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Filosofia e radici tradizionali della laicità


Da un punto di vista culturale, il problema della laicità impone un ritorno alle origini, attraverso il quale la semantica del concetto trova una sua chiarificazione al di là delle polemiche che caratterizzano i punti di vista del nostro tempo.
Mentre la laicità moderna prende posizione a favore della libertà di coscienza dei cittadini, in presenza dei pluralismi religiosi e ideologici che caratterizzano la nostra società, la laicità del mondo classico rappresenta una posizione del tutto rivoluzionaria che trasforma la funzione e il significato etico-politico della comunità civile dell’epoca. Da tale punto di vista, va tenuto presente che tanto la polis greca quanto la res pubblica romana si fondano su una garanzia religiosa del potere politico, in cui l’autorità è assicurata dal connubio tra la supremazia religiosa della classe sacerdotale e il potere amministrato dagli appositi organi istituzionali della comunità pubblica. Non è un caso che la massima autorità politica coincide con la massima autorità religiosa.
In questa prospettiva, ovviamente differenziata nelle diverse situazioni storico-sociali, il pantheon che fonde le diverse concezioni del divino rappresenta la forma più ampia di garanzia per il pluralismo ideale dei cittadini.
Di fronte a ciò, il cristianesimo delle origini, che viene definito da molti come pre-costantiniano, indica una via di laicità inaccettabile per lo stato del mondo classico, in quanto la nuova forma di monoteismo non solo si oppone alpantheon delle religioni politeiste, ma difende la separazione tra l’ambito religioso e quello politico. Si pensi alla posizione evangelica che distingue il regno di Cesare dal Regno di Dio. Questa nuova posizione coniata nell’ambito della cultura cristiana si accompagna ad una concezione già evidenziata alle origini del pensiero filosofico. Infatti, il noto passaggio dal mythos al logos, collocato nel VI sec.a.C. e interpretato da K.Jaspers attraverso la formula delperiodo assiale, permette di individuare, attraverso la genesi dell’universalità presente nel mondo mediterraneo, mediante l’avvento della filosofia, una via di superamento della religiosità politica tradizionale.
Quanto detto è abbastanza evidente nella filosofia presocratica e in Socrate, dove la funzione del filosofo esercitata nella via sapienziale propone una sacralità dell’etica, liberata dai vincoli politeisti della religiosità civile della polis.
In questo contesto, non va dimenticato che l’accusa che doveva portare Socrate alla condanna a morte era quella di empietà; accusa, per altro, già subita da altri filosofi che hanno evitato le conseguenze negative della violazione della legge civile attraverso l’esilio. Tale accusa non evidenzia l’opposizione tra la fede religiosa e la visione atea del mondo e della vita; essa comprende, piuttosto, l’opposizione tra la religione politeista degli stati tradizionali e quella che apre l’uomo al divino, attraverso lo stupore e la meraviglia per il mistero che lo circonda. Ciò si realizza nel rispetto di una libertà della coscienza interiore che non può e non deve essere violata da alcuna imposizione politica degli organi statali. E’ questa nei termini della nostra cultura una forma, per così dire, laica di una religiosità più profonda.
Possiamo comprendere meglio la posizione illustrata tenendo presente che la filosofia, nei suoi massimi esponenti dell’epoca, si pensi tra gli altri a Parmenide, ad Empedocle, a Pitagora e allo stesso Socrate, non si riduce al mondo della conoscenza, e quindi ad una anticipazione del ruolo successivo rappresentato dalla scienza, ma coincide con la promozione sapienziale di una saggezza che vuole essere conoscenza in quanto miglioramento interiore dell’esistenza umana. Il saggio, dunque, non è uno scienziato ma è un modello compiuto di ricerca della felicità.
Su tale linea, al di là delle posizioni specifiche dei diversi pensatori, la filosofia si presenta come una via meditativa di liberazione dell’uomo dalla schiavitù delle passioni, come una medicina dell’anima nella quale l’uomo stesso, cittadino del mondo, trova nella sua interiorità un microcosmo in cui realizzare la propria salvezza. Questo profondo messaggio sapienziale della filosofia è destinato a rimanere fino all’Ellenismo e riesce, nel mondo antico, a salvare il filosofo dall’oppressione politica dei tiranni fino alla decadenza dell’impero romano. E’ evidente che i termini storici della questione analizzata sono lontani e per molti aspetti incommensurabili rispetto alle situazioni che stiamo vivendo nel nostro contesto storico; tuttavia, dalle origini classiche del pensiero filosofico giungono ancora degli insegnamenti etico-educativi sempre validi nella storia millenaria dell’umanità. Tra questi, non va dimenticato che la difesa della libertà di coscienza non si può risolvere in questioni contingenti di natura esteriore, ma è la difesa del mistero dell’interiorità che, nella sua essenza, sfugge per definizione ad ogni determinazione di carattere politico.
In questa chiave interpretativa, la filosofia come meditazione e come disciplina interiore costituisce una via significativa di valorizzazione dell’interiorità umana nell’apertura alla spiritualità del cosmo e nella disponibilità di accogliere il messaggio religioso che apre l’uomo alla trascendenza.
Se a conclusione di queste pagine consideriamo il messaggio che viene dalla filosofia antica, troviamo che non è la ragione ma la parola a porsi al centro del mistero tanto del macrocosmo, rappresentato dal mondo che ci circonda, quanto del microcosmo indicato dall’interiorità umana.
In questa direzione, non è la logica del pensiero apofantico, orientato alla conoscenza che fornisce la via per la rivelazione del mistero ma è piuttosto quello semantico, col suo duplice registro della poesia e della narrazione, che permette di cogliere nella sua profondità l’interiorità indefinibile di ciascun essere umano.
Giustamente M.Heidegger vede nel poetare una forma specifica del pensiero e giustamente P.Ricoeur trova nel racconto una forma profonda del pensare; ciò in quanto il poetare dà spazio alla costruzione creativa e il narrare dà voce alla soggettività interiore che si apre agli altri raccontando e che prende coscienza di se medesima nel raccontarsi quanto è oggetto dei propri interessi e delle proprie preoccupazioni.
La filosofia attuale, dunque, dopo varie forme concepite nella pluralità dei millenni del pensiero occidentale torna alle origini per farsi consapevole che la verità si svela e si occulta in una perenne ricerca che coinvolge l’uomo in un dialogo con se stesso e con gli altri. Quanto detto si produce in un’avventura nella quale l’umanità costruisce il suo futuro nel libero spazio della sua spiritualità interiore. Il messaggio dei saggi antichi, perciò, è quello del rispetto e dell’incoraggiamento di ogni forma di liberazione interiore, attraverso la quale l’uomo costruisce se stesso dando spazio all’umanità collettiva di cui fa parte, collocata nel cosmo in cui vive in un’indissolubile forma di simbiosi. 
La filosofia, quindi, nella storia mantiene costanti certi obiettivi e certi punti di riferimento, in quanto il pensiero è collocato nelle vicende umane per un compito che supera la storia stessa in una ricerca necessariamente condizionata dal tempo ma proiettata all’eterno.

 Prof. Aurelio Rizzacasa
Ordinario di Filosofia della Storia dell’Università di Perugia

Calcata ed il Circolo VV.TT., l'emblema del vegetarismo in Italia - Una memoria


Calcata - La sede storica del Circolo VV.TT.

Questa è proprio una chicca storica, quasi archeologica, proprio alcuni giorni fa stavo rileggendo  un articolo di Anna Maria Pinnizzotto che parlava dell'esperienza vegetariana fatta a Calcata nel 1979,  subito dopo, a commento di questo articolo, ho ricevuto un savoroso "amarcord" dello scrittore Nico Valerio, uno dei primi a scrivere libri ed a praticare il vegetarismo in Italia.... Insomma un vero reperto vivente della storia vegetariana ci racconta la sua esperienza di Calcata. 

Ho dovuto scrivere una risposta adeguata (vedete dabbasso) e rivolgo a tutti i precursori vegetariani, ecologisti, naturisti e spiritualisti laici, un invito alla rimpatriata.

L'articolo di Anna Maria Pinnizzotto

Un pugno di case rosate su una roccia di tufo. Un paese che attualmente non ospita più di cinquanta anime, e nel passato ne ospitava poche di più. Calcata (con l'accento sulla seconda) è un paesino medioevale rimasto miracolosamente intatto in uno spazio naturale molto bello. E' circondato da colline verdi, ai suoi piedi scorre un ruscello limpido e nelle viscere si aprono grotte ed antri. Da qualche anno è diventato meta di naturisti, vegetariani, amanti dello yoga che hanno deciso di trasformarlo in un'oasi di raccoglimento. Una oasi facilmente raggiungibile. Calcata è a circa sessanta chilometri da Roma, in provincia di Viterbo. L'idea di fare del piccolo paesino arroccato su un picco di tufo un punto di riferimento stabile per chi ama la cucina alternativa e le passeggiate ecologiche è venuta ad un gruppo di romani che si è trasferito stabilmente a Calcata.

"L'idea era quella di fare una due giorni vegetariana -dice Giovanna Colacevich fondatrice della Latteria del Gatto Nero- Sabato e Domenica a Calcata per chi ama la natura e la pace. Nel programma è compresa la colazione, il pranzo ovviamente vegetariano, la merenda, una passeggiata guidata ed una conferenza su yoga e vegetarismo. Il costo è di lire cinquemila e -dimenticavo- comprende anche uno spettacolo in piazza dei Vecchi Tufi, un gruppo teatrale di Calcata". Intanto Giuseppe, co-fondatore della Latteria, si muove con agilità tra i fornelli, tra una crepe e l'altra. Il loro locale è posto ai limiti della minuscola piazza del paese, dove si affaccia una chiesetta in cui si conserva il prepuzio di Cristo (così narra la leggenda).

All'ingresso del paese, invece, c'è la trattoria di Fausto Aphel esperto cuoco che a Roma aveva una trattoria alternativa prima di trasferirsi a Calcata. Ma il personaggio più singolare, attorno al quale ruota tutta
l'organizzazione, è Paolo D'Arpini. Anche lui, come la pittrice Simona Weller, ha scelto Calcata come residenza definitiva. La pace del luogo non rovinata ancora da nessun prodotto del consumismo, gli ricorda le verdi valli dell'India dove ha soggiornato per molto tempo. E' lui che guida la passeggiata ecologica, che parla di vegetarismo e di Siddha Yoga.

Alle ore 16 di Domenica, dopo un infuso di liquirizia offerto da Paolo, una piccola spedizione parte per fare il giro della rocca, quattro cinque chilometri di percorso. La discesa è impervia, sono circa trecento metri fra sassi, fango e rifiuti.

"La chiamo ecologica -spiega Paolo- perché voglio che la gente rifletta sul consumismo. Lattine, buste di plastica, cartacce. Alcuni paesani usano questo dirupo per scaricare i loro rifiuti. Quanti rifiuti produce una città come Roma? Dove vanno a finire?". Una ragazza olandese si è portata dietro un coltello, "non si sa mai, è per le vipere". Paolo cammina avanti e con il bastone si fa largo. Il viottolo scavato nel bosco consente appena il passaggio di una persona magra. Si guada il ruscello su un antico ponte di legno che si è adagiato sul fondo. Le assi di legno, ricoperte di paglia, sono oblique e c'è chi teme di cadere nell'acqua, fredda, ma poco profonda. In una minuscola spiaggia si fa tappa. C'è chi tenta invano di trovare cocci etruschi nell'acqua. Nella zona sono state scoperte alcune necropoli.

"Io parlo soprattutto dell'aspetto fisiologico degli alimenti -dice Paolo- con i cibi correnti è difficile mantenere il corpo in buona salute. La carne è ricca di tossine. Gli animali sono ingrassati con mangimi chimici e durante l'agonia le ghiandole secernono tossine che si fissano nelle cellule. Se nel mondo si scegliesse il vegetarismo non ci sarebbe più la fame. Il cibo sarebbe sufficiente per tutti. Noi dobbiamo vivere in armonia con il mondo e lasciarlo integro ai nostri figli".

La spedizione riprende il cammino tra cornioli e prugne selvatiche e alberi di nocciole. Ai margini del viottolo crescono già i ciclamini. Seconda tappa una sorgente di acqua ferruginosa dove ci si disseta. Si riattraversa il ruscello, questa volta sugli scogli, e si risale la scarpata dalla parte opposta dove esisteva il lavatoio. Stanchi e sudati arriviamo in piazza mentre un gruppo di giovani sta ascoltando un ragazzo che suona la chitarra.

La spedizione si scioglie, chi corre alla latteria per rifocillarsi, chi segue Paolo e scende in una grotta per fare meditazione e cantare mantra.
Al calare del sole avrebbero dovuto apparire I Vecchi Tufi di Calcata con le stupende maschere create da Wilton Sciarretta. Ma Sciarretta, che è anche il regista del gruppo, è caduto da una rupe proprio mentre provava la commedia che doveva allietare i vegetariani. E' ora ricoverato all'ospedale con una spalla rotta. E' calato il buio. Nella piccola piazza siedono come in un salotto gli abitanti di Calcata e i turisti. I primi, subito dopo cena andranno a dormire. A Calcata non ci sono cinema e teatri e pochi hanno la televisione. I secondi, tutti romani, si immergeranno nel traffico caotico della via Flaminia e torneranno alla vita cittadina con il rimpianto di una domenica alternativa trascorsa in un paese-museo.

Anna Maria Pinnizzotto - 13 Settembre 1979, Paese Sera.

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E qui il testo di Nico Valerio 

LA MIA CALCATA (MANCATA) - di Nico Valerio
Quando i naturisti erano naturisti e io ero già vegetariano da anni. Insomma, prima dell'era Portoghesi e dei vip snob saccenti e con la erre moscia che da Campo de Fiori accorsero a colonizzare Calcata. Senza pensare che lì avrebbero poi dovuto viverci... Beh lì, proprio nella piazzetta del Prepuzio, dissi stoltamente o saggiamente no a chi mi voleva quasi regalare una casetta cadente nel borgo antico... Ma andiamo con ordine.

L'articolo della Pinizzotto mi ha riportato di colpo ai felici anni Settanta, un'età lontana, pensate: pre-Aids, pre-Asdl, pre-telefonini (eppure, al contrario di oggi, avevamo sempre tante cose da dirci), pre-immigrazione, pre-porte blindate. Nei paeselli di tutt'Italia le donne lasciavano la chiave nella toppa (spesso le porte dei paesi non avevano maniglia: troppo costosa). Tutti vivevano con finestre e porte aperte.
Dell'articolo di Paese Sera mi ha colpito l'uso corretto del termine "naturista", come salutista, igienista, chi vive secondo sistemi di vita naturale. Uso che purtroppo si è perso. Oggi sarebbe impensabile: siamo tornati indietro come cultura nei e dei giornali (lo usano ipocritamente, sia i giornalisti sia gli stessi nudisti, che è grave, come eufemismo per non dire nudista). Ebbene, il mio amarcord è che la diffusione di quell'uso si doveva, in quegli anni che solo ora sappiamo che erano felici, soprattutto alla mia azione diuturna di propaganda: comunicati giornalieri, articoli, libri e divulgazione. Quattro anni prima avevo infatti fondato la Lega Naturista, primo club italiano a usare questo aggettivo per denotare tutti i rapporti uomo-natura. E la Lega, come un partito, faceva ogni giorno qualcosa (denunce, eventi, proteste, appelli: copiavo dai radicali, presso i quali avevo la sede). Perciò ero conosciuto nelle Redazioni, dove avevo molti proseliti (anche Paese Sera, che aveva recensito benissimo la mia Alimentazione Naturale). Erano tempi in cui i giornalisti avevano un'anima, avevano idee personali, come persone normali. E potevano scrivere tutto. Non come oggi. Lo so perché ero giornalista io stesso, e conoscevo i miei polli.

Già vegetariano da molti anni (dal 1 gennaio 1970, dovrei essere il primo a Roma), conobbi subito Calcata. E li passavo tutti i fine anno. E come guida escursionistica, col mio gruppo esplorai tutti gli anfratti, fossi, roveti, boschi, ruscelli, all'intorno. Tante volte all'inizio dell'estate abbiamo fatto il bagno nelle anse più profonde del Treja, quando era pulito e non frequentato da nessuno. Là sotto ho fatto scorpacciata di crescione selvatico (credo che con l'inquinamento non ci sarà più: è molto sensibile).

Ero così avventuroso che una volta d'inverno ci trovammo totalmente accerchiati - com'è come non è - da rovi spinosissimi fittissimi e alti 2 metri. Invalicabili. Ne uscimmo 2 ore dopo con ferite, strappi e punture varie..). Altro ricordo, una speculazione mancata, anzi rifiutata con sdegno. Da buon idealista e razionalista mancai l'occasione della mia vita.

Un amico mi propose di comprare una casetta malandata ma abitabile a picco sullo strapiombo. Costava così poco che pur non avendo soldi potevo permettermela.

Da buon razionalista, però, feci notare che la rupe era stata dichiarata pericolante e che nessuna licenza veniva più concessa, Il sindaco aveva minacciato di far sgomberare l'intera rupe. E io da naturista ed ecologista non volevo speculare su un degrado geologico con un furbo "fatto compiuto". Ho sempre odiato i furbi all'italiana (o alla romana) che poi chiedono il condono. E poi perché "buttare" i miei soldi, anche se pochi? E ancora, da anticonformista non volevo fare il classico cittadino che si trasferisce al paesello per incontrarvi tutti i romani che aveva lasciato a Campo de Fiori.

E poi mi spaventavano da single le lunghe noiose serate. Ancor oggi, penso che, a meno che tanti giornalisti e scrittori non l'abbiano chiesto con una petizione, non ci sarà la Adsl. E infine ero e sono dell'idea naturista alla Thoreau che o si vive nella natura selvaggia (capanna nel bosco lontano almeno 2 km da un centro abitato, il mio ideale, oppure è meglio stressarsi in modo stimolante nel caos d'una città, dove come in una foresta non c'è controllo sociale, E paradossalmente sei libero. Ma la via di mezzo del villaggio, con il fiato sul collo dei civini, che nei paesini sono davvero vicini, curiosi, criticoni, sarebbe stata per uno spirito libero come me davvero insopportabile. E alla lunga, se non opportunamente stimolati, i single intellettuali nei villaggi si rincoglioniscono. Per tutti questi motivi, proprio sulla piazzetta della chiesa del prepuzio, da stoltamente anti-furbo e onestamente razionale, dissi di no.

Non potevo immaginare che la gente è irrazionale, cioè furba, e che dopo l'arrivo di un famoso architetto e di tanti giornalisti, scrittori, artisti e intellettuali da Roma e dall'estero, la rupe prima cadente sarebbe stata miracolosamente sanata. I vip sono taumaturgici anche per l'equilibrio geologico... Ora con la sommetta che mi chiedevano per la proprietà d'una casetta di tufo di 2 piani, ci pagherei al massimo un mese di affitto d'una stalla fuori paese. Ciao e grazie del ricordo.

Nico Valerio

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Mio commento e proposta 

Nico Valerio, un nome storico del vegetarismo in Italia ci ha raccontato con enfasi il suo non esser diventato calcatese. Peccato, dico io, sarebbe stata una bella prova avere assieme Nico Valerio e Paolo D'Arpini in questo scricciolo di paese... (ma forse lui si è così salvato dalla  decadenza di Calcata e gli è rimasto solo un magico ricordo..). Magari se avessimo vissuto entrambi a Calcata il luogo sarebbe stato un po' stretto per "calibri" par nostro ma le scintille avrebbero sicuramente illuminato il mondo... Ho conosciuto a Roma, credo nel 1974 o 75, Nico quando presentò il suo libro sul vegetarismo  in una libreria di Viale Manzoni, a quel tempo io abitavo in Via Emanuele Filiberto.  Poi io mi trasferii a Calcata e quindi capitò che non ci vedessimo più da allora, l'ho re-incontrato solo nel 2009 All'aranciera di Roma, dove avevamo organizzato l'evento 

“Ecologia profonda, alimentazione naturale, spiritualità senza frontiere” 

(http://www.circolovegetarianocalcata.it/2009/09/24/roma-2-e-4-ottobre-2009-presentazione-di-laura-lucibello-per-la-manifestazione-%E2%80%9Cecologia-profonda-alimentazione-naturale-spiritualita-senza-frontiere%E2%80%9D-arancera-di-san-sisto/). 

E  da allora abbiamo collaborato per lettera e forse forse in qualche futuro potremmo organizzare assieme un incontro-rigurgito o scrivere un libro! Qui lo chiedo, oltre che a Nico Valerio,  anche agli altri vegetariani storici: Edoardo Torricella, Franco Libero Manco, Ciro Aurigemma, Massimo Andellini e  Vittorio Marinelli (anche lui precursore vegetariano e quasi calcatese) e tanti altri. 

L'amico editore Mauro Garbuglia di Macerata mi aveva chiesto tempo fa  di scrivere un libro sulle mie memorie  sul vegetarismo in Italia  e credo che dovremmo farlo assieme con tutti gli amici vegetariani (e non) che hanno condiviso con me l'esperienza da "rompighiaccio", prima  a Roma poi a Calcata ed ora a Treia...  Assieme abbiamo fatto "storia" ed allora scriviamola questa storia,  assieme!

Paolo D'Arpini

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Le vie dell'Illuminismo: " LAMARCK E L’EVOLUZIONISMO; CUVIER E L’ANATOMIA COMPARATA; FOURIER E LA TRASMISSIONE DEL CALORE



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Nella tradizione illuminista, nonostante la crisi e le profonde trasformazioni culturali dovute all’avvento del Romanticismo, sia continuata in Francia attraverso l’opera di valenti scienziati, anche se si accentuò sempre più la specializzazione nelle singole discipline scientifiche ed il progressivo distacco dalla filosofia.
Una singolare figura di scienziato geniale ed originale, e spesso in contrasto con il mondo accademico ufficiale, fu quella del biologo Jean-Baptiste Lamarck (1744-1829).

Appassionato di botanica, Lamarck, un ex-militare, riuscì a farsi assumere come semplice guardiano al giardino botanico di Parigi (“Jardin du Roi”), grazie alla protezione del grande Buffon (vedi N. 60), che lo aveva notato ed apprezzato. Entrò a far parte del gruppo di lavoro dell’Enciclopedia sostituendo D’Alembert, ma le sue idee eterodosse, specie nel campo della chimica (che egli riteneva alla base dei fenomeni biologici) gli procurarono la diffidenza del mondo accademico. In effetti Lamarck sosteneva erroneamente l’esistenza di un fantomatico “fuoco etereo” presente nella materia, che ricordava l’antico “soffio vitale” (“pneuma”) degli Stoici.

Durante il periodo rivoluzionario più radicale, quando i Giacobini nel 1793 sciolsero L’Accademia di Francia considerata un covo di scienziati newtoniani paludati e conservatori, Lamarck poté finalmente accedere ad una cattedra di zoologia specializzata sugli animali invertebrati presso il Museo di Storia Naturale. Lo scienziato si dedicò con la solita passione alla nuova materia, divenendone esperto, e pubblicando varie opere: “Memorie di Fisica e Storia Naturale” (1797), “Filosofia Zoologica” (1809), “Storia Naturale degli Animali Invertebrati” (1815-1822).
Il suo merito principale è stato quello di aver esposto con chiarezza le sue teorie sull’instabilità e l’evoluzione naturale delle specie animali, fatto che lo rende il più importante e coerente predecessore di Darwin. L’evoluzione sarebbe influenzata sia da una naturale tendenza delle specie ad un “perfezionamento”, sia soprattutto dalla necessità di adattamento all’ambiente (le giraffe sviluppano un collo lungo per poter mangiare le foglie degli alberi). La differenza con Darwin è che Lamarck ritiene che i caratteri acquisiti a causa delle condizioni ambientali siano trasmissibili alle successive generazioni (fatto non confermato dall’esperienza tranne che per le trasformazioni dette “epigenetiche” che non comportano una variazione del DNA)(1), mentre Darwin elaborò la più corretta teoria della selezione naturale di cui parleremo nei prossimi numeri.

Le idee di Lamarck furono in parte condivise da Geoffroy Saint-Ilaire (1772-1844), che però sosteneva, con scarse prove sperimentali, che l’evoluzione avrebbe fatto parte di un piano generale della natura di trasformazione delle specie animali, e non di trasformazioni casuali che potevano portare anche ad una profonda differenzazione tra le varie specie.

Le idee di Lamarck furono – invece - osteggiate dall’importante biologo Georges Cuvier (1769-1832), esperto di anatomia comparata, cioè della disciplina che confronta l’anatomia delle varie specie (settore di cui si era interessato anche Aristotele), e di Paleontologia, cioè dello studio degli animali scomparsi e dei fossili (materia di cui si era interessato anche Lamarck).
Cuvier – che polemizzò apertamene con Saint-Ilarie in pubblici dibattiti - è l’esempio di scienziato intelligente e molto preparato, ma conservatore ed incapace di accettare una teoria rivoluzionaria come l’evoluzionismo. Egli si ispirava direttamente ad Aristotele, sosteneva la fissità delle specie, e per giustificare la scomparsa di specie precedenti, la cui esistenza era attestata dai fossili, elaborò una teoria delle catastrofi naturali (che viene tuttora talvolta invocata per giustificare – ad esempio - la scomparsa dei dinosauri).

Sempre nel campo biologico possiamo ricordare la figura di Francois Magendie (1785-1855), che studiò con impostazione materialista i rapporti tra cervello e pensiero (sulle orme di Cabanis di cui scrivemmo nel numero precedente). Nel campo più strettamente psicologico il medico Philippe Pinel (1775-1826) quasi due secoli prima di Basaglia si adoperò per la chiusura dei manicomi.

Cambiando settore, e passando alla matematica ed alla fisica, possiamo ricordare la figura di un altro noto scienziato di questo intenso periodo della scienza francese: Jean Baptiste Joseph Fourier (1768-1830).

Fourier partecipò attivamente alla Rivoluzione del 1789 e fu allievo di Lagrange e Laplace (vedi numero precedente), cui subentrò come professore all’Ecole Polytechnique. Dal 1817 fu anche membro dell’Accademia delle Scienze.

Molto note in matematica, anche per le numerose possibili applicazioni in fisica, sono le Serie di Fourier, e la conseguente “Trasformata di Fourier”. Queste serie consistono nella trasformazione di funzioni matematiche periodiche (molto comuni nella rappresentazione matematica di fenomeni fisici) in una combinazione lineare di funzioni trigonometriche sinusoidali, funzioni molto semplici ben note anche agli studenti liceali. In questo Fourier segue la strada già aperta da Eulero, Daniel Bernoulli e D’Alembert (vedi i NN. 58 e 62 di questa rubrica) e precede i perfezionamenti operati successivamente da Riemann e Dirichlet nella soluzione di equazioni differenziali mediante la sovrapposizione di funzioni armoniche; precede anche le soluzioni delle funzioni di Bessel e quelle della famosa equazione del fisico quantistico Schroedinger. Su tutti questi argomenti torneremo in numeri successivi.

Gli studi matematici del grande fisico e matematico furono anche concretamente applicati nella creazione di un modello matematico che rappresentasse il fenomeno della trasmissione del Calore. Questo modello (che ricevette alcune critiche da parte di Laplace e Lagrange) fu illustrato nell’opera del 1822: “Teoria Analitica del Calore”.

Vincenzo Brandi

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  1. Il DNA è un complesso di molecole organiche formato da un doppio filamento elicoidale che trasmette i caratteri ereditari degli animali.