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Dal Giornalino di Gian Burrasca al Giornaletto di Saul...
La legge del karma non perdona… ma insegna!
"Il karma è una legge universale di causa ed effetto che riflette l'equilibrio delle nostre azioni, spingendoci a comprendere i nostri errori anziché subire una punizione cieca" (D.G.)
Spesso, durante la mia permanenza in India, diverse persone ponevano domande ai vari maestri presso i quali andavo a soggiornare in merito al destino dei popoli, alla crudeltà di Hitler, alla persecuzione millenaria degli ebrei, alla distruzione delle civiltà meso-americane, alle guerre civili e simili argomenti apocalittici. La riposta dei saggi era sempre più o meno la stessa: “Come esiste un destino individuale esiste anche un destino per le nazioni e per i popoli”.
Lasciando da parte questa analisi generale voglio solo soffermarmi un attimo sulla tendenza karmica che contraddistingue il popolo ebraico.
La chiave della comprensione del destino di questo popolo sta nel senso del dominio, della trasgressione e della punizione. “Occhio per occhio, dente per dente”. E quando ci si trova alle strette si preferisce la morte onorevole, come avvenne ai rivoluzionari di Masada che preferirono il suicidio collettivo piuttosto che cadere in mano ai Romani. Ma l’esempio più significativo di questa filosofia di vita collettiva è il famoso detto: “Muoia Sansone con tutti i Filistei”. Che siano tutti morti è meglio che qualcuno salvato, soprattutto se quel qualcuno è un “altro”?

Il calendario maya e la cultura azteca
Ora ve lo posso dire, l’oroscopo maya è una rivisitazione congetturale di José Argüelles, il quale essendo deceduto alcuni anni fa non potrà nemmeno controbattere.
Il fatto è che i Maya si erano già belli che estinti da parecchi anni prima della conquista spagnola e quando Arguelles si dedicò allo studio del loro calendario astrologico i reperti ai quali egli fece riferimento erano tutt’al più esumazioni avvenute durante la successiva cultura azteca.
Gli Aztechi erano la civiltà presente in Messico quando arrivarono i conquistadores ed il loro sistema zodiacale può essere considerato affidabile e controllabile… Sembrerebbe che i maya avessero un loro sistema numerico e di calcolo da lungo tempo caduto in disuso. Generalmente, molti autori che se ne occuparono in passato lo trattarono con estrema sufficienza, qualificando i maya come una sorta di popolazione quasi preistorica, probabilmente perché non svilupparono una particolare metallurgia, e nemmeno la ruota.
Certo, riguardo l’uso della numerazione, si può constatare che il calendario maya (lo tzolkin), od almeno il calendario che a loro viene attribuito, è estremamente razionale. L’anno solare è diviso in 13 mesi lunari di 28 giorni, con l'aggiunta di un giorno “senza tempo” (è detto così). 28 x 13 + 1 = 365, e la scansione della rivoluzione terrestre intorno al sole è scansionata attraverso quella della luna, in modo più logico della suddivisione arbitraria in 12 mesi, alcuni di 30, altri di 31 ed uno persino di 28, ma una volta su quattro 29, giorni. chiunque può apprezzare il fatto che il ciclo lunare, oltre ad essere un orologio naturale, ha relazioni con l’agricoltura, i cicli mestruali femminili, e con alcuni cicli solari.
Però da qui a fondare un mito sulle loro conoscenze astrologiche e divinatorie ce ne passa. Ma per alcuni studiosi la capacità proiettiva dei maya, utilizzando i parametri menzionati, si estendeva sino a fornire tabelle di previsioni astronomiche su tempi eccezionalmente lunghi, fino alle decine di migliaia di anni. conteggiavano cicli di coordinazioni celesti fino a periodi di 40.000 e 50.000 anni, prevedendo la comparsa di comete o congiunzioni particolari (vedi per esempio Michael Coe, i maya, thames and hudson, Londra, ed newton compton).
Beh, anche nella cultura vedica indiana c’era il vezzo di calcolare il tempo in eoni millenari... ma evidentemente il gioco della matematica è una cosa mentre la conoscenza degli eventi futuri è un’altra.
Insomma tutto quel che si dice sul calendario maya viene dalla fantasia di un teorico New Age, cittadino statunitense, José Argüelles a partire dagli anni 1970. Ma la sua materia era la storia dell’arte, non l’archeologia o la cultura Maya. Inoltre egli ha francamente dichiarato che molte sue teorie derivano da “visioni” che avrebbe avuto sotto l’influsso dell’LSD. Neppure un solo specialista accademico dei Maya ha mai preso sul serio Argüelles.
Ma del sistema zodiacale azteco possiamo tranquillamente parlare, esso è ben documentato.
Prima vediamo chi fossero questi Aztechi (o Mexica). Essi dominavano nel più grande splendore dal Messico al Nicaragua nel 1519 quando vi penetrarono gli invasori spagnoli. Questo popolo originario di Aztlan (forse l’attuale Utah) succedette alle precedenti civiltà centro-americane: Olmeca, Maya e Tolteca .
Sulla cultura Azteca abbiamo notizie storiche decifrabili, essendo la loro cultura pienamente viva sino a cinquecento anni fa. Tonalamatl era il libro della divinazione che contiene i misteri dell’oroscopo Atzeco, il calcolo dell’appartenenza ai vari segni era basato sul ripresentarsi ciclico di gruppi di sei anni distanziati da 13 anni ciascuno. I “segni” di appartenenza venivano calcolati nella suddivisione dell’anno in settori che comprendevano da 1 a 12 giorni ciascuno ripartiti fra i 20 archetipi originari.
Detto così non sembra facile calcolare le caratteristiche di nascita ed infatti pare che questi elaborati calendari fossero accessibili a pochi eletti. Per accertare gli ascendenti, ad esempio, c’era un calendario composto di 18 mesi di 20 giorni, questa suddivisione consentiva di interpretare le caratteristiche del mese correttamente.
I loro nomi sono molto evocativi: mese dell’Acqua (predisposizione alla magia), della Primavera (fascino), dei Fiori (generosità), dei Campi (ottimismo), della Siccità (ossessività), degli Alimenti (concretezza), del Sale (acutezza), del Mais (ambivalenza espressiva), delle Feste (generosità), del Fuoco (ambizione), della Madre Terra (tranquillità), del Ritorno degli Dei (capacità di osservazione), della Montagna (amore ed amicizia), della Caccia (passionalità), delle Piume (determinazione), della Pioggia (dispersione), degli Astri (concentrazione) ed infine della Crescita (ingegnosità). Ma ora torniamo ai 20 archetipi originari, essi sono: Vento (sincerità), Coccodrillo (simpatia), Aquila (esuberanza), Ocelot (ambizione), Coniglio (diplomazia), Capriolo (emotività), Fiore (istintività), Canna (contraddittorietà), Morte (fortuna), Pioggia (allegria), Erba (estroversione), Serpente (drammatizzazione), Pietra Focaia (indipendenza), Scimmia (idealizzazione), Lucertola (naturalità), Movimento (attività), Avvoltoio (metodicità), Acqua (volubilità), Cane (scrupolosità), Casa (vulnerabilità).
Nella cultura Azteca la teologia e gli aspetti caratteriali erano collegati, lo percepiamo ad esempio nell’inno dedicato alla Festa Venusiana. “Il fiore del mio cuore si è aperto, ecco la signora di mezzanotte, lei è venuta – nostra madre – lei è venuta, lei la dea Tamoanchan…”
Paolo D’Arpini - Comitato per la spiritualità laica
L'importanza della coesione nel movimento bioregionale ed eco-spiritualista-pacifista...
La prostituzione secondo Sant'Agostino e la liberazione sessuale secondo Paolo D'Arpini...
Il pensiero di Sant'Agostino: La "cloaca" della società: Nel De ordine, Agostino sostiene che se si togliessero le prostitute dalla società, il disordine delle passioni e i vizi peggiori rovinerebbero ogni cosa. Per il santo, la lussuria incontrollata degli uomini causerebbe stupri e perversioni ben più gravi se non trovasse sfogo in questo mercato. Dal punto di vista morale l'atto è peccaminoso ma sul piano pratico viene tollerato dai governanti umani per evitare mali maggiori alla comunità.
Il punto di vista di Paolo D'Arpini: La critica ecologista e spirituale di Paolo D'Arpini, animatore del Comitato per la Spiritualità Laica e della Rete Bioregionale Italiana, riprende spesso una visione critica della morale storica e dei compromessi utilitaristici della società. Nelle sue riflessioni e lettere, prevale il rigetto dell'ipocrisia di istituzioni che giustificano la prostituzione, considerandola come il sintomo di un'economia e di un sistema sociale malati che monetizzano ogni aspetto della vita umana e del degrado materiale. Egli in una nota scrive: "strano che il vaticano che solitamente mette bocca su tutte le iniziative sociali non si sia mai pronunciato sulla “regolamentazione della prostituzione”… Ma a pensarci bene strano non è poiché sin dai tempi del papa re le imposte sulle “puttane” contribuirono grandemente all’edificazione della chiesa. Ed ora ci riprovano pure in nome di San'Agostino. Ad esempio G.D.B., devoto della Madonna dei debitori, propone di ristrutturare borghi abbandonati trasformandoli in luoghi dove la prostituzione sia tollerata nel rispetto delle indicazioni di Sant’Agostino, che sosteneva che per salvare una famiglia che mostra qualche crepa è meglio che l’uomo ‘compia peccato’ con una qualsiasi Maria Maddalena. Ovvero, una prostituta da strada. La trasgressione è meno pericolosa perché una ‘lucciola’ a ore vende frettolosi piaceri ed è preferibile a un triangolo di sentimenti. Il verdetto, resistente ai secoli, consiglia senza dubbio il ricorso alle ‘donne pubbliche’ piuttosto che la caduta nell’adulterio. Questo il dettame ecclesiastico, ovvero se si ricorre ad una donna di strada si fa meno peccato che farsi un'amante fissa. Povere puttane, vilipese, offese e sfruttate in tutti i modi e persino sottostimate in quanto donne!"
Eva offre la mela della conoscenza... - Religioni patriarcali astratte e Saggezza matristica concreta...
Insistere troppo su valori astratti "teisti" non aiuta la mente umana al superamento del pensiero patriarcale. Dobbiamo -secondo me- abbandonare la speculazione religiosa e ritornare ad una spiritualità priva di dogmi e non specificatamente legata al genere (il sacerdozio nelle religioni monoteiste di origine semita è precluso alle donne).
Per carità, va anche bene fare un'analisi storica sulla formazione del cristianesimo e di come questa religione di origine "semita" abbia attinto al paganesimo pre-esistente. Tra l'altro la rivalutazione del paganesimo è una delle caratteristiche portanti non solo nel filone New Age ma anche in ricerche storiche serie, come ad esempio quella di Daniel Danielou sul mito di Dioniso-Shiva.
Ma dovremmo andare anche più in là riscoprendo i culti più antichi e vicini alle nostre radici, ovvero l'adorazione della Grande Madre o Energia Primordiale (Shakti).
Spesso, al Circolo vegetariano VV.TT., durante le feste da noi organizzate, soprattutto quelle in concomitanza con i solstizi e gli equinozi o per la luna piena e nuova, mettiamo in evidenza gli aspetti sincretici fra cristianesimo e “neo-paganesimo”, facendoli coincidere con il nostro spirito laico e simpatetico con la Spiritualità della Natura.
Ad esempio, è avvenuto che durante alcune cerimonie, già da noi predisposte, si aggiungessero riti diversi con offerte alle divinità e fate dei boschi o dei corsi d'acqua, il tutto magari collegandolo a credenze o leggende cristiane... (tanto per fare un esempio ricordo la Vigilia di San Giovanni, con il battesino dell'acqua e del fuoco, etc.). Io lascio fare perché in fondo il riconoscere il Genius Loci e la sacralità della natura in tutte le sue forme è uno degli aspetti della spiritualità laica e dell’ecologia profonda, che ci contraddistingue.
In effetti la spiritualità della natura è un aspetto riconosciuto anche nella fede cristiana antica, soprattutto nel misticismo (sia in quello primitivo che in quello francescano) in cui prevale la consuetudine di ritirarsi in grotte, boschi e deserti in stretta comunione con gli elementi naturali e con il mondo animale.
Aspetti pagani erano presenti persino nella religione ebraica, sia pur condannati, come ad esempio l’adorazione della vacca sacra durante la traversata del Sinai, oppure riconosciuti e facenti parte della tradizione come avvenne presso la setta degli Esseni che vivevano in strettissima simbiosi con la natura e con i suoi aspetti magici, avendo essi sviluppato anche la capacità di trarre il loro nutrimento dal deserto, un grande miracolo questo considerando che erano persino vegetariani….
Il rispetto e l’adorazione della natura, definito dalla chiesa cattolica (un po’ dispregiativamente) “panteismo” è uno degli stimoli da sempre presenti nell’uomo, tra l’altro questo sentimento panteista è alla base dell’exursus evolutivo della specie.
Ciò mi fa ricordare una storiella, che amo spesso raccontare, sull’origine della specie umana. Ormai è certo che ci fu una “prima donna”, un’Eva primordiale. L’analisi del patrimonio genetico femminile mitocondriale lo dimostra inequivocabilmente. Mi sono così immaginato una donna, la prima donna, che avendo raggiunto l’auto-consapevolezza (la caratteristica più evidente dell’intelligenza) ed avendo a disposizione solo “scimmioni” (tali erano i maschi a quel tempo) dovette compiere una opera di selezione certosina per decidere con chi accoppiarsi in modo da poter avere le migliori chance di trasmissione genetica di quell’aspetto evolutivo. E così avvenne conseguentemente nelle generazioni successive ed è in questo modo che pian piano dalla cernita nell’accoppiamento sono divenute rilevanti qualità come: la sensibilità verso l’habitat, l’empatia, la pazienza, la capacità di adattamento e di gentilezza del maschio verso la prole e la comunità, etc. etc.
Pregi che hanno portato la specie verso una condizione “intelligente” che riconosciamo (o riconosceremmo se nel frattempo non fosse subentrata una spinta maschilista involutiva).
Purtroppo in questo momento storico, in seguito all’astrazione dal contesto vitale e alla manifestazione della religiosità in senso metafisico (proiettata ad un aldilà ed ad uno spirito separato dalla materia), molto di quel rispetto (e considerazione) verso la natura e l’ambiente e la comunità è andato scemando, sino al punto che si predilige la virtualizzazione invece della sacralità vissuta nel quotidiano. Ed in questo buona parte della responsabilità è da addebitarsi al radicamento dei credo monoteisti (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam).
Ma quello che era stato scacciato dalla porta spesso rientra dalla finestra, infatti la psicologia sta riscoprendo i miti, le leggende e le divinità della natura descrivendole in forma di “archetipi”.
All’inizio della civilizzazione umana, nel periodo paleolitico e neolitico matristico, la sacralità era incarnata massimamente in chiave femminea, poi con il riconoscimento della funzione maschile nella procreazione tale sacralità assunse forme miste maschili e femminili, successivamente con i monoteismi patriarcali fu il maschile che divenne preponderante.
Ora è tempo di riportare queste energie al loro giusto posto e su un totale piano paritario. Anche se già in una antica civiltà, quella Vedica, questa parità era stata indicata, come nel caso della denominazione (maschile) “Surya” che sta ad indicare l’identità del sole in quanto ente divino, che viene completato dall’aspetto femminile “Savitri” che è la capacità irradiativa dell’energia solare.
E noi sappiamo che fra il fuoco e la sua capacità di ardere non vi è alcuna differenza....
Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica
Conoscere la volontà dell'ignoto....
...come può un individuo conoscere la volontà dell'ignoto? Non può. Ma se riesce a lasciarsi andare, se riesce a dissolvere la propria identità, la conoscerà immediatamente. In quel momento diventerà una cosa sola con l'ignoto.
Una goccia non può sapere che cosa sia l'oceano finché non si dissolve in esso.
Un individuo non può conoscere la volontà di dio. Finché mantiene la propria identità separata, non potrà mai conoscere l'ignoto. Ma se cessa di esistere come individuo separato dal divino, rimane soltanto la volontà di dio, perché la volontà dell'individuo non esiste più.
A quel punto la questione di conoscere la volontà dell'ignoto non si pone più: l'individuo vive semplicemente nel modo in cui l'ignoto vuole che viva.
In questa condizione, la volontà dell'individuo, il suo desiderio di ottenere successo, la sua aspirazione a raggiungere qualcosa, il suo tentativo di imporre la propria volontà all'esistenza, tutto questo scompare, perché è l'individuo stesso a non esistere più.
Finché l'individuo è consapevole di sé, la volontà dell'ignoto non può mai essere conosciuta.
Quando l'individuo non c'è più, non rimane alcun bisogno di conoscere la volontà dell'ignoto. Qualunque cosa accada, è l'ignoto a farla accadere; l'individuo diventa semplicemente uno strumento.
In tutta la Bhagavad Gita, Krishna consiglia precisamente questo ad Arjuna: abbandonare se stesso nelle mani dell'ignoto, arrendersi completamente all'ignoto. Perché coloro che moriranno, moriranno per mano dell'ignoto. E anche se si sente responsabile, in realtà non lo sarà affatto.
Naturalmente, se continua a considerarsi un individuo separato, sarà certamente responsabile. Ma se riesce a lasciarsi andare e a combattere come uno strumento, come un testimone, non sarà più responsabile.
Se l'individuo riesce a dissolversi nell'universo, se riesce ad arrendersi totalmente, se riesce ad abbandonare il proprio ego, la volontà dell'esistenza si compie, e soltanto allora.
In realtà essa si sta già compiendo; non esiste alcun modo di modificarla. Ma noi continuiamo a lottare, continuiamo a rovinarci, continuiamo a distruggerci nella speranza di cambiare la volontà di dio.
Racconto spesso questa breve storia.
Ci sono due fili di paglia trascinati dalla corrente di un fiume in piena.
Uno dei due è disposto di traverso rispetto alla corrente e cerca di fermare il fiume. Continua a gridare che non permetterà al fiume di andare avanti.
Il fiume continua naturalmente a scorrere e il filo di paglia non ha alcun potere di fermarlo, eppure continua a urlare che il fiume sarà arrestato. Proclama a gran voce che, vivo o morto, fermerà il fiume.
E intanto continua a essere trascinato dalla corrente.
Il fiume non ascolta la sua voce e non sa nemmeno che quel filo di paglia sta cercando di opporsi. È soltanto un minuscolo filo di paglia di cui il fiume è completamente inconsapevole.
Per il fiume non fa alcuna differenza.
Per il filo di paglia, invece, è una questione di enorme importanza.
La sua vita è diventata una grande sofferenza. È trascinato dalla corrente e, alla fine, raggiungerà comunque la stessa destinazione, che lotti oppure no.
Ma quel tratto intermedio, quel tempo che intercorre prima di arrivare, sarà per lui pieno di dolore, tristezza, conflitto e ansia.
L'altro filo di paglia, invece, si è lasciato andare.
Non è disposto di traverso rispetto alla corrente; è allineato con il fiume, rivolto nella stessa direzione del suo flusso e pensa addirittura di aiutare il fiume a scorrere.
Anche di lui il fiume è completamente inconsapevole.
Il filo di paglia immagina che, poiché lo sta accompagnando verso l'oceano, il fiume riuscirà ad arrivarci.
Ma il fiume è del tutto inconsapevole anche di questo aiuto.
Per il fiume non cambia assolutamente nulla.
Eppure, per entrambi i fili di paglia, la differenza è enorme.
Quello che pensa di accompagnare il fiume è pieno di gioia; danza in una felicità immensa.
Quello che combatte contro il fiume è immerso nel dolore. La sua non è affatto una danza: è un incubo. Non è altro che un contorcersi disperato. È nei guai, è continuamente sconfitto.
L'altro, invece, proprio perché scorre insieme al fiume, sta vincendo.
L'individuo non può fare altro che ciò che corrisponde alla volontà dell'esistenza.
Ma possiede la libertà di opporsi e, opponendosi, possiede anche la libertà di procurarsi ansia e sofferenza.
Sartre ha espresso un'osservazione molto significativa: “L'uomo è condannato a essere libero”.
L'essere umano è costretto, è condannato, è quasi maledetto a essere libero.
Ma può usare questa libertà in due modi.
Può contrapporre la sua libertà alla volontà dell'esistenza e creare un conflitto. In questo caso la sua vita sarà piena di tristezza, dolore e angoscia e, alla fine, incontrerà inevitabilmente la sconfitta.
Oppure può fare della propria libertà un atto di resa all'esistenza.
Allora la sua vita sarà colma di beatitudine; diventerà una vita di danza e di canto.
E alla fine non ci sarà altro che vittoria.
Il filo di paglia che comprende di collaborare con il fiume è destinato a vincere. Non esiste alcuna possibilità che sia sconfitto.
Quello che tenta di fermare il fiume, invece, è destinato alla sconfitta. Non ha alcuna possibilità di vincere.
Perciò è impossibile conoscere la volontà dell'esistenza.
Ma è certamente possibile diventare una cosa sola con l'esistenza.
In quel caso la propria volontà scompare e rimane soltanto la volontà dell'esistenza.
Osho, Early Talks
Storie di gatti.... anzi storia dei miei gatti...
Da quando mi sono re-iscritto a facebook ho notato che gran parte dei post e delle foto pubblicate dagli amici riguardano i gatti. Anche Caterina spesso e volentieri inserisce immagini delle sue gatte, commentandole con vari aneddoti di vita. Beh, non voglio essere da meno e mi inserisco nella scia per narrare brevemente la storia del mio rapporto con i gatti.




