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Anche le vespe sono figlie di Dio... i vaccini invece no...



"I grappoli si sono appassiti sulle viti. Ciò che dovrebbe essere turgido e sodo, resistente al tatto per aprirsi in bocca, è spugnoso e piagato. Quest'anno non avrò il piacere di rigirare gli acini bluastri fra indice e pollice e di impregnarmi di muschio il palmo della mano. Perfino le vespe sdegnano quelle esili gocce marroni. Perfino le vespe, quest'anno. Non è stato sempre così...." (Janette Winterson)

Rileggendo questo breve pezzo di prosa mi sono accorto che quest'anno le vespe sono in aumento. Di api ne ho viste poche in giro e quasi sempre le vedo adagiate al suolo in agonia, come se stessero tutte lì lì per morire. Mentre le vespe svolazzano e continuano a costruire nidi nei posti più impensati... Ho visto vespe che facevano il bagno dentro una vasca nella quale mi stavo anch'io lavando i piedi, all'inizio pensavo fossero morte nell'acqua, invece no stavano soltanto galleggiando e poi prendevano il volo dopo essersi rinfrescate.

Le punture di vespe sono alquanto dolorose e se numerose ed in successione possono anche provocare la morte per interruzione cardiaca. Eppure rappresentano un pericolo remoto, non come la puzza degli inquinanti, i veleni nell'agricoltura, l'attraversamento di una strada congestionata dal traffico, la dose sbagliata davanti alla discoteca, la coltellata impazzita di un ubriaco,  i vaccini e  le nuove malattie inventate dall'uomo (per guadagnarci sopra).... almeno le vespe non hanno intenzioni, difendono semplicemente il loro nido.

Diceva Valdo Vaccaro: "Non possiamo schivare i batteri e i virus. I batteri non producono malattia: è la malattia che li produce. I vaccini, secondo la medicina, sono una versione attenuata dei virus o dei germi accusati di causare malattia.  Ma se un corpo è in grado di difendersi da un vaccino (o malattia attenuata), è pure in grado di difendersi dalla malattia reale."

Forse è in gioco l'intero nostro futuro, se ne avremo ancora uno, e le vespe -in questo caso- sono un utile avvertimento. 


Paolo D'Arpini

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