela per terra (un po’ mordicchiata
per la verità) da offrire all’Adamo che si presta volentieri per una
bella foto ricordo.

Usciti dal bosco percorriamo quindi la strada bianca di ciottoli,
sotto il sole cocente ma per fortuna con un venticello e ogni tanto un
po’ d’ombra a ristorarci, fino all’eremo. Sembra non si arrivi mai e
qualcuno dice “mi sa che era meglio assegnarci qualche lavoro in
fattoria, questa passeggiata sa un po’ di penitenza”, infatti stiamo
percorrendo un tratto della via di S.Francesco.

Finalmente arriviamo, che delusione! Non che il posto non sia
splendido anzi anche troppo. Ci aspettavamo un eremo dove poter
sostare qualche minuto per riposare il corpo e la mente, ma abbiamo
trovato un luogo che sembra la villa blindata di un qualche magnate.
Però sul muro esterno c’erano belle immagini affrescate con santi, con
tanto delle seguenti scritte :

Eremo S.Pietro in Vigneto costruito dai monaci benedettini sulle
rovine del tempio pagano dedicato a Marte Ciprio. Per due secoli
l’Eremo rimase luogo di preghiera e solitudine. Poi Pio II ne fece
dono ai canonici della Cattedrale di Gubbio. Dal 1994 un sacerdote vi
dimora mantenendo vivo lo spirito dei padri del deserto : silenzio
preghiera e lavoro.

Ai viandanti si chiede rispetto del luogo e di lasciare inalterata la
fisionomia del posto. L’eremo non è un ostello e ancor meno luogo per
visite turistiche. Voglia benedire Dio quanti sapranno mantenere
l’ambiente puro e genuino rispettando l’itinerario francescano.

*****

Libera oh Signore dai turisti gli eremi ed i monasteri, affinchè

restino luoghi di pace e di vita nascosta per il bene del mondo. Amen

*****

Non si visita – no visit

*****

Se vuoi salvarti fuggi taci e ricerca la quiete.

*****

Vita dell’eremo

h 4,30 sveglia

h 5,00 mattutino

h 6,30 ss.messa

h 8,00 meditazione

h 9,00 lavoro

h 12,00 angelus

h 12,30 pranzo

h 14,00 vespro

h 19,00 cena

h 20,30 compieta

h 21,30 riposo

*****

Oggi 26 luglio 2009 alle ore 12,00 siamo davanti ad un cancello
blindato dal quale si intravede un magnifico parco ed un maniero di
lusso, l’angelus evidentemente è a porte chiuse, forse avremmo dovuto
prenotare!

Immediatamente penso alla fattoria di Pratale, Etain e Martin non sono
sacerdoti ma vi dimorano mantenendo vivo lo spirito dei padri del
deserto : silenzio preghiera e lavoro. Ai viandanti chiedono rispetto
del luogo e di lasciare inalterata la fisionomia del posto. Pratale
non è un ostello e ancor meno luogo per visite turistiche.

Etain e Martin benedicono ed accolgono quanti sapranno mantenere
l’ambiente puro e genuino rispettando non solo l’itinerario
francescano ma la natura tutta, affinché restino luoghi di pace e di
vita non nascosti per il bene del mondo.

La loro porta è aperta tutti i giorni dell’anno ed a qualsiasi ora.
Non ci sono orari prefissati, le attività quotidiane vengono comunque
svolte, in armonia e condivisione.

Con questa consapevolezza, decidiamo per la via più lunga di ritorno,
sotto il sole cocente di mezzogiorno, assegnandoci così nostra
“sponte” questa penitenza. Almeno avremo meritato il nostro pasto.

Il gelso è sempre lì, continua a proteggerci ed accoglierci anche
nella siesta pomeridiana. Ma arriva il momento della partenza.
Abbracci e parole affettuose per tutti. Etain che mi dice: “tornate
ancora”, ed io le rispondo: “cercheremo di farlo”.

Laura Lucibello


Adi Shankaracharya: "La realizzazione del Sé è sempre presente"



Il Sé è lo spirito (o coscienza intelligenza) che tutto compenetra, nell'advaita si definisce Brahman od Atman o Paramatmam. Preciso: allorché si parla del Sé già siamo in uno stato di dualità. Come dice Lao Tzu: il Tao che può esser detto non è il vero tao. Dal punto di vista concettuale, quindi con una descrizione all'interno della mente duale, il Sé rappresenta l'assoluta consapevolezza non consapevole di sé, ovvero l'Assoluto uno senza secondo. Il sé individuale (anima) è il riflesso nella mente di quella consapevolezza. E qui si chiede cosa è la mente? E' quel potere di riflessione che consente al Sé di manifestarsi nelle infinite forme (Maya o Shakti. - Tempo spazio energia). Siccome il riflesso delle immagini manifestate ha come substrato il Sé, si può dire -come diceva Shankaracharya- che il mondo è irreale se visto come separato dal Sé, ma diviene reale se visto come il Sé. Il realizzato non è quindi una persona ma è il Sé, Come un qualsiasi personaggio del sogno al momento del risveglio smette di esistere in quanto "individuo del sogno" e si risveglia come il soggetto sognatore. La similitudine è imperfetta... come detto sopra.... Realizzazione quindi non è altro che risvegliarsi alla propria vera natura, essendo sempre stati quel Sé.

Paolo D'Arpini



In celebrazione del Sri Adi Shankaracharya Jayanti (ricorrenza della nascita) ci incontriamo Giovedì 12 maggio 2016, nel Tinello di meditazione, a casa di Caterina a Spilamberto, alle ore 20.30, per il canto del Nirvana Shaktam, le sei strofe sulla salvezza, scritto dal grande maestro advaita. Seguiranno altri inni   dedicati a Shiva ed al Guru ed una meditazione silenziosa. Al termine della cerimonia verrà condiviso il Prasad da ognuno portato.  Per partecipare dare conferma al 3336023090.

Canto del Nirvana Shaktam:

L’origine dei simbionti...



L’origine dei simbionti. Nell’esperimento 20 di Reich, (Reich 1948) egli descrive come ha prodotto i Bioni. Ha fatto bollire insieme terra e acqua e tutte le particelle sono state separate mediante filtrazione per produrre “acqua di Bioni”. “L’acqua risultante di colore dorato-brunastro è stata congelata e, allo scongelarsi, sono precipitati fuori dei fiocchi dalla forma organica. Tramite il microscopio ottico Reich ha visto che essi si compongono di piccole vesciche blu, che possono crescere e moltiplicarsi con l’aggiunta di acqua sterile di Bioni. 

Ciò rappresenta la formazione primaria di Bioni, la condensazione dell’energia libera di orgone proveniente dalla terra”. (Reich, W., 1938). Il calore usato per bollire la terra e l’acqua e successivamente nel processo di congelamento, provoca una fase di transizione da liquido a gas e viceversa. Nella termodinamica, la transizione di fase del primo ordine è la trasformazione del sistema termodinamico da una fase all’altra.  

Durante tale transizione, un sistema assorbe o rilascia una quantità fissa (e solitamente grande) di energia. Poiché l’energia non può essere trasferita istantaneamente fra il sistema e il suo ambiente, le transizioni di fase del primo ordine sono associate ai “regimi di fase mista”, nei quali alcune parti del sistema hanno completato la transizione a differenza di altre. Questo fenomeno è simile a ciò che si osserva solitamente quando si fa bollire un recipiente di acqua: l’acqua non si trasforma istantaneamente in gas, ma forma un miscuglio turbolento di acqua e bolle di vapore acqueo. 

È importante il fatto che i diversi tipi di fase siano associati a diverse caratteristiche fisiche.  A partire da un miscuglio chimico eterogeneo, delle sostanze senza legante chimico con vari punti di fusione vengono trasformate in un colloide. 

In chimica il colloide o la dispersione colloidale è una sostanza con componenti di una o due fasi, un tipo di miscuglio intermedio fra un miscuglio omogeneo (chiamato anche soluzione) e un miscuglio eterogeneo, anch’esso con proprietà intermedie fra le due.  La formazione dei fiocchi, nel modo in cui viene descritta da Reich, è un processo di flocculazione in cui un soluto si origina da una soluzione, mentre argille, polimeri ed altre piccole particelle caricate si raggruppano insieme per attaccarsi e formare una fragile struttura, detta fiocco.  Molti flocculanti sono cationi multivalenti come l’argilla,  la pirite, l’alluminio, il ferro, il solfato ferroso (FeSO4), il calcio o il magnesio. Queste molecole caricate positivamente interagiscono con le particelle e le molecole caricate negativamente per ridurre le barriere d’aggregazione. I monomeri si legano a siti caricati nell’argilla e catalizzano una sintesi abiotica di polimeri. I molti siti leganti presenti sull’argilla potrebbero aver fatto avvicinare molti monomeri e averli assistiti nella formazione di polimeri, inoltre gli ioni metallici potrebbero agire come catalizzatori di reazione di disidratazione nell’argilla.  


Anche la pirite potrebbe aver avuto un ruolo importante in quanto fornisce una superficie caricata, e gli elettroni liberati durante la sua formazione potrebbero appoggiare il legame fra le molecole. In presenza di un pH adeguato e di altre condizioni, queste sostanze chimiche reagiscono con l’acqua per formare idrossidi insolubili che, precipitando, si legano insieme per costituire lunghe catene o maglie, intrappolando  fisicamente le piccole particelle nel fiocco più grande e formando le particelle colloidali. 

Le particelle colloidali portano spesso una carica elettrica e perciò si attraggono o si respingono l’una con l’altra.  
Il miscuglio di soluzione e argille, polimeri o altre piccole particelle caricate positivamente con elettroni liberi, dissociati da queste molecole, forma il plasma. Il processo di riscaldamento usato da Reich ed altri separa gli elettroni da nuclei atomici per formare uno ione caricato positivamente e causare una transizione di fase e, infine, una formazione di plasma caricato negativamente attorno alle particelle caricate positivamente.  



Post Scriptum di Marco Bracci:  Forse da questo art. (estratto da un testo del Dr. Nader Butto -La natura dei bioni- http://www.arnoldehret.it/old/downloads/La-natura-dei-Bioni-Dr-Nader-Butto.pdf) si può cominciare a capire cosa significa. Essendo i bioni delle particelle vive e avendo scoperto Wilhelm Reich come produrle, perché non si procede con gli studi e gli esperimenti e, anzi, si fece in modo di ostacolarlo in ogni maniera possibile?

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