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La moneta "impura" e la "mitezza" di Cristo nella Spelunca Latronum


"Ogni tanto dalle "sacre" scritture traspare uno spiraglio di luce.." (G.V.)



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Qual era la moneta con la quale venivano riscosse le decime e versate le offerte nel Gran Tempio di Gerusalemme all’epoca di Cristo?

Secondo quanto stabilito dai sommi sacerdoti, in osservanza delle norme religiose giudaiche, queste non potevano essere pagate mediante le varie monete coniate dai popoli non-ebrei, in quanto considerate appunto, impure.

Per ovviare al problema, naturalmente, e con il consenso (o su iniziativa?) delle autorità religiose medesime, si era ben pensato di offrire ai fedeli-pellegrini, un appropriato servizio di cambiavalute nell’area antistante il Tempio, previa, va da sé, appropriata percentuale sul cambio –più o meno adeguato- delle monete stesse.

Si era sempre alle solite: CAMBI DELLA MONETA E MURO DEL PIANTO, PIANTO SUL MURO, MURO DI PIANTO, PIANTO DI MURI, PIANGO SEMPRE DI PIU’ COSI’ CREDERAI A TUTTO QUELLO CHE TI METTO DA VEDERE… ECC.

Per MITEZZA o mansuetudine, non deve ritenersi un atteggiamento remissivo verso ogni provocazione, bensì il TERMINE MEDIO (non matematico) fra due opposte reazioni ad essa, in conformità alla sua definizione e circoscrizione come stabilita una volta per tutte da ARISTOTELE, (Ut ait Philosophus).

Essere miti non equivale a dover sopportare ogni cosa, compreso l’insopportabile, perché si cadrebbe nel vizio deleterio dell’indolenza, mentre lasciarsi prendere dall’ira per ogni sciocchezza, è ugualmente riprorevole, rappresentando l’eccesso opposto.

La virtù della MITEZZA consiste quindi nella capacità di assegnare il giusto valore a quei fatti che devono suscitare in noi una dovuta reazione di sdegno e di conseguenza un’ira che sarebbe disonorevole non provare.

Essere mite, corrisponde quindi all’avere il retto senso di adirarsi nelle situazioni che lo richiedono, e con i veri responsabili dei fatti che in quelle situazioni si determinano.

Alla luce di queste doverose premesse, andiamo ora ad analizzare l’episodio evangelico della CACCIATA DEI MERCANTI DAL TEMPIO OVVERO LA PURIFICAZIONE DEL TEMPIO, come riportato in Mc 11, 15-19; Mt 21, 12-17; Lc 19, 45-48; Gv 2, 12-25; nella versione più specifica nei dettagli che ne dà la mistica Maria Valtorta, nella sua complessa opera (Il Poema dell’Uomo-Dio), da considerare con attenzione e senza pregiudizi, fosse anche solamente per le osservazioni di carattere geografico e geologico del Medio Oriente antico nonché i riscontri storici ed archeologici in essa riportate, con una dovizia tale di particolari riscontrabili, da non poter certo essere attribuiti alle fantasie di una mente esaltata dal fanatismo.

Coloro i quali vorranno avere la bontà e la pazienza di leggere il brano fino in fondo, noteranno come l’autrice descriva lucidamente UNA BORSA NERA, OPERAZIONI DI STROZZINAGGIO, INTERESSI, USURA E USURAI, TRUFFA, INGANNO, VIOLENZA (E RAZZISMO INTER-RAZZIALE CONTRO I NON-GIUDEI i.e. CONTRO I GALILEI, tanto per rammentare i loro VIZI ORIGINALI a tutti quelli della loro razza che esercitano l’arte del FRIGNAMENTO ANTIRAZZISTA per mestiere da… sempre)

53. La cacciata dei mercanti dal Tempio. Gv 2, 12-25

Vedo Gesù che entra con Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo, Filippo e Bartolomeo, nel recinto del Tempio. Vi è grandissima folla entro e fuori di esso. Pellegrini che giungono a frotte da ogni parte della città.

Dall'alto del colle, su cui il Tempio è costruito, si vedono le vie cittadine, strette e contorte, formicolare di gente. Pare che fra il bianco crudo delle case si sia steso un nastro semovente dai mille colori. Si, la città ha l'aspetto di un bizzarro giocattolo, fatto di nastri variopinti fra due fili bianchi e tutti convergenti al punto dove splendono le cupole della Casa del Signore. Nell'interno poi è... una vera fiera. Ogni raccoglimento di luogo sacro è annullato. Chi corre e chi chiama, chi contratta gli agnelli e urla e maledice per il prezzo esoso, chi spinge le povere bestie belanti nei recinti (sono rudimentali divisioni di corde o di pioli, al cui ingresso sta il mercante, o proprietario che sia, in attesa dei compratori). Legnate, belati, bestemmie, richiami, insulti ai garzoni non solleciti nelle operazioni di adunata e di cernita delle bestie e ai compratori che lesinano sul prezzo o che se ne vanno, maggiori insulti a quelli che, previdenti, hanno portato, di loro, l'agnello.

Intorno ai banchi dei cambiavalute, altro vocio. Si capisce che, non so se in ogni momento o in questo pasquale, si capisce che il Tempio funzionava da... Borsa, e borsa nera. Il valore delle monete non era fisso.

Vi era quello legale, di certo vi sarà stato, ma i cambiavalute ne imponevano un altro, appropriandosi di un tanto, messo a capriccio, per il cambio delle monete. E le assicuro che non scherzavano nelle operazioni di strozzinaggio!... Più uno era povero e veniva da lontano, e più era pelato. I vecchi più dei giovani, quelli provenienti da oltre Palestina più dei vecchi.

Dei poveri vecchierelli guardavano e riguardavano il loro peculio, messo da parte con chissà che fatica in tutta l'annata, se lo levavano e se lo rimettevano in seno cento volte, girando dall'uno all'altro cambiavalute, e finivano magari per tornare dal primo, che si vendicava della loro iniziale diserzione aumentando l'aggio del

cambio... e le grosse monete lasciavano, tra dei sospiri, le mani del proprietario e passavano fra le grinfie dell'usuraio e venivano mutate in monete più spicciole. Poi altra tragedia di scelte, di conti e di sospiri davanti ai venditori di agnelli, i quali, ai vecchietti mezzi ciechi, appioppavano gli agnelli più grami.

Vedo tornare due vecchietti, lui e lei, spingendo un povero agnelletto che deve esser stato trovato difettoso dai sacrificatori. Pianti, suppliche, mali garbi, parolacce si incrociano senza che il venditore si commuova.

«Per quello che volete spendere, galilei, è fin troppo bello quanto vi ho dato. Andatevene! O aggiungete altri cinque denari per averne uno più bello».

«In nome di Dio! Siamo poveri e vecchi! Vuoi impedirci di fare la Pasqua, che è l'ultima forse? Non ti basta quello che hai voluto per una piccola bestia?».

«Fate largo, lerciosi.» Viene a me Giuseppe l'Anziano. Mi onora della sua preferenza. «Dio sia con te! Vieni, scegli!»

Entra nel recinto, e prende un magnifico agnello, quello che è chiamato Giuseppe l'Anziano, ossia il d'Arimatea. Passa pomposo nelle vesti e superbo, senza guardare i poverelli gementi alla porta, anzi all'apertura del recinto. Li urta quasi, specie quando esce coll'agnello grasso e belante. Ma anche Gesù è ormai vicino. Anche Lui ha fatto il suo acquisto, e Pietro, che probabilmente ha contrattato per Lui, si tira dietro un agnello discreto. Pietro vorrebbe andare subito verso il luogo dove si sacrifica. Ma Gesù piega a destra, verso i due vecchietti sgomenti, piangenti, ndecisi, che la folla urta e il venditore insulta.

Gesù, tanto alto da avere il capo dei due nonnetti all'altezza del cuore, pone una mano sulla spalla della donna e chiede:

«Perché piangi, donna?».

La vecchietta si volge e vede questo giovane alto, solenne nel suo bell'abito bianco e nel mantello pure di neve, tutto nuovo e mondo. Lo deve scambiare per un dottore sia per la veste che per l'aspetto e, stupita perché dottori e sacerdoti non fanno caso alla gente né tutelano i poveri contro l'esosità dei mercanti, dice le ragioni del loro pianto. Gesù si rivolge all'uomo degli agnelli:

«Cambia questo anello a questi fedeli. Non è degno dell'altare, come non è degno che tu ti approfitti di due vecchierelli perché deboli e indifesi».

«E Tu chi sei?».

«Un giusto».

«La tua parlata e quella dei compagni ti dicono galileo. Può esser mai in Galilea un giusto?».

«Fa' quello che ti dico e sii giusto tu».

«Udite! Udite il galileo difensore dei suoi pari! Egli vuole insegnare a noi del Tempio!». L'uomo ride e beffeggia, contraffacendo la cadenza galilea, che è più cantante e più ricca di dolcezza della giudiaca, almeno così mi pare.

Della gente si fa intorno, e altri mercanti e cambiavalute prendono le difese del consocio contro Gesù. Fra i presenti vi sono due o tre rabbini ironici. Uno di questi chiede:

«Sei Tu dottore?» in un modo tale da far perdere la pazienza a Giobbe.

«Lo hai detto».

«Che insegni?».

«Questo insegno: a rendere la Casa di Dio casa di orazione e non un posto d'usura e di mercato. Questo insegno».

Gesù è terribile. Pare l'arcangelo posto sulla soglia del Paradiso perduto. Non ha spada fiammeggiante fra le mani, ma ha i raggi negli occhi, e fulmina derisori e sacrileghi. In mano non ha nulla. Solo la sua santa ira. E con questa, camminando veloce e imponente fra banco e banco, sparpaglia le monete così meticolosamente

allineate per qualità, ribalta tavoli e tavolini, e tutto cade con fracasso al suolo fra un gran rumore di metalli rimbalzanti e di legni percossi e grida di ira, di sgomento e di approvazione. Poi, strappate di mano, a dei garzoni dei bestiai, delle funi con cui essi tenevano a posto bovi, pecore e agnelli, ne fa una sferza ben dura,

in cui i nodi per formare i lacci scorsoi divengono flagelli, e l'alza e la rotea e l'abbassa, senza pietà. Sì, le assicuro: senza pietà.

La impensata grandine percuote teste e schiene. I fedeli si scansano ammirando la scena; i colpevoli, inseguiti fino alla cinta esterna, se la dànno a gambe lasciando per terra denaro e indietro bestie e bestiole in un grande arruffio di gambe, di corna, di ali; chi corre, chi vola via; e muggiti, belati, scruccolii di colombe e

tortore, insieme a risate e urla di fedeli dietro agli strozzini in fuga, soverchiano persino il lamentoso coro degli agnelli, sgozzati in un altro cortile di certo.

Accorrono sacerdoti insieme a rabbini e farisei. Gesù è ancora in mezzo al cortile, di ritorno dal suo inseguimento. La sferza è ancora nella sua mano.

«Chi sei? Come ti permetti fare questo, turbando le cerimonie prescritte? Da quale scuola provieni? Noi non ti conosciamo, né sappiamo chi sei».

«Io sono Colui che posso. Tutto Io posso. Disfate pure questo Tempio vero ed Io lo risorgerò per dar lode a Dio. Non Io turbo la santità della Casa di Dio e delle cerimonie, ma voi la turbate permettendo che la sua dimora divenga sede agli usurai e ai mercanti. La mia scuola è la scuola di Dio. La stessa che ebbe tutto Israele per bocca dell'Eterno parlante a Mosè. Non mi conoscete? Mi conoscerete. Non sapete da dove Io vengo? Lo saprete».

E, volgendosi al popolo senza più curarsi dei sacerdoti, alto nell'abito bianco, col mantello aperto e fluente dietro le spalle, a braccia aperte come un oratore nel più vivo della sua orazione, dice:

«Udite, voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: (Deuteronomio 16, 18-20; 18, 1-2; 23, 20-21) "Tu costituirai dei giudici e dei magistrati a tutte le porte... ed essi giudicheranno il popolo con giustizia, senza propendere da nessuna parte. Tu non avrai riguardi personali, non accetterai donativi, perché i donativi accecano gli occhi dei savi ed alterano le parole dei giusti. Con giustizia seguirai ciò che è giusto per vivere e possedere la terra che il Signore Iddio tuo ti avrà data". Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: "I sacerdoti e i leviti e tutti quelli della tribù di Levi non avranno parte né eredità col resto di Israele, perché devono vivere coi sacrifizi del Signore e colle offerte che a Lui sono fatte; nulla avranno tra i possessi dei loro fratelli, perché il Signore è la loro eredità". Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: " Non presterai ad interesse al tuo fratello né denaro, né grano, né qualsiasi altra cosa. Potrai prestare ad interesse allo straniero; al tuo fratello, invece, presterai senza interesse quello che gli bisogna".

Questo ha detto il Signore.

Ora voi vedete che senza giustizia verso il povero si siede in Israele. Non nel giusto, ma nel forte si propende, ed esser povero, esser popolo, vuol dire esser oppresso. Come può il popolo dire: "Chi ci giudica è giusto" se vede che solo i potenti sono ispettati e ascoltati, mentre il povero non ha chi lo ascolti? Come può il popolo rispettare il Signore, se vede che non lo rispettano coloro che più dovrebbero farlo? È rispetto al

Signore la violazione del suo comando? E perché allora i sacerdoti in Israele hanno possessi e accettano donativi da pubblicani e peccatori, i quali così fanno per aver benigni i sacerdoti, così come questi fanno per aver ricco scrigno?

Dio è l'eredità dei suoi sacerdoti. Per essi, Egli, il Padre di Israele, è più che mai Padre e provvede al cibo come è giusto. Ma non più di quanto sia giusto. Non ha promesso ai suoi servi del Santuario borsa e possessi. Nell'eternità avranno il Cielo per la loro giustizia, come lo avranno Mosè e Elia e Giacobbe e Abramo, ma su

questa terra non devono avere che veste di lino e diadema di incorruttibile oro: purezza e carità; e che il corpo sia servo allo spirito che è servo del Dio vero, e non sia il corpo colui che è signore sullo spirito e contro Dio.

M'è stato chiesto con quale autorità Io faccio questo. Ed essi con quale autorità profanano il comando di Dio e all'ombra delle sacre mura permettono usura contro i fratelli di Israele, venuti per ubbidire al comando divino? M'è stato chiesto da quale scuola Io provengo, ed ho risposto: " Dalla scuola di Dio ". Si, Israele. Io vengo e ti riporto a questa scuola santa e immutabile.

Chi vuol conoscere la Luce, la Verità, la Vita, chi vuole risentire la Voce di Dio parlante al suo popolo, a Me venga. Avete seguito Mosè attraverso i deserti, o voi di Israele. Seguitemi, ché Io vi porto, attraverso a ben più tristo deserto, incontro alla vera Terra beata. Per mare aperto al comando di Dio, ad essa vi traggo.

Alzando il mio Segno, da ogni male vi guarisco. L'ora della Grazia è venuta. L'hanno attesa i Patriarchi e sono morti nell'attenderla. L'hanno predetta i Profeti e sono morti con questa speranza. L'hanno sognata i giusti e sono morti confortati da questo sogno. Ora è sorta. Venite. "

Il Signore sta per giudicare il suo popolo e per fare misericordia ai suoi servi ", come ha promesso per bocca di Mosè».

La gente, assiepata intorno a Gesù, è rimasta a bocca aperta ad ascoltarlo. Poi commenta le parole del nuovo Rabbi e interroga i suoi compagni.

Gesù si avvia verso un altro cortile, separato da questo da un porticato. Gli amici lo seguono e la visione ha fine.

G. Bonconte Montefeltro - montefeltro@hotmail.it 

Storia degli schiavi bianchi in Africa

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Gli storici  hanno studiato tutti gli aspetti della schiavitù degli africani ad opera dei bianchi, ma hanno ampiamente ignorato la schiavitù dei bianchi da parte dei nord africani. Quella degli schiavi cristiani con padroni musulmani è una storia accuratamente documentata e scritta chiaramente di ciò che il prof Davis chiama «l’altra schiavitù», sviluppatasi all’incirca nello stesso periodo del commercio transatlantico, e che ha devastato centinaia di comunità costiere europee. Nel pensiero dei bianchi di oggi, la schiavitù non ha minimamente il ruolo centrale che ha tra neri, ma non perché sia stato un problema di breve durata o di scarsa importanza. La storia della schiavitù mediterranea è, infatti, altrettanto fosca delle più tendenziose descrizioni della schiavitù americana.

Nel XVI secolo, gli schiavi bianchi razziati dai musulmani furano più numerosi degli africani deportati nelle Americhe.

Un commercio all’ingrosso

La Costa dei Barbari, che si estende dal Marocco fino all’attuale
Libia, fu sede di una fiorente industria del rapimento di esseri umani
dal 1500 fino al 1800 circa. Le grandi capitali del traffico di
schiavi furono Salé in Marocco, Tunisi, Algeri e Tripoli, e durante la
maggior parte di questo periodo le marine europee erano troppo deboli
per opporre più che una resistenza simbolica.

Il traffico transatlantico dei neri era puramente commerciale, ma per
gli arabi, i ricordi delle crociate e la rabbia per essere stati
espulsi dalla Spagna nel 1492 sembrano aver determinato una campagna
di rapimenti dei cristiani, quasi simile ad una Jihad.

«È stato forse questo pungolo della vendetta, contrapposto alle
amichevoli contrattazioni della piazza del mercato, che ha reso gli
schiavisti islamici tanto più aggressivi e inizialmente (potremmo
dire) più prosperi nel loro lavoro rispetto ai loro omologhi
cristiani», scrive il professor Davis.

Durante i secoli XVI e XVII furono condotti più schiavi verso sud
attraverso il Mediterraneo che verso ovest attraverso l’Atlantico.
Alcuni furono restituiti alle loro famiglie in cambio di un riscatto,
alcuni furono utilizzati per lavoro forzato in Africa del Nord e i
meno fortunati morirono di fatica come schiavi nelle galere.
Ciò che più colpisce circa le razzie barbaresche è la loro ampiezza e
la loro portata. I pirati rapivano la maggior parte dei loro schiavi
intercettando imbarcazioni, ma organizzavano anche enormi assalti
anfibi che praticamente spopolavano parti della costa italiana.
L’Italia è il bersaglio più apprezzato, in parte perché la Sicilia è
solo a 200 km da Tunisi, ma anche perché non aveva un governo centrale
forte che potesse resistere all’invasione.

Grandi incursioni spesso non incontrarono alcuna resistenza

Quando i pirati hanno saccheggiato Vieste nell’Italia meridionale nel
1554, ad esempio, rapirono uno stupefacente totale di 6.000
prigionieri. Gli algerini presero7.000 schiavi nel Golfo di Napoli nel
1544, un raid che fece crollare il prezzo degli schiavi a tal punto
che si diceva che si poteva «scambiare un cristiano per una cipolla».
Anche la Spagna subì attacchi su larga scala. Dopo un raid su Grenada
nel 1556, che fruttò 4.000 uomini, donne e bambini, si diceva che
«piovevano cristiani su Algeri». Si può calcolare che per ognuno di
questi grandi raid ce ne siano stati dozzine di minori.

La comparsa di una grande flotta poteva far fuggire l’intera
popolazione nell’entroterra, svuotando le regioni costiere.

Nel 1566, un gruppo di 6.000 turchi e corsari attraversarono il mare
Adriatico e sbarcarono a Francavilla. Le autorità non erano in grado
di fare nulla e raccomandarono l’evacuazione completa, lasciando ai
turchi il controllo di più di 1300 chilometri quadrati di villaggi
abbandonati fino a Serracapriola.

Quando apparivano i pirati, la gente spesso fuggiva dalla costa per
andare alla città più vicina, ma il Professor Davis spiega che questa
non era sempre una buona strategia: «più di una città di medie
dimensioni, affollata di profughi, si trovò nell’impossibilità di
sostenere un assalto frontale di molte centinaia di corsari e reis
[capitano dei corsari] che altrimenti avrebbero dovuto cercare schiavi
a poche dozzine per volta lungo le spiagge e sulle colline, potevano
trovare un migliaio o più di prigionieri comodamente raccolti in un
unico luogo per essere presi.»

I pirati tornavano continuamente a saccheggiare lo stesso territorio.
Oltre a un numero molto maggiore di piccole incursioni, la costa
calabra subì le seguenti depredazioni, sempre più gravi in meno di
dieci anni: 700 persone catturate in un singolo raid nel 1636, un
migliaio nel 1639 e 4.000 nel 1644.

Durante il XVI e XVII secolo, i pirati installarono basi
semi-permanenti sulle isole di Ischia e Procida, quasi all’imboccatura
del Golfo di Napoli, da cui organizzavano il loro traffico
commerciale.

Quando sbarcavano sulla riva, i corsari musulmani non mancavano di
profanare le chiese. Spesso rubavano le campane, non solo perché il
metallo aveva valore, ma anche per ridurre al silenzio la voce
inconfondibile del cristianesimo.

Nelle più frequenti piccole incursioni, un piccolo numero di barche
operavano furtivamente, piombando sugli insediamenti costieri nel
cuore della notte per catturare gli uomini «tranquilli e ancora nudi
nel loro letto». Questa pratica diede origine alla moderna espressione
siciliana, pigliato dai turchi, [in italiano nel testo], che significa
essere colto di sorpresa, addormentato o sconvolto.

La predazione costante provocava un terribile numero di vittime

Le donne erano più facili da catturare degli uomini, e le regioni
costiere potevano perdere rapidamente tutte le loro donne in età
fertile. I pescatori avevano paura di uscire, e si prendeva il mare
solo in convogli. Infine, gli italiani abbandonarono gran parte delle
loro coste. Come ha spiegato il Professor Davis, alla fine del XVII
secolo «la penisola italiana era preda dei corsari di Barberia da più
di due secoli, e le popolazioni costiere si erano ritirate in gran
parte nei villaggi fortificati sulle colline o in città più grandi
come Rimini, abbandonando chilometri di coste, una volta popolate, a
vagabondi e filibustieri.

È solo verso il 1700 che gli italiani riuscirono a impedire le
imponenti incursioni di terra, anche se la pirateria sui mari continuò
senza ostacoli.

La pirateria indusse la Spagna e soprattutto l’Italia ad allontanarsi
dal mare e perdere la loro tradizione di commercio e di navigazione,
con effetti devastanti: «Almeno per l’Iberia e l’Italia, il XVII
secolo ha rappresentato un periodo oscuro in cui le società spagnola e
italiana non erano più che l’ombra di quello che erano state durante
le epoche d’oro precedenti».

Alcuni pirati arabi erano abili navigatori d’alto mare e
terrorizzavano i cristiani fino ad una distanza di 1600 km. Uno
spettacolare raid in Islanda nel 1627 fruttò quasi400 prigionieri.
L’Inghilterra era stata una formidabile potenza di mare dal tempo di
Francis Drake, ma per tutto il XVII secolo, i pirati arabi operarono
liberamente nelle acque britanniche, entrando persino nell’estuario
del Tamigi a fare catture e incursioni sulle città costiere. In soli
tre anni, dal 1606 al 1609, la Marina britannica ha riconosciuto di
aver perso non meno di 466 navi mercantili inglesi e scozzesi a causa
dei corsari algerini. Nel metà del Seicento, gli inglesi erano
impegnati in un attivo traffico trans-atlantico dei neri, ma molti
equipaggi inglesi divennero proprietà dei pirati arabi.

Vita sotto la frusta

Gli attacchi di terra potevano essere molto fruttuosi, ma erano più
rischiosi delle catture in mare. Le navi erano quindi la principale
fonte di schiavi bianchi. A differenza delle loro vittime, le navi dei
corsari avevano due mezzi di propulsione: gli schiavi delle galee
oltre alle vele. Ciò  significava che potevano avanzare a remi verso
un’imbarcazione ferma per la bonaccia e attaccarla quando volevano.
Avevano molte bandiere diverse, così quando navigavano potevano issare
quella che meglio poteva ingannare le prede.

Una nave mercantile di buone dimensioni poteva trasportare circa 20
marinai abbastanza sani da poter sopportare qualche anno nelle galere,
e i passeggeri erano generalmente buoni per ottenere un riscatto. I
nobili e i ricchi mercanti erano prede allettanti, così come gli
ebrei, che potevano generalmente fornire un forte riscatto da parte
dei loro correligionari. Anche alti dignitari del clero erano preziosi
perché il Vaticano era solito pagare qualsiasi prezzo per sottrarli
alle mani degli infedeli.

All’arrivo di pirati, spesso i passeggeri si toglievano i vestiti
belli e tentavano di vestirsi il più poveramente possibile, nella
speranza che loro rapitori li restituissero alla loro famiglia per un
riscatto modesto. Lo sforzo era inutile se i pirati torturavano il
capitano per avere informazioni sui passeggeri. Era inoltre
consuetudine far spogliare gli uomini, sia per cercare oggetti di
valore cuciti nei vestiti, sia per verificare che non ci fossero ebrei
circoncisi travestiti da cristiani.

Se i pirati erano a corto di schiavi per le galee, potevano mettere
immediatamente al lavoro alcuni dei loro prigionieri, ma i prigionieri
erano solitamente messi nella stiva per il viaggio di ritorno. Erano
ammassati, potevano a malapena muoversi in mezzo a sporcizia, fetore e
parassiti, e molti morivano prima di raggiungere il porto.
All’arrivo in Nord Africa, era d’uso far sfilare per le strade i
cristiani appena catturati, affinché la gente potesse schernirli e i
bambini coprirli di immondizia.

Al mercato degli schiavi, gli uomini erano costretti a saltellare per
dimostrare che non erano zoppi, e gli acquirenti spesso li volevano
far mettere nudi per vedere se erano in buona salute. Ciò permetteva
anche di valutare il valore sessuale di uomini e donne; le concubine
bianche avevano grande valore, e tutte le capitali dello schiavismo
avevano una fiorente rete omosessuale. Gli acquirenti che speravano di
fare rapidi guadagni con un forte riscatto, esaminavano lobi delle
orecchie per trovare segni di piercing, che era un’indicazione della
ricchezza. Inoltre si usava guardare i denti per vedere se fossero in
grado di sopportare un duro regime di schiavo.
Il Pasha,  cioè il governatore della regione, riceveva una certa
percentuale di schiavi come una forma di imposta sul reddito. Questi
erano quasi sempre uomini e diventavano proprietà del governo,
piuttosto che proprietà privata. A differenza degli schiavi privati
che solitamente si imbarcavano con il loro padrone, questi vivevano
nei «bagni», come erano chiamati i negozi di schiavi del Pascià. Agli
schiavi pubblici venivano solitamente rase la testa e la barba come
ulteriore umiliazione, in un tempo in cui la capigliatura e la barba
erano una parte importante dell’identità maschile.

La maggior parte di questi schiavi pubblici trascorrevano il resto
della propria vita come schiavi sulle galee, ed è difficile immaginare
un’esistenza più miserabile. Gli uomini erano incatenati tre, quattro
o cinque ad ogni remo, e anche le loro caviglie erano incatenate
insieme. I rematori non lasciavano mai il loro remo, e quando veniva
loro concesso di dormire, dormivano sul loro banco. Gli schiavi
avrebbero potuto spingersi a vicenda per defecare in un’apertura dello
scafo, ma spesso erano troppo esausti o scoraggiati per muoversi e si
liberavano sul posto. Non avevano alcuna protezione contro il sole
cocente del Mediterraneo, e il loro padrone sfregiava le schiene già
provate con lo strumento di incoraggiamento preferito del padrone di
schiavi: un pene di bue allungato o “nerbo di bue”. Non c’era quasi
nessuna speranza di fuga o di aiuto; il compito dello schiavo era
quello di ammazzarsi di fatica – principalmente in incursioni per
catturare altri disgraziati come lui – e suo padrone lo gettava in
mare al primo segno di malattia grave.

Quando la flotta pirata era in porto, gli schiavi vivevano nel “bagno”
e facevano tutti i lavori sporchi, pericolosi o estenuanti che il
Pasha ordinava. Lavori consueti erano tagliare e trascinare pietre,
dragare il porto, o lavori dolorosi. Gli schiavi che si trovavano
nella flotta del sultano turco non avevano nemmeno quella scelta.
Erano spesso in mare per mesi di fila e restavano incatenati a loro
remi anche al porto. Le loro barche erano prigioni a vita.
Altri schiavi sulla Costa dei Barbari avevano i lavori più vari.
Spesso svolgevano lavori domestici o agricoli del genere che noi
associamo alla schiavitù in America, ma quelli che avevano qualche
competenza venivano spesso affittati dai loro proprietari. Alcuni
proprietari mandavano in giro i loro schiavi durante il giorno con
l’ordine di tornare la sera con una certa quantità di soldi, sotto
pena di essere duramente picchiati. I padroni sembravano aspettarsi un
profitto di circa il 20% sul prezzo di acquisto. Qualunque cosa
facessero, a Tunisi e Tripoli, gli schiavi dovevano tenere un anello
di ferro attorno a una caviglia e una catena di 11 o 14 kg di peso.
Alcuni proprietari mettevano i loro schiavi bianchi a lavorare in
fattorie lontane verso l’interno, dove correvano un altro rischio: la
cattura e una nuova schiavitù dalle incursioni berbere. Questi
infelici probabilmente non avrebbero mai più visto un altro europeo
per il resto della loro breve vita.

Il Professor Davis osserva che non c’era nessun ostacolo alla
crudeltà: «Non c’era alcuna forza equivalente per proteggere lo
schiavo dalla violenza del suo padrone: nessuna legge locale  contro
la crudeltà, nessuna opinione pubblica benevola e raramente pressioni
efficaci da parte di stati stranieri».

Gli schiavi bianchi non erano solo merci, erano infedeli e meritavano
tutte le sofferenze che il padrone infliggeva loro.

Il Professor Davis osserva che «tutti gli schiavi vissuti nei “bagni”
e sopravvissuti per scrivere le loro esperienze, hanno sottolineato la
crudeltà e la violenza endemica che vi venivano praticate». La
punizione preferita era fustigazione, in cui un uomo veniva messo
sulla schiena con le caviglie legate per essere battuto a lungo sulle
piante dei piedi.

Uno schiavo poteva ricevere fino a 150 o 200 colpi, che potevano
lasciarlo storpiato. La violenza sistematica trasformava molti uomini
in automi.

Gli schiavi cristiani erano spesso così numerosi e così a buon mercato
che non c’era alcun interesse ad occuparsene; molti proprietari li
facevano lavorare fino alla morte e poi li rimpiazzavano.
Gli schiavi pubblici contribuivano anche ad un fondo per mantenere i
sacerdoti del bagno. Era un’epoca molto religiosa e anche nelle
condizioni più terribili gli uomini volevano avere la possibilità di
confessarsi e, soprattutto, di ricevere l’estrema unzione. C’era quasi
sempre un sacerdote prigioniero o due nel bagno, ma perché fosse
disponibile per i suoi compiti religiosi, gli altri schiavi dovevano
contribuire e riscattare il suo tempo al pasha. Alcuni schiavi di
galee dunque non avevano più niente per comprare cibo o vestiti,
sebbene in certi periodi degli europei liberi che vivevano nelle città
della Costa dei Barbari contribuissero al mantenimento dei sacerdoti.
Per alcuni la schiavitù diventava più che sopportabile. Alcuni
mestieri, in particolare quello del costruttore di navi, erano così
ricercati che un proprietario poteva premiare il suo schiavo con una
villa privata e delle amanti. Anche alcuni residenti del bagno
riuscivano a sfruttare l’ipocrisia della società islamica e a
migliorare la propria condizione. La legge vietava rigorosamente ai
musulmani il commercio di alcol, ma era più indulgente con i musulmani
che si limitavano a consumarlo. Schiavi intraprendenti organizzarono
delle taverne nei bagni e alcuni facevano la bella vita servendo i
bevitori musulmani.

Un modo per alleggerire il peso della schiavitù era «prendere il
turbante» e convertirsi all’islam. Questo esentava dal servizio nelle
galere, dai lavori faticosi e qualche altra vessazione indegna di un
figlio del Profeta, ma non faceva cessare la condizione di schiavo.
Uno dei compiti dei sacerdoti dei bagni era quello di impedire agli
uomini disperati di convertirsi, ma la maggior parte degli schiavi non
sembrano aver bisogno di consiglio religioso. I cristiani pensavano
che la conversione avrebbe messo in pericolo la loro anima, e
significava anche lo sgradevole rituale della circoncisione in età
adulta. Molti schiavi sembravano sopportare gli orrori della schiavitù
considerandoli come una punizione per i loro peccati e come una prova
per la loro fede. I padroni scoraggiavano le conversioni perché
limitavano il ricorso ai maltrattamenti e abbassavano il valore di
rivendita di uno schiavo.

Riscatto e redenzione degli schiavi bianchi

Per gli schiavi, la fuga era impossibile. Erano troppo lontani da
casa, spesso erano incatenati ed erano immediatamente identificabili
dai loro tratti europei. L’unica speranza era il riscatto.
A volte la salvezza arrivava in fretta. Se un gruppo di pirati aveva
già catturato tanti uomini che non c’era più abbastanza spazio sotto
il ponte, poteva fare un’incursione in una città e poi tornare qualche
giorno più tardi per rivendere i prigionieri alle loro famiglie. Era
di solito ad un prezzo notevolmente inferiore a quello del riscatto di
chi si trovava nell’Africa del Nord, ma era molto di più di quanto i
contadini potessero permettersi. Gli agricoltori normalmente non
avevano denaro in contanti e non avevano altri beni che la casa e la
terra. Un mercante era generalmente disposto ad acquistarlo a modico
prezzo, ma ciò significava che un prigioniero tornava in una famiglia
completamente rovinata.

La maggior parte degli schiavi potevano prospettarsi il ritorno solo
dopo essere passati attraverso il calvario del passaggio in un paese
del Nordafrica e la vendita a uno speculatore. I prigionieri ricchi
generalmente potevano trovare un riscatto sufficiente, ma la maggior
parte dei schiavi non potevano. I contadini analfabeti non potevano
scrivere a casa e anche se lo avessero fatto, non c’erano soldi per un
riscatto.

La maggior parte degli schiavi dipendeva dall’opera caritatevole dei
Trinitari (fondata in Italia nel 1193) e dei Mercedari (fondata in
Spagna nel 1203). Questi gli ordini religiosi erano stati fondati per
liberare i crociati detenuti dai musulmani, ma ben presto passarono a
dedicarsi all’opera di riscatto degli schiavi detenuti dai
barbareschi, raccogliendo denaro appositamente per questo scopo.
Spesso mettevano davanti alle chiese delle cassette con la scritta
«per il recupero dei poveri schiavi», e il clero invitava i cristiani
ricchi a lasciare soldi per l’esaudimento dei loro voti. I due ordini
divennero abili negoziatori e riuscivano a riscattare gli schiavi a
prezzi migliori di quelli ottenuti da liberatori inesperti. Tuttavia
non c’era mai abbastanza denaro per liberare molti prigionieri, e il
Professor Davis ha stimato che in un anno venivano riscattati non più
del 3 o 4% degli schiavi. Questo significa che la maggior parte hanno
lasciato le loro ossa nelle tombe cristiane senza un contrassegno
fuori dalle mura delle città.

Gli ordini religiosi tenevano conti precisi dei risultati conseguiti.
I Trinitari spagnoli, per esempio, hanno effettuato 72 spedizioni di
riscatto nel Seicento, con una media di 220 liberazioni ciascuna. Era
consuetudine portare gli schiavi liberati nelle loro case e farli
passare per le strade delle città in grandi celebrazioni. Queste
parate divennero uno degli spettacoli urbani più caratteristici del
tempo e avevano un forte orientamento religioso. A volte gli schiavi
camminavano con i loro vecchi stracci di schiavi per evidenziare i
tormenti che avevano sofferto; talvolta indossavano speciali costumi
bianchi per simboleggiare la rinascita. Secondo i registri del tempo,
molti schiavi liberati non si ristabilirono mai completamente dopo il
loro calvario, soprattutto se essi aveva trascorso molti anni in
cattività.

Quanti schiavi?

Il Professor Davis nota che sono state fatte enormi ricerche per
calcolare il più precisamente possibile il numero di neri trasportati
attraverso l’Atlantico, ma che non c’è stato uno sforzo analogo per
conoscere l’estensione della schiavitù nel Mediterraneo. Non è facile
ottenere dati affidabili, anche gli arabi generalmente non
conservavano archivi. Ma nel corso di oltre dieci anni di ricerca il
Professor Davis ha sviluppato un metodo di calcolo.

Ad esempio, gli archivi suggeriscono che dal 1580 al 1680 c’è stata
una media di circa 35.000 schiavi nei paesi di Barberia. C’era una
perdita costante per morti e riscatti, così se la popolazione rimaneva
costante, il tasso di cattura di nuovi schiavi da parte dei pirati
doveva essere tale da pareggiare le perdite. C’è una buona base per
stimare il numero dei decessi. Per esempio, sappiamo che dei quasi 400
islandesi catturati nel 1627, solo 70 erano ancora vivi otto anni più
tardi. Oltre alla malnutrizione, al sovraffollamento, all’eccesso di
lavoro e alle punizioni brutali, gli schiavi subivano delle epidemie
di peste, che eliminavano solitamente il 20 o 30% degli schiavi
bianchi.

In base a un certo numero di fonti, il Professor Davis calcola
pertanto che il tasso di mortalità era circa il 20% all’anno. Gli
schiavi non avevano accesso alle donne, quindi la sostituzione
avveniva esclusivamente per mezzo delle catture.

La sua conclusione: Tra il 1530 e il 1780, quasi certamente 1 milione
e probabilmente fino a 1 milione e un quarto di cristiani europei
bianchi sono stati ridotti in schiavitù dai musulmani della Costa dei
Barbari.

Questo supera notevolmente la cifra generalmente accettata di 800.000
africani trasportati nelle colonie del Nord America e successivamente
negli Stati Uniti.

Le potenze europee non furono in grado di porre fine a questo traffico.
Il Professor Davis spiega che alla fine del Settecento controllavano
meglio questo commercio, ma ci fu una ripresa della schiavitù dei
bianchi durante il caos delle guerre napoleoniche.

Neppure la navigazione americana si salvava dalla predazione. Fu solo
nel 1815, dopo due guerre contro di loro, che i marinai americani
riuscirono a liberarsi dei pirati barbareschi. Queste guerre furono
operazioni importanti per la giovane Repubblica; una campagna è
ricordata dalle parole «verso le coste di Tripoli» nell’inno della
marina.

Quando i francesi presero Algeri nel 1830, c’erano ancora 120 schiavi
bianchi nel bagno.

Perché c’è così poco interesse per la schiavitù nel Mediterraneo a
fronte di un’infinità di studi e riflessioni sulla schiavitù dei neri?
Come spiega il Professor Davis, schiavi bianchi con padroni non
bianchi non si inquadrano nella «narrativa dominante dell’imperialismo
europeo». Gli schemi di vittimizzazione tanto cari agli intellettuali
richiedono malvagità bianca, non sofferenze bianche.

Il Professor Davis osserva anche che l’esperienza europea della
schiavitù su larga scala rende evidente la falsità di un altro tema
favorito della sinistra: che la schiavitù dei neri sarebbe stata un
passo fondamentale nella creazione di concetti europei di razza e
gerarchia razziale.

Non è il vero; per secoli, gli stessi europei sono vissuti nella paura
della frusta, e molti hanno partecipato alle parate della redenzione
degli schiavi liberati, che erano tutti bianchi. La schiavitù era un
destino più facilmente immaginabile per se stessi che per i remoti
africani.

Con un piccolo sforzo, è possibile immaginare gli europei preoccupati
per schiavitù tanto quanto i neri. Se per gli schiavi delle galere gli
europei avessero nutrito lo stesso risentimento dei neri per i
lavoratori nei campi, la politica europea sarebbe stata sicuramente
diversa. Non ci sarebbe la continua richiesta di scuse per le
crociate, l’immigrazione musulmana in Europa sarebbe più modesta, non
spunterebbero minareti per tutta l’Europa e la Turchia non sognerebbe
di entrare nell’Unione europea. Il passato non può essere cambiato e
può essere esagerato coltivare rimpianti, ma chi dimentica si ritrova
a pagare un prezzo elevato.

Fonti librarie: Robert C. Davis, Christian Slaves, Muslim Masters-
White Slavery in the Mediterranean, The Barbary Coast, and Italy,
1500-1800(Palgrave Macmillan 2003).

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Fonte: http://www.pvr-zone.ca/esclave_blanc.htm

Rudolf Steiner e la configurazione Lucifero-Cristo-Ahrimano nella prima guerra mondiale (e nella seconda)


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La conferenza di Linz tenuta da Steiner il 18 maggio 2015,  
 qui tradotta *, presenta il gruppo teosofico in un contesto storico-storico e racconta il significato della configurazione Lucifero-Cristo-Ahriman agli eventi che circondano la prima guerra mondiale.  Steiner vede un parallelo tra la posizione centrale e la parità di Cristo La missione dell'Europa centrale nella prima guerra mondiale implica che il militarismo e l'intransigenza politica tedesca e austriaca non hanno portato alla guerra contro le potenze mondiali in Oriente (Russia) e in Occidente (Francia, Inghilterra e, dal 1917, Stati Uniti).  

Secondo Steiner, la prima guerra mondiale era l'espressione terrena di una lotta tra forze luciferiche in Oriente e forze arabe in Occidente, ed è stato il destino dell'Europa centrale per mediare tra queste forze.

La polarizzazione fondamentale dell'Est e dell'Ovest che Rudolf Steiner ha visto emergere più di sei decenni fa è ora una realtà politica.Mentre oggi la maggior parte degli storici riconosce che la seconda guerra mondiale è dovuta in parte alle circostanze della prima guerra mondiale, pochi avrebbero accettato l'affermazione di Rudolf Steiner dalla conferenza di Linz che la prima guerra mondiale era "destinata dal karma europeo " o, per dichiararla più concretamente , che era inevitabile. Se la guerra non potesse essere evitata, la questione di chi era la colpa o chi l'ha causata è, come dice Steiner, irrilevante . Sulla base di questa posizione, Steiner suggerisce che una sola domanda ha rilevanza: " Chi avrebbe potuto impedire la guerra? "Questa domanda sembra contraddire la dichiarazione di Steiner secondo cui la guerra mondiale fu destinata dal karma europeo. Un rapido sguardo al record storico può aiutare a chiarire ciò che Steiner intendeva dire.

Come ho scritto  Steiner lasciò la ST per queste sue convinzioni che non  erano  condivise da molti teosofi di allora  e non per il “nuovo Cristo” Krishnamurti
  
Paola Botta Beltramo

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 Link della conferenza di Steiner del 18 maggio 1915: