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Sri H. W. L. Poonja, il Papa di Lucknow... discepolo di Ramana Maharshi


Ebbene sì, non viaggio più, o almeno non fisicamente.

Ormai da parecchi anni ho smesso di spostarmi e mi limito a ricevere i viaggiatori. Con questo metodo posso tranquillamente dedicarmi agli affari miei ed allo stesso tempo ricevere notizie e novità dal mondo spirituale…. Tra gli ospiti più graditi che mi è capitato di accogliere  vi sono Upahar Anand (al secolo Nigel Quigly) e Venu (al secolo Lidia Ceccaia), una coppia santa che soggiorna l’inverno in India e torna in Italia per l’estate (beati loro che possono permetterselo). Venu, che significa flauto, ha ricevuto il nome da Papaji di Lucknow un santo alquanto famoso (un diretto discepolo di Ramana Maharshi) che la santa coppia di amici era solita visitare, sia lei che il compagno li conobbi tanto tempo fa nel calderone dello spirito e siccome mi fido di loro li invito sempre a raccontarmi le novità e le scoperte del loro percorso. 

Qualche volta ho avuto dei “dubbi” sulle loro esperienze ed in una lettera espressi alcune incertezze relative a quanto affermato in certe occasioni da Papaji. Ed ecco cosa mi rispose Upahara:

“Yes I can undestand your “doubts” about Papaji words, I have the same feeling (about everyone!). But that will always be so, as long as there is a trasmission in words, and the apperent duality of master and disciple. I may say that the presence (sannidhi) of Papa, as of Osho (who could be very doubtfull..!) is always prior to, and trascending, anytingh wich cpuld be sayd… as you know… but naturally all that is very subjective and mysterious! How poor words are! When I reflect on the eternal silence of Ramana Maharshi, the vast embrace of Amma Anasuya… forever vibrating and shining in the heart, putting forth every moment new flowers and fragrances into the uncknow, with nothing to “undestand” or “interpret”…. Remembering this, in gratitude, all the joys and pains of body and mind fade into insignificance. One continue to live according to one’s nature and destiny, wacthing the divine comedy unfold, sometimes identified with one’s role in the play … sometimes quietly smiling at all of it… sometimes overflowing with songs of love… Allelujah!  Over the page I have translated a few words from a “satsang”.. so excuse any mistakes”

Quelle che seguono sono le parole tradotte in italiano che Upahara mi ha riportato da un incontro con Papaji.

“La compassione è un gioiello che adorna un essere libero, non puoi praticare questa compassione perché è la tua vera natura. Questa compassione potrebbe incarnarsi come un essere umano, come un Bodhisatva, ma non è nient’altro che il tuo Dharma che sorge quando si dissolve il senso dell’ego personale. Lascia che tutti partecipino della tua gioia, non essere avaro. Non trattenere nulla per te. Ama tutto, non importa quello che succede, ed onora tutto perché questo tutto è la tua proiezione. Non disturbare nessuno e non permettere che alcuno disturbi te. Stare in pace, questo è il tuo compito. Quanto sarebbe bello questo pianeta se tu fossi in pace con te stesso. Se vuoi dare qualcosa al mondo dai ciò che sei: pace e felicità. Per dare pace e felicità tu devi esserlo. Non parlare di “verità” semplicemente condividi l’amore e la felicità perché il dono più grande è una mente vuota, anche se non dici nulla il tuo silenzio si spargerà su tutta la terra. Seduto quietamente usa il tempo che ti rimane di stare in questo corpo per abbracciare tutti gli esseri, non è un’intenzione è una resa naturale. Tu sei solo uno strumento, dissolvendo te stesso ti prendi cura del mondo. Tu sei amore, quando c’è amore tutto il resto sparisce. Passare il tempo seguendo altri fini è solo un posporre, la cosa più facile è essere qui, in questo amore, tutto il resto è artificiale. Celebra la tua creazione, tu sei seduto nel cuore di tutti gli esseri e loro nel tuo. L’amore ama sempre, senza di esso non puoi respirare. L’amore è meditazione, il centro senza frontiere…. Non c’è alcun sentiero che conduce all’amore, non lo puoi imparare. Il cuore, in questo stesso momento, è la verità. Eccola, eccola qui, e tu lo sei!”

Quale viatico migliore potrei chiedere per il mio “incontro di viaggio” da fermo?

Paolo D’Arpini




Nota: H. W. L. Poonja, chiamato "Papaji“, Poonjaji o "Leone di Lucknow“ (Hariwansh Lal Poonja; Gujranwala13 ottobre 1910 –Lucknow6 settembre 1997), è stato un saggio indiano della Advaita Vedānta e Bhakti.

Il DNA umano è più vecchio di quel che si crede



Un DNA umano di 400 mila anni fa manda in tilt gli antropologi.
È il più antico DNA umano mai trovato. Lo hanno estratto da un femore
scoperto in una grotta spagnola. Ma anzichè aiutare nella comprensione
dell’evoluzione umana, questo reperto aggiunge nuovi interrogativi e
misteri: risale infatti a 400 mila anni fa e presenta una sequenza
genetica non prevista.


I FOSSILI AL CENTRO DEL NUOVO STUDIO SULL'EVOLUZIONE UMANA
Lo studio è stato recentemente pubblicato sulla rivista Nature.
All’inizio, quell’osso era stato attribuito ad un Uomo di Neanderthal-
la specie umana più diffusa in Europa fino al 30 mila a.C., quando si
estinse per motivi ancora tutti da accertare. Invece il DNA ha
raccontato una storia diversa: ha molti punti in contatto con l’Uomo
di Denisova. Fino ad oggi, era noto solo grazie alle sequenze
genetiche risalenti ad 80 mila fa recuperate da un fossile scoperto in
Siberia. Dunque, qualcosa non torna dal punto di vista cronologico e
geografico.Gli scienziati sono ora costretti a ripensare alla nostra
evoluzione degli ultimi 400 mila anni. Forse esistevano molti tipi
diversi di popolazioni umane che si sono estinte e che non abbiamo
ancora scoperto. Potrebbero esserci stati vari mescolamenti genetici,
attraverso l’accoppiamento. “Al momento, abbiamo praticamente prodotto
un grosso punto interrogativo“, ha ammesso Matthias Meyer, ricercatore
di Antropologia evoluzionistica presso il Max Planck Institut di
Lipsia, in Germania, e co-autore dello studio.Le ossa incriminate sono
state rinvenute in una grotta denominata “Sima de los Huesos” (“Il
pozzo delle ossa”), una cavità scoperta negli anni ’70. Negli ultimi
30 anni di scavi, da questo luogo sono emersi 28 scheletri umani quasi
integri, risalenti a centinaia di migliaia di anni fa. “È un luogo
davvero speciale”, ha confermato il dottor Juan Luis Arsuaga,
paleoantropologo dell’Università Complutense di Madrid, responsabile
degli scavi. Finalmente, è stato possibile estrarre il DNA da una di
quelle ossa umane così antiche. “Solo un anno fa non saremmo stati in
grado di farlo”, ha aggiunto Arsuaga.Basandosi sull’anatomia del
fossile, il docente spagnolo era convinto che appartenesse ad un
Neanderthaliano. Tutti si aspettavano che il test genetico confermasse
questa ipotesi, ma il campione prelevato dall’osso non corrispondeva.
Per questo, Matthias Meyer ha pensato di confrontarlo con il DNA del
Denisovano: con sua grande sorpresa, ha scoperto grandi similarità.
“All’inizio non potevamo crederci“, ha detto il genetista tedesco.
“Abbiamo incrociato i dati più volte, per esserne assolutamente
certi.”

LA CAVERNA SPAGNOLA, LUOGO DEL RITROVAMENTO
Ma la nuova scoperta non collima con l’idea dell’evoluzione umana
immaginata finora. Gli antropologi avevano sempre circoscritto questo
ominide evolutosi in modo parallelo al Sapiens in una precisa area
geografica- l’Asia orientale- ed erano convinti che avesse una
morfologia diversa da quella del Neanderthal. Inoltre, sulla base dei
ritrovamenti precedenti, ritenevano che un nostro antenato diretto
avesse condiviso, con queste altre due specie umane, un comune
predecessore arrivato dall’Africa circa 500 mila anni fa.Le strade dei
Neanderthal e dei Denisovo si sarebbero separate 300 mila anni fa, per
dare origine a due diverse linee evolutive: i primi si sarebbero
stanziati in Occidente, nell’odierna Europa, i secondi ad Oriente,
quindi in Asia. Il nostro antenato sarebbe invece rimasto più a lungo
in Africa, dove si sarebbe evoluto nell’ Homo Sapiens circa 200 mila
anni fa per poi iniziare la sua conquista del mondo: 60 mila anni fa,
si diffuse ovunque, incrociandosi con le altre specie che finirono
però con l’estinguersi, scomparendo per sempre.Ma adesso, secondo
Arsuaga, bisogna ripensare tutta la nostra storia. Probabilmente
l’Uomo di Denisova occupava un territorio molto più vasto del
previsto- dalla Siberia fino alla Spagna- ed era molto simile al
Neanderthal. Forse, in quella caverna colma di fossili, ci sono gli
scheletri dell’antenato comune tra le due specie. Una parte del suo
DNA si sarebbe conservato in un tipo di ominide, per scomparire invece
nell’altro, rimpiazzato da altre varianti.Beth Shapiro, esperta di
paleogenetica presso l’Università della California a Santa Cruz, è su
una posizione più radicale: quei reperti della Sima de Los Huesos
apparterebbero ad un altro ramo dell’evoluzione umana, di quella
specie detta Homo Erectus, sviluppatasi circa 1.8 milioni di anni fa e
scomparsa qualche centinaio di migliaia di anni dopo. “Più sappiamo
dal DNA estratto da queste ossa, più il quadro si fa complesso“, ha
detto.È solo da 20 anni a questa parte che la scienza è in grado di
analizzare geneticamente i fossili più antichi. Un’operazione
piuttosto difficile. Quando un organismo muore, infatti, il suo DNA si
disgrega e viene contaminato dal DNA batterico. Ricostruire le
sequenze è un po’ come rimettere insieme i cocci di un vaso di
cristallo andato in frantumi. Pioniere in questo campo è stato il
ricercatore svedese Svante Paabo che nel 1997 è riuscito, per primo, a
ricostruire il DNA di un Neanderthal risalente a 40 mila anni fa.
L’intero genoma è stato mappato da Paabo, Meyer e da altri colleghi
del Max Planck Institut nel 2010.



Sono stati loro a dimostrare- test genetico alla mano- l’ibridazione
tra questa specie umana estinta e il Sapiens avvenuta circa 50 mila
anni fa. Sempre il centro tedesco ha poi sequenziato il genoma
estratto da un dito scoperto in una caverna della Siberia, appurando
che si trattava di un gruppo umano distinto e diverso da tutti gli
altri, soprannominato da quel momento Homo Denisova, dal nome del
luogo del rinvenimento.Ora, questo fossile spagnolo ha rimescolato
tutte le carte in tavola e confuso le idee ai ricercatori. La speranza
è di recuperare altro materiale genetico dalla Sima de los Huesos da
poter esaminare e dal quale ricavare qualche informazione utile a
risolvere l’enigma. “Per ora è estremamente difficile trovare un
senso, siamo ancora piuttosto fuori strada”, ha confessato il dottor
Meyer.

 Sabrina Pieragostini




(Fonte secondaria:
http://altragenesi.blogspot.it/2015/12/un-dna-umano-di-400-mila-anni-fa-manda.html?m=1)

Fuga dalle religioni tradizionali - Cristianesimo in estinzione entro il 2020



Si prevede che entro il 2020 il 72% della popolazione nord europea non apparterrà ad alcuna confessione religiosa tradizionale. Pare che questo allontanamento “in massa” da parte di molti credenti, che coincide con il declino delle vocazioni nel seno della Chiesa Cattolica ed il contemporaneo interesse verso le religioni orientali (Induismo, Buddismo, dottrine Yoga, comunità religiose alternative, esoterismo, occultismo ecc.), sia in parte dovuto alla chiusura del mondo cristiano ai nuovi valori in difesa degli animali e dell’ambiente che caratterizzano le ultime generazioni.

E’ ormai ben difficile trovare cattolici praticanti tra coloro che lottano in difesa degli animali o dell’ambiente: infatti, per un animalista sarebbe un controsenso identificarsi in un organismo che dimostra indifferenza, se non disprezzo, verso la causa animalista. Perché un animalista dovrebbe seguire i principi del cristianesimo e non una religione orientale storicamente più sensibile e giusta nei confronti di tutte le creature? La stragrande maggioranza dei preti e dei cattolici considerano con sufficienza le esigenze morali e spirituali delle ultime generazioni, non percepiscono il mutare degli eventi, il valore del sentimento di chi condivide il dramma di tante creature vittime dell’uomo.

Nei dibattiti sulla legittimità etica di mangiare la carne, sconcerta la posizione ostile, refrattaria, proterva, di molti credenti cristiani o cattolici che con forza asseriscono la legittimità di utilizzare gli animali a insindacabile giudizio dell’uomo. Si potrà trovare apertura e compassione tra gli atei, tra gli anarchici, tra gli stessi macellai ma raramente, molto raramente si troverà un uomo di chiesa sensibile alla sofferenza degli animali. I cristiani di oggi, come di ieri, considerano il problema degli animali un “non problema”; né importa loro che un gran numero di Santi abbia raccomandato la perpetua astinenza dalla carne, e che i più grandi mistici, iniziati, profeti, anacoreti di ogni tempo e dottrina abbiano condannato l’usanza di alimentarsi di carni, ed infine che una moltitudine di ordini religiosi e di comunità spirituali abbiano inserito come regola fondamentale l’astensione dalla carne.

Per giustificare le loro posizioni essi citano i dettami del Vecchio e Nuovo Testamento. Questa loro posizione porta alle seguenti considerazioni: - O il Dio della Bibbia e Gesù erano indifferenti alla sofferenza degli animali, oppure i Vangeli sono stati manomessi.

- Se a Gesù interessava solo la sofferenza dell’uomo, noi, semplici esseri umani, dimostriamo maggior compassione verso le creature sofferenti. E questo è un palese, eclatante controsenso teologico.

- Come giustifica la Chiesa cattolica il fatto che tra i più grandi Iniziati del mondo Gesù sia stato il solo a non aver manifestato amore e compassione per gli animali? Perfino Maometto ha avuto parole in difesa degli animali.

- Se i cristiani considerano il messaggio evangelico la dottrina spiritualmente più evoluta, come può essere tale una dottrina che (rispetto alle altre grandi dottrine spirituali) restringe il campo della compassione invece di ampliarla?

- Come si può pensare che Cristo oggi si schiererebbe dalla parte di chi ritiene legittimo uccidere un animale per mangiare le sue carni (chi lo uccide per divertimento, o per prendersi la sua pelliccia o chi sperimenta medicine e armi da guerra) e non dalla parte di chi invoca amore e rispetto per ogni essere in grado di soffrire?

- Come si può pensare che Gesù si lascerebbe superare in misericordia e compassione da un essere umano che chiede amore e rispetto per tutte le creature?

- Il fulcro del messaggio di Cristo non è forse improntato sull’amore, sulla misericordia?  

- La Chiesa non denigra forse il sacrificio di Cristo quando limita il suo valore salvifico all’uomo colpevole ed esclude gli animali innocenti, vittime del peccato dell’uomo?

- Voi preti e voi credenti avreste il coraggio di uccidere con le vostre mani l’animale che mangiate a tavola? Se rifiutate per pietà o compassione verso la vittima, perché pensate che Gesù sarebbe meno sensibile di voi? Gesù era la coerenza personificata, la compassione personificata: se mangiava la carne avrebbe avuto anche l’insensibilità di uccidere l’agnello...

- Facendo riferimento ai Vangeli sinottici i cristiani dicono che Gesù non ha detto nulla in merito al rispetto per gli animali; ma Gesù non ha detto nulla neppure sulla schiavitù, la pena di morte, la tortura, eppure queste sono state condannate e abolite dalla Chiesa perché implicite nel suo messaggio.

- Come mai i Vangeli apocrifi ed i Rotoli del Mar Morto (sicuramente non manomessi né alterati da trascrizioni) riportano la figura di Gesù che chiede amore e rispetto per gli animali?

La chiesa, a causa della fortissima influenza che esercita sul pensiero e sulla coscienza degli individui non può essere artefice di una cultura che tende spegnere la naturale compassione verso le creature più deboli. Chi è insensibile verso il dolore degli animali come può essere sensibile alla sofferenza degli umani? Nel momento storico in cui lo spirito umano cerca di ampliare i codici morali, civili e spirituali a realtà sempre più vaste ed universali, la Chiesa difende assurdamente la sua posizione antropocentrica il cui spessore morale risulta inferiore a qualunque organizzazione animalista.

C’è una profonda e sostanziale differenza morale e spirituale tra noi universalisti ed i cristiani: quando noi parliamo di amore, giustizia e rispetto il nostro sentimento si estende a tutti gli esseri viventi mentre la Chiesa limita questi sentimenti ai soli esseri umani. Prima o poi la Chiesa si accorgerà del suo errore millenario, si accorgerà che l’antropocentrismo è il principale nemico dell’evoluzione integrale dell’uomo, si accorgerà che lo spirito deve compiere la sua evoluzione, che il seme gettato deve dare i suoi frutti, che il vero cristiano è colui che si esprime in termini di amore universale, allora e solo allora sarà la vera chiesa dello Spirito.

Franco Libero Manco


Simbologia e messaggio degli alberi




Mi chiamo Peter Boom e boom, nella mia lingua l’olandese, significa albero.
Sono un alberello di media statura, molto più basso della maggior parte degli
alberi.


La quercia arriva a 40 metri di altezza, ma viene superata dal frassino e dal
faggio. Nelle nostre zone climatiche l’abete può raggiungere i sessanta metri,
giusto per far notare quanto sono piccolo io.

Un grandissimo problema oggi è la sistematica distruzione dei boschi che sono
parte integrante e di primaria importanza per il nostro ecosistema.
Per questo motivo ho scritto un libro intitolato “2020, il nuovo Messìa”,
pubblicato nel 1994 che parla proprio della mentalità speculativa che sta
distruggendo la Natura, la flora, la fauna, i nostri alberi e … di
conseguenza anche noi.

Alberi chiamati sacri perché una volta queste piante venivano considerate
manifestazione delle divinità, a loro si pregava per chiedere protezione e
aiuto e hanno ispirato miti bellissimi e fantastici.

In quasi tutte le tradizioni troviamo l’albero cosmico, asse dell’universo con
le sue radici affondate negli abissi sotterranei e con i suoi rami che
s’innalzavano fino al cielo. Essendo l’albero verticale esso congiunge
l’universo uraniano con i baratri ctoni, i dei dei cieli con quelli degli
abissi. Un’immagine che troviamo anche nella croce, simbolo delle chiese cristiane
adottato dalla religione cristiana soltanto verso la fine del quarto secolo,
ancora senza il Cristo crocifisso sopra. Queste immagini le ho riprese dal
libro “La favola di Cristo” di Luigi Cascioli, ricercatore storico di fama
internazionale.

Il nostro corpo è fatto in forma di croce; simbolicamente la croce significa
la completezza, la barra orizzontale è la madre terra, quella verticale il dio
sole, la forza fecondante di ogni vita. Simboli della completezza sono anche il
lingam e lo yoni della tradizione shivaita ed il Ying e Yang cinese.
L’albero è ermafrodita nella maggior parte dei casi e anche l’albero cosmico è
ermafrodita. E’ una pansessualità cosmica che riporta alle origini dell’uomo,
alla sua completezza. Un albero dà appieno questa idea, anche perché abbattuto
può rinascere dalla talea o può rigenerarsi da solo grazie ai germogli che
crescono ai suoi piedi, un po’ come dalla costola di Adamo nasce Eva. I fiori,
in molti alberi, sono maschi e femmine allo stesso tempo, in altri invece
fioriscono sullo stesso albero il pistillo femmina e lo stame maschio.

Dai primordi certi alberi grandi venivano ritenuti sacri come per esempio le
querce, i frassini, i baobab, etcetera, e dall’osservazione della natura che
muore e poi risorge sono nati molti credi e religioni.
San Bernardo di Chiaravalle lasciò scritto: “Troverai più nei boschi che nei
libri. Gli alberi e le rocce t’insegneranno le cose che nessun maestro ti
dirà.”

Infatti, gli dei venivano immaginati prendendo spunto dai fenomeni osservati
nella natura: i vulcani, il fuoco, i fulmini, il tuono, il mare, il cielo, la
terra della dea madre, gli animali, il vento e naturalmente anche gli alberi.
Nella mitologìa nordica, descritta nell’Edda intorno al 1225, vengono
raccontati molti miti di origine antichissima tra i quali quello del gigantesco
frassino Yggdrasill, asse del mondo con i suoi rami che giungono fino ai cieli
e con tre larghissime radici che affondano nei regni sotterranei; da una di
queste radici che porta al regno dei morti sorge una fonte, necessaria a
nutrire l’albero e ad irrigare con la sua acqua tutta la terra. Dall’acqua
scaturisce la vita e traendo origine proprio dal regno dei morti allude
chiaramente al riciclaggio della vita. Vita, morte e nuova vita, come una
risurrezione insegnataci dall’andamento delle stagioni.

Ancora oggi festeggiamo questo naturale fenomeno con l’albero di natale, e la
rinascita ogni anno del bambin Gesù non è altro che la rinascita del sole, il
solstizio, la premessa per far ricrescere la vita.

La stessa rinascita si incontra anche in altre e più antiche religioni. Come
nell’antico Egitto con Osiride fatto a pezzi che poi resuscita o come nei riti
sciamanici che rappresentono lo svolgersi tra morte e rinascita sia dell’uomo
come anche della vegetazione.

Yggdrasill significa corsiero di Ygg, uno dei nomi del dio Odino o Wotan. Ygg
stranamente non significa frassino, ma bensì quercia, in tedesco Eich, in
olandese eik e in inglese oak. Probabilmente uno scambio che sarebbe
interessante verificare meglio.

Come il da noi meglio conosciuto albero del paradiso, anche presso Yggdrasill
abita un enorme serpente chiamato “Nioggrh”. Anche sotto quest’albero della
vita nasce l’acqua fecondante e della conoscenza dove il dio Ygg, Odino o
Wotan, il padre di tutti gli dei nordici ha dovuto essere iniziato tre volte
per diventare maestro di saggezza e di conoscenza occulta.
Queste iniziazioni, durante le quali il dio, ferito da una lancia e appeso a
testa ingiù per nove notti tra i rami del frassino Yggdrasill, fa pensare a
certe iniziazioni sciamaniche e anche a Gesù inchiodato alla croce col cuore
trafitto dalla lancia di un centurione. Infatti, non c’è niente di nuovo nel
nostro immaginario religioso, tutto proviene dall’umano inconscio collettivo,
dal nostro immaginario archetipico pensato e ben descritto da Carl Gustav Jung,
uno dei padri della psicoanalisi moderna.

Odino invece ferisce sé stesso, non beve, non mangia e si sottopone ad una
morte rituale, iniziatica. Ed è così che ottiene la conoscenza. Odino vede,
anche se è cieco, come lo era Omero, come l’indovino Tiresia accecato dalla dea
Atena, come l’Edipo incestuoso che si cavò gli occhi per espiare il suo
tremendo anche se non volontario peccato. Tutti costoro vedono con gli occhi
dello spirito, cosa che fa pensare al terzo occhio indiano, l’occhio divino
della vera e più profonda conoscenza.

Odino resuscita come lo sciamano fatto a pezzi, come Gesù, come il dio egizio
Osiride.

Quando poi, come musicato in modo sublime da Wagner nel Crepuscolo degli dei, die Goetterdaemmerung, anche gli dei vengono colpiti dall’apocalisse e l’enorme lupo Fenrir divora Odino insieme a quasi tutti gli altri dei, solo l’albero primordiale Yggdrasill, benché danneggiato, è rimasto in piedi, allora succede il nuovo miracolo: “La terra uscirà dal mare e sarà verde e bella”.
Ecco il diluvio universale, descritto nel vecchio testamento da una cultura a
noi più conosciuta o comunque più tramandata, oggi si direbbe pubblicizzata.
Un uomo chiamato Ask viene foggiato dal frassino cosmico e una donna chiamata Embla dall’olmo.

Anche Omero e Esiodo parlano di leggende sull’origine degli uomini, uomini
nati dalla quercia e dalla roccia, interessante associazione tra la pietra e
l’albero sacro ricorrente in molte culture antiche. La pietra sacra, il menhir
o bethel, parola che in semitico significa casa di dio, l’omphalos greco,
l’ombelico del mondo, il lingam indiano, tutte dimore dello spirito.
La pietra eterna, ricordiamo anche la Ka’aba alla Mecca, è simbolo di vita
statica, l’albero invece è simbolo di vita dinamica che si rinnova sempre in
una continua rigenerazione, muore e risorge.

Il frassino era consacrato anche a Posìdone, come la quercia a suo fratello
Zeus. Nell’Egitto dei faraoni invece gli dei abitavano il sicomoro sacro.
In Mesopotamia l’albero sacro della vita era il Kiskanu.

In India abbiamo la “ficus religiosa” conosciuta soprattutto perché ai piedi
di quest’albero il Buddha raggiunse l’illuminazione.
In Cina viene venerato il Qian Mu, legno eretto, albero dell’inizio di tutto.
Importante è anche il gelso considerato sacro e ermafrodito, simbolo
antecedente alla divisione tra Ying e Yang, della femmina e del maschio, dello
scuro e del chiaro, della terra e del cielo.

Non possiamo dimenticare l’albero cosmico degli Inca nell’America del Sud, che
scaturisce dal corpo di una dea con accanto Quetzalcoatl, il serpente piumato,
dio della morte e della rinascita; come serpente è ctonio, sotterraneo, ma dal
suo sacrificio sul rogo fa rinascere il sole.

Con tutte queste deità, spiriti, spiritelli dimoranti negli alberi di tutto il
mondo, salvo naturalmente sopra i poli, si può affermare con Mircea Eliade che
“mai l’albero è stato adorato unicamente per sé stesso ma sempre per quel che
si rivelava per suo mezzo”.

L’albero col quale l’uomo in passato viveva in grande simbiosi deve avergli
dato l’impressione di vedere in lui l’origine dell’universo.
Gli uomini della pietra forse si dovrebbero chiamare gli uomini degli alberi o
del legno, di più facile lavorazione dei sassi durissimi, ma di non lunga
conservazione. I legni lavorati, così antichi, sono scomparsi nel tempo.
In provincia di Viterbo nei pressi di Latera troviamo il laghetto di Mezzano
dove sono stati rinvenuti strutture lignee di palafitte dell’età del bronzo di
circa 4000 anni fa. Un altro luogo interessantissimo e direi addirittura
impressionante si trova nei pressi di Avigliano Umbro ed è la foresta fossile
di Dunarobba, dove si possono vedere tronchi d’albero in legno conservati
miracolosamente per circa tre milioni d’anni. Qui si tratta di legno non
fossilizzato in pietra rimasto protetto sotto uno strato di una trentina di
metri di argilla. Alberi, di una specie di conifere che oggi non esistono più
ma simili alla sequoia, che crescevano sulla sponda di un lago vastissimo in un
clima caldo e umido, dove vivevano mammuth e diverse altre razze di animali
preistorici.

Col legno gli uomini costruivano capanne, dimore per adorare gli dei,
palizzate per la loro difesa; l’albero era anche il “Padre del fuoco” e
attraverso l’esempio dei fulmini, l’autocombustione e i vulcani impararono ad
accendere essi stessi il fuoco col quale potevano cucinare, riscaldarsi, vedere
nel buio della notte e difendersi dagli animali feroci. Si otteneva dalle api
che si annidano negli alberi, la cera, il miele, l’idromele, il miele
fermentato, il nettare degli dei creduto utile per ottenere l’immortalità.
Inoltre gli alberi regalavano agli umani diversi frutti, quelli freschi da
mangiare a maturazione o da seccare e quelli indeiscenti nella loro buccia dura
come le noci e le nocchie che essendo a lunga conservazione venivano consumate soprattutto durante l’inverno e che macinati producevano una farina e così  anche il primo pane. Da certi alberi escono resine con le quali produrre catrame, pece, profumi, aromi e incenso. La prima arma dell’uomo, oltre ai sassi che si potevano scagliare, sarà senz’altro stato il bastone, in seguito la lancia e poi l’arco con la freccia.

Esiste nell’immaginario umano un albero che vuole forse dimostrare il
contrario di tutto, l’interscambiabilità tra positivo e negativo, la morte che
crea l’humus per la vita, una connessione tra il basso e l’alto, una energia di
eterno ricambio, un albero sciamanico presente in diverse culture, quelle dei
Lapponi, degli aborigeni australiani, che si ritrova nell’esoterismo ebraico
come anche nella tradizione islamica, descritto da Platone e da Dante, ed è
l’albero rovesciato, in India chiamato Asvatta e precedente almeno di 2000 anni
a Buddha.

Le sue radici si affondano nel cielo e con le fronde copre la terra.
Un’energia spirituale, primordiale discende dalle radici verso i rami che si
estendono verso la terra per illuminare l’uomo.
Un altro albero della vita con i suoi sette bracci che corrispondono ai sette
pianeti è quello mesopotamico che si ritrova riprodotto nel candelabro a sette
bracci ebraico, la menorah, modello consegnato da Dio a Mosé.

Anticamente gli alberi sacri servivano anche da oracolo come la quercia di
Dodona sul luogo dove una volta si ergeva il santuario dedicato a Zeus ai piedi
del monte Tamaro. Nel quinto secolo questo tempio diventò chiesa cristiana e
sede vescovile. Una religione sopra un’altra e dove una volta sacerdotesse
dicevano le profezie interpretando il fruscio del fogliame ora regnano i
preti.
La vera divinità dell’albero era sempre rappresentativa della Grande Dea
Madre, la Terra, creatrice di tutta la vita.
Le querce venivano chiamate dagli Elleni antichi “prime madri”.

Siccome le querce in quanto onorate come sacre non venivano abbattute potevano anche superare i duemila anni e infatti nelle torbiere si sono ritrovati
tronchi giganteschi e nel 1690 circa un celebre botanico riferisce di una
quercia con un tronco del diametro di dieci metri e si parla anche di una
quercia che poteva dar riparo a trecento uomini e i loro cavalli.
Gli alberi più grandi e più vecchi si sono trovati nelle Montagne Rocciose,
come la sequoia gigante che supera i centotrenta metri di altezza e i trentasei
metri di circonferenza e che può vivere fino a quattromila anni, nella stessa
regione si trovano dei pini di alta montagna che addirittura possono arrivare a
cinquemila anni. In Giappone fu scoperto un Ginkgo Biloba, che sopravvisse
inalterato per centocinquanta milioni di anni. Questo mitico albero fu trovato
in un bosco sacro vicino ad un tempi.

Non posso fare a meno di nominare il famoso libro “Il ramo d’oro” di Frazer.
Il ramo d’oro è simbolo della luce iniziatica, riesce a trionfare sulle ombre
infernali del regno di Plutone e di far resuscitare. L’albero del quale fu
colto questo ramo da Enea era un leccio, una quercia verde considerato un
albero infernale, ma anche albero della resurrezione.

Il dio della rinascita, cioè quello che fa ribollire la linfa alla vita
dormiente con i suoi culti orgiastici, figlio di Zeus e protettore degli
alberi, era il dio della vite Dioniso, colui che muore e rinasce, un vero dio
della natura chiamato “colui che vive ed opera negli alberi” o anche “colui che
è nell’albero”.

Un dio dal carattere androgino, adolescente, effeminato, secondo quanto hanno
scritto Eschilo ed Euripide.

Il pino è l’albero di Dioniso, ma le sue piante predilette sono l’edera e la
vite, che servono per raggiungere il delirio dionisiaco e l’orgia menadica. Le
celebrazioni dei cosiddetti misteri dionisiaci venivano condotte da sacerdoti
eunuchi oltre che nei paesi del vicino oriente anche nella Roma antica
all’inizio della primavera. I celebranti si autoflagellarono, alcuni neofiti
addirittura si castrarono allo scopo di rianimare il dio morto e con lui tutta
la natura che in quel periodo inizia a germogliare. Il giorno dell’equinozio,
dopo due giorni di lamenti funebri, ebbe inizio l’Hilaria, la sfrenata,
licenziosa festa della resurrezione divina, i cosiddetti baccanali. Oggi da noi
esiste ancora la tradizione del Carnevale, pallida imitazione delle feste di
allora.

Un altro mito riguarda invece l’albero della mirra, che era anche il nome
della figlia di un re dell’Assiria. Questa signorina innamoratasi pazzamente
del padre riuscì con l’inganno a giacere con lui per dodici notti di seguito.
Quando il re si accorse del rapporto incestuoso con la figlia la volle uccidere
con un pugnale, ma Mirra pregò gli dei di renderla invisibile ed essi per pietà
la trasformarono in un albero, l’albero della mirra. Nove mesi dopo nacque da
quel albero il più bello di tutti “Adone”, nato da quel atto proibito,
l’incesto tra il re e sua figlia.

Probabilmente il primo albero piantato e coltivato dagli uomini, cioè dai
Sumeri circa seimila anni fa è la Phoenix dactilifera, la palma da datteri,
conosciuta anche per essere servita da riparo alla nascita di Apollo, dio
guerriero e figlio di Latona e di Zeus, che aveva fatto una volta di più le
corna a sua moglie Era.
Apollo era anche il dio della divinazione, della musica e della pastorizia,
ebbe, così padre così figlio, numerosi amori con ninfe e giovani uomini poi
tramutatisi in fiori o alberi, tra i quali Giacinto e Ciparisso (cipresso) e la
ninfa Dafne che per sfuggire alle sue brame si tramutò in un albero di lauro,
chiara allusione alla sua stretta unione con la vegetazione, con la natura.

Gli alberi hanno un’anima. E’ stato dimostrato che una qualunque cellula è
autonoma e possiede un sistema che ne regola l’equilibrio e la difesa, in
potenza un principio di vita psichica. Esperimenti hanno dimostrato che le
piante reagiscono a certi input e che possono sentire benessere, paura, dolore
e inoltre che sono capaci di memorizzare.
Io ritengo che tutto ha un’anima, basta toccare, vedere anche una pietra, ma
un albero, soprattutto quando è grande e maestoso irradia qualcosa di magico
che in tempi antichi veniva percepito come se ci fosse al suo interno una
deità.

Allora quel albero veniva adorato e protetto, ai suoi piedi veniva eretto un
altare, come ancora oggi vien fatto in India.

L’albero, in questo modo, poteva arrivare ad un’età avanzatissima lasciando
crescere intorno ad esso un bosco sacro come per esempio ad Uppsala in Svezia e  anche più vicino a noi a Nemi a sud di Roma o come i boschi sacri che
protessero la nascita, l’illuminazione e il trapasso di Buddha.

I boschi sacri, chiamati “nemeton” sono esistiti presso molti popoli ed in
tutti i continenti. Purtroppo a causa dello sfruttamento dei legni, per ragioni
belliche e religiose molti di questi “nemeton” sono andati distrutti.
La prima e la seconda guerra mondiale hanno causato un disboscamento
sistematico, ma molto prima ancora con l’avvento del cristianesimo i missionari
cristiani per rendere impossibile il culto pagano degli alberi li hanno fatti
distruggere e di questo esistono purtroppo numerose testimonianze ben
documentate.

Naturalmente il cristianesimo ci mise secoli per convertire i pagani e mano
mano dei monaci si stabilirono nelle foreste sacre e vi fondarono monasteri.
Sul monte Cassino, Benedetto da Norcia, in mezzo alla folta foresta dove
sorgeva un tempio dedicato ad Apollo costruì la chiesa del Dio unico; il
monastero di Castel Sant’Elia qui in provincia era un tempio di Venere e vale
la pena di andare a farci una visita.

Ogni albero ha la sua storia ed impersonava spesso delle ninfe come per
esempio il tiglio, il pino nero, il pioppo bianco, il noce e il mandorlo.

L’albero più significativo delle tre religioni monoteistiche, cioè quella
degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani, è senz’altro l’ulivo che con il suo
olio “crea la luce”, che è “l’asse immobile della terra”, che rappresenta
Abramo l’antenato comune degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Il
ramoscello d’ulivo portato dalla colomba a Noé é anche qui il segnale di nuova
luce e la ripresa della vita sulla terra.

Il fico invece è servito con le sue foglie a coprire le vergogne di Adamo ed
Eva, ma è anche l’albero dedicato a Dioniso ed a Priapo, il dio fallico per
eccellenza ed i falli portati in processione venivano appunto scolpiti con il
legno di questo albero. Il fico, frutto succulento e ricolmo di semi quando è
maturo simbolizza sia il maschio che la femmina, un significato ancora oggi
molto vivo e talvolta anche volgare.

Il melo.
Atlante, colui che sostiene la terra, era il guardiano del giardino della dea
Era, moglie di Zeus, dove cresceva un melo dai frutti d’oro, che lei aveva
avuto in dono dalla madre terra. Un giorno Era si era accorta che le rubavano
le mele e perciò ordinò al drago Ladon di attorcigliarsi intorno al tronco
dell’albero in modo che nessuno potesse avvicinarsi.
Il serpente con l’albero ci ricorda chiaramente l’Eden di Adamo ed Eva e anche
l’albero cosmico nordico con il suo gigantesco serpente Nioggrh.

Ad Adamo un pezzo del frutto proibito è rimasto nella strozza e a tutt’oggi si
vede chiaramente il nostro pomo d’Adamo. Adamo viene spesso rappresentato come androgino, infatti viene creato “maschio e femmina”, viene creato al plurale e solo dopo ha luogo la divisione in due, cioè nel maschio e la femmina. L’albero ermafrodito era il simbolo più adatto per rappresentare l’uomo primordiale proprio perché capace di moltiplicarsi in maniera asessuata
attraverso i rametti che nascono ai suoi piedi. Un albero tagliato può rigenerarsi rispuntando dalla terra.

Con l’affermazione del Cristianesimo veniva adorato soltanto un pezzo di legno
morto, cioè la croce e l’adorazione degli alberi vivi e sacri veniva vietata.
In conseguenza da ciò nacque un monoteismo dogmatico ed intollerante. L’anima e  il corpo vengono separati in un dualismo spesso atroce e causa di grandi
sofferenze e frustrazioni.

Claude Lévi-Strauss ha scritto:
“Da aperta che era un tempo, l’umanità si è sempre più rinchiusa in sé stessa.
Tale antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell’uomo, altro che
oggetti. La natura nel suo complesso ne risulta sminuita. Un tempo, in lei
tutto era un segno, la natura stessa aveva un significato che ognuno nel suo
intimo percepiva. Avendolo perso, l’uomo di oggi la distrugge e con ciò si
condanna.”

Spero che d’ora in poi possiate guardare agli alberi ed alla Natura tutta con
occhi e sentimento diversi.

Peter Boom

L'errore dei Catari: essere cristiani vegetariani in un mondo di cristiani carnivori





A dire di alcuni cronisti ed esponenti della prima Chiesa cristiana le
antiche comunità osservavano l’astinenza dalla carne. Egisippo dice
che molti esseni, che erano rigorosamente vegetariani, divennero
cristiani, col nome di Ebioniti o Nazirei e che transitarono nel
cristianesimo influenzandone la condotta. Eusebio di Cesarea dice che
tutti gli apostoli erano vegetariani, S. Clemente Romano asserisce che
Pietro mangiava solo pane, olive e un po’ di verdura, S. Girolamo
afferma che nei primi secoli i veri cristiani si astenevano dalla
carne e che coloro che mangiavano la carne facevano parte della chiesa
corrotta, e Tertulliano diceva che nei primi secoli i cristiani non
toccarono mai la carne.

Ma la corrente vegetariana che si era sviluppata all’interno del
cristianesimo primitivo trovò l’opposizione della Chiesa che considera
eretici i suoi seguaci fino alla loro persecuzione e l’annientamento
di intere loro comunità, come nel caso dei Càtari (Albigesi o
Patarini).

A mano a mano che i ricchi entrarono nella gestione della religione la
Chiesa si distaccò dallo spirito originale e venne a generasi una
demarcazione tra lo spiritualismo primitivo cristiano, caratterizzato
da austerità di costumi dei primi cristiani, e la Chiesa ufficiale che
divenne potente, guerrafondaia, corrotta, spietata verso chiunque
interferiva con le sue regole. Le regole dell’astinenza della carne
furono bandite per favorire l’apertura della nuova religione non solo
ai ricchi e all’imperatore Costantino ma alla popolazione pagana.
Iniziarono le persecuzioni verso i vegetariani considerati eretici e
nel 385 con lo sterminio del vescovo Priscilliano ed i suoi seguaci si
decretò la fine alla corrente vegetariana all’interno della Chiesa
cattolica.

Quando intorno al X secolo in Europa vi fu un generale risveglio
spirituale nel desiderio di tornare alla semplicità di vita e alle
regole delle prime comunità cristiane, si sviluppò il movimento vegetariano
più grosso della storia occidentale, il Catarismo, dal termine greco che significa
“puro”. Questo movimento si sviluppò nel sud della Francia, in Italia,
in Germania, in Bosnia, Serbia, Bulgaria, nell’impero Bizantino. I
Catari si rifacevano al messaggio di Cristo; erano asceti, pacifisti,
digiunatori, rifiutavano il matrimonio e la procreazione, non
possedevano ricchezze, professavano la dottrina dualista e predicavano
un’assoluta purezza di vita; condannavano tutto ciò che è carnale e
terreno, compreso il matrimonio, la proprietà privata, l’uso delle
armi; erano poveri, semplici, casti, vestivano un abito nero ed
andavano scalzi. Rispolverarono antichi testi gnostici, scrissero
vangeli in lingua volgare e pare che fu proprio la lettura di questi
testi a portare S. Francesco verso la sua dottrina ecologica. Per i
Càtari essere vegan era la condizione per diventare “perfetti” e
faceva parte del giuramento che doveva prestare l’adepto”…Bisogna che
facciate a Dio la promessa che non commetterete mai omicidio, che mai
volontariamente mangerete formaggio, latte, uova, né carne di
qualunque animale…”.

I Càtari si dividevano in due categorie, i “perfetti” che erano vegan,
cioè i capi di questa setta religiosa, e i “semplici” che ancora non
lo erano; La loro diffusione e la conversione delle masse al catarismo
fu vastissima al punto da suscitare l’avversione della Chiesa che li
perseguitò in tutta Europa fino a sterminarli con roghi e
impiccagioni. Il modo di identificare un càtaro da parte degli
inquisitori era ordinargli di uccidere un animale: coloro che si
rifiutavano salivano sul patibolo.

Così nel 1209 per ordine di Innocenzo III (il papa che strappava i
denti ad uno ad uno agli ebrei che non pagavano le tasse, il papa che
quando i francesi avevano minato il suo regno d’Inghilterra disse:
“Spada, spada esci dal tuo fodero e semina sterminio”, il papa che
prometteva il paradiso a chi avesse ucciso un albigese, cioè un
càtaro) ordì una vera crociata contro i Càtari, affidata ai domenicani
e condotta dal cavaliere Simon de Montfort che fu autorizzato a
sterminare più gente che poteva senza fare prigionieri. E quando i
crociati chiesero al legato papale prima dell’invasione della città di
Bézieres come avrebbero distinto i càtari rispose “Uccideteli tutti,
li riconoscerà Dio”. Ci furono 20.000 vittime e la città fu distrutta.
A Minerve 140 Catari furono spinti sulle fiamme di un’enorme catasta
di legna; alcuni perfetti si gettarono senza essere spinti e senza un
urlo di dolore. A Lovaur altri 400 perfetti furono bruciati su
un’enorme pila. Il papa, informato di ogni tappa della crociata in una
lettera a Monfort scrisse: “Sia lode e grazie a Dio per ciò che ha
operato nella sua clemenza contro i suoi nemici pestilenziali” .

I pochi superstiti si rifugiarono nelle grotte o nei boschi da dove
partivano per predicare e convertire la popolazione della Catalogna
fino a circa il 1244 quando gli ultimi 220 catari rappresentanti del
Catarismo rifugiatisi nel castello di Montsegar vicino Tolosa, furono
arsi al rogo decretando la fine del movimento càtaro in Europa. Anche
S. Luigi Gonzaga diede il suo contributo organizzando nel 1229
un’inquisizione per eliminare il catarismo dalla Francia. Dopo 20 anni
di guerra per estirpare i Catari i morti furono più di un milione.

Da allora, e per secoli, la Chiesa vedrà in tutti coloro che per
scelta etica rinunciassero a mangiare la carne, un focolaio di eresia
da ostacolare con ogni mezzo. La Chiesa con tali estremi tentativi di
opporsi alla diffusione del veganismo e del vegetarismo confermava la
sua antica posizione sancita in 4 differenti Concili in cui proibiva
al clero l’astinenza dalla carne pena la destituzione dei pubblici
ministeri. Nel Concilio di Ancyranum del 314 viene ribadita la ferma
decisione di allontanare i religiosi che rifiutavano di mangiare la
carne; nel Concilio Gangrense del 324 la Chiesa ritorna sullo stesso
argomento per neutralizzare le molte tendenze in rispetto della vita
degli animali; nel Concilio di Braga del 577 viene dichiarato da papa
Giovanni XII che se qualcuno giudica immonde le carni che Dio ha dato
all’uomo per nutrirsi e non perché desidera mortificarsi, si astiene
dal mangiare queste carni, su di lui anatema; nel Concilio di
Aquisgrana dell’816 viene stabilito che chi non osserva le regole
della vita pratica deve essere allontanato dall’ordine religioso; i
membri del clero che aborriscono le carni, perfino gli ortaggi che si
cuociono insieme ad esse, devono essere allontanati dall’ordine.

E mentre in Europa va spegnendosi l’ascetismo spirituale cristiano il
veganismo resta circoscritto nei monasteri che da vegan diventano
vegetariani, poi con la conquista musulmana dei territori mediterranei
l’ascetismo cristiano viene ereditato dalla religione islamica che
trova nel Sufismo la corrente più rappresentativa.
Oggi il veganismo a buona ragione può essere considerato come la
versione moderna del Catarismo con i suoi aspetti più o meno etici,
sociali, religiosi o spirituali.

Franco Libero Manco


(Fonte: http://www.disinformazione.it/catari.htm)



L’eresia dei Catari viene erroneamente considerata una mancanza di
fede, in realtà la loro "eresia" non nasce dal non credere, ma da un
bisogno di credere e di vivere diversamente la propria religione.
Essi intendevano tornare al modello ideale di chiesa descritto nei
vangeli e negli atti degli apostoli.
I Catari si caratterizzarono per un radicale anticlericalismo che
rimetteva in discussione l’esistenza delle strutture e del personale
ecclesiastico.
La Chiesa assunse un atteggiamento estremamente duro nei loro confronti.
La definizione di Catari o Uomini Puri fu coniata dagli stessi adepti.
In genere vennero chiamati in modi diversi prendendo il nome dal luogo
in cui vivevano: Albigesi da Albi, Concorreziani da Concorrezzo, ecc..
È probabile che i Catari derivino dalla setta dei "Bogomil" che fece
la sua comparsa nel X secolo in Bulgaria e si diffuse a Costantinopoli
alla fine dell’XI secolo.

Essi professavano una dottrina dualista nella quale Dio e il Demonio
avevano pari dignità, e anzi il Demonio avrebbe ingannato il Signore
riuscendo poi a far cadere gli angeli e ad imprigionarli nella
materia; predicavano una assoluta purezza di vita e rifiutavano i
sacramenti tranne il "consolamentum" una specie di battesimo per gli
adulti, che permetteva all’avvicinarsi della morte di liberarsi dal
peccato. In realtà queste assunzioni di base non erano accettate in
tutte le comunità catare nel medesimo modo, e quindi sarebbe più
corretto parlare di "catarismi", ovvero di esperienze che, pur
rifacendosi ad un dualismo radicale, assumono nel tempo connotati
differenti.

Per i Catari ogni Uomo doveva liberare il suo animo dal potere del
male che governava il mondo terreno. Il messaggio dei Catari era un
invito alla liberazione, e ciascuno doveva seguire la parola di
Cristo.
Per i Catari la Chiesa avendo accettato il potere e le ricchezze aveva
scelto il male e quindi non era più in grado di offrire alcun aiuto
per la purificazione. La salvezza poteva venire solo dalla nuova
chiesa dei Catari.
Ogni comunità conservava una sua autonomia resa ancora più grande dal
fatto che, a differenza della Chiesa cattolica, non esisteva un’entità
centrale incaricata di fissare un’ortodossia comune.

Il fascino esercitato dalla chiesa catara fu molto forte, e questo fu
dovuto al rigore morale che la distingueva dalla Chiesa cattolica,
composta da uomini molto spesso mediocri e corrotti.

Un altro motivo del successo dei catari fu di tipo dottrinale.

I Catari si erano subito proposti come l’autentica Chiesa di Cristo,
quella degli apostoli.

Dopo il Concilio cataro di Saint Felix de Caravan del 1167 si cominciò
ad intuire la pericolosità per la Chiesa cattolica, dei Catari.

Papa Alessandro III li condannò come eretici, condanna che venne
confermata in seguito da Innocenzo III e Onorio III.

(Fonte: http://altrarealta.blogspot.it/)