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Droghe ed antiproibizionismo, per liberarsi dalla necessità del carcere


Diciamoci la verità:  la grandissima maggioranza della popolazione detenuta è costituita da individui disperati, poveri cristi, immigrati, tossicodipendenti, disoccupati e analfabeti. Persone di cui non importa a nessuno.
Mbhè a qualcuno importa. Ed a tutti in verità dovrebbe importare. Perché la ruota gira. Chi oggi sta dentro domani potrebbe star fuori. Mentre chi oggi sta fuori tranquillo potrebbe ritrovarsi dentro. Intanto  in Portogallo dall'inizio del secolo hanno deciso di limitare l'uso del carcere, almeno per  quei cittadini che non hanno commesso reati sociali, come ad esempio i consumatori di droga.  
Quanti di voi sapevano che il Portogallo è l’unica enclave antiproibizionista dell’Occidente? Esattamente il primo ottobre del 2000, il Parlamento del paese lusitano depenalizzava il possesso di sostanze stupefacenti. Tutte, dalla più lieve alla più pesanti. Si può affermare che quella decisione si è rivelata un successo eclatante, 
"Prima di depenalizzare l’uso personale di stupefacenti, il Portogallo aveva un alto tasso di tossicodipendenze. Oggi -scrive Greenwald- “ha il più basso tasso di consumo di marijuana in Europa e uno dei più bassi di cocaina” che hanno diminuito, ovviamente, anche gli effetti delle patologie connesse all’uso di stupefacenti, come la trasmissione di Hiv, epatiti e morti da abuso.
Da quando in Portogallo non è più un problema di politica criminale, l’uso di droga è divenuto un problema di natura medico-assistenziale. Le persone trovate in possesso di stupefacenti,  scrive Greenwald, non sono più arrestate o trattate come criminali. Al contrario, vengono inviate davanti una commissione di esperti medici, che gli offre l’opportunità, senza obbligarli, di accettare un trattamento di recupero finanziato dallo Stato.
Ciò ha anche consentito di abbattere quella barriera di paura che divide gli agenti dalla cittadinanza, che inibiva l’accettazione di percorsi di recupero da parte dei tossicodipendenti, oltre che il successo di campagne di prevenzione. Inoltre  secondo il giurista americano trattare la dipendenza da droga come un problema medico, piuttosto che un problema penale, è il modo migliore di affrontare la questione. Il counseling è molto più efficace della prigione nel convincere un tossicodipendente a non fare più uso di droghe. Infine i risparmi di spesa pubblica conseguiti dal non dover mantenere gente inutilmente in carcere, possono essere utilizzati per implementare programmi di trattamento efficaci, o servizi, come cliniche di disintossicazione.
La depenalizzazione dell’uso personale di stupefacenti e il recupero dei tossici spezzerebbe le reni alla criminalità organizzata del nostro Paese. Ed alleggerirebbe l'enorme spesa  carceraria per la  detenzione di "drogati", nonché aiuterebbe a sveltire le maglie della "giustizia" intasate da lunghi e inutili processi. 
(Redazione)

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