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Stare in solitudine o stare con se stessi?



E’ un passaggio inevitabile per incontrare se stessi, in genere succede, non è cercato, in inglese ci sono due termini diversi, lonely e alone, per indicare, il primo una solitudine di separazione, il secondo stare con se stessi. Ecco un discorso di Osho su questo argomento - mai tanto in amore mai tanto solo. 

Turya chiese ad Osho: mi sta accadendo questo: mai mi sono sentito tanto in amore, e mai mi sono sentito tanto solo, mi puoi chiarire, per favore ti ringrazio. 

Osho rispose: Turya , tu hai compreso un punto così importante e mi ringrazi ma io sono felice che tu abbia realizzato questo, è fondamentale, tu hai compreso la connessione: in solitudine puoi andare così in profondo che poi non può traboccare che amore dalla profondità del tuo essere.

Ma attenzione questa non è la solitudine del sentirsi misero, separato: è la solitudine dell’ entrare dentro di sé, da questo non può scaturire che amore; questa solitudine è interiorità che diviene esteriorità nell’amore: ci vogliono entrambi, chi va solo dentro se stesso diviene misero, disconnesso. chi va solo nell’esteriorità diviene misero anch’egli,
superficiale, ci vogliono entrambi. 

Turya , una cosa bellissima ti sta succedendo, vai in questa direzione, ma ti prego non scegliere mai perché se scegli una cosa sola , entrambi muoiono. Buddha rimase in silenzio tanto tempo sotto quell’albero e quando si risvegliò aveva accumulato così tanta energia e comprensione che a un certo punto questa traboccò e sentì la necessità di condividere per 42 anni quello che aveva realizzato, 42 anni, e poi esaurita quella lunga condivisione d’amore, maturò le cause per ritirarsi dalla vita stessa. 

Turya non c’ è nessuno più solo e nessuno così in amore come un Maestro, tu hai capito questo e mi ringrazi , io ti ringrazio, ma non scegliere mai nessuno stato dei due, ricordati senza andare in profondo l’amore diviene debole, superficiale, annacquato, e senza condividere tu divieni arido, ci vogliono entrambi… muoviti da dentro fuori, è così freddo li dentro, adesso vai fuori e quando fuori diventa per te troppo superficiale ritorna dentro… ci vogliono entrambi.. sono intimamente connessi.. ciò che appare è la manifestazione del profondo.

 (Osho – abstract da ‘discorsi sull’amore’)


I mille volti della Mente... nel parco giochi della Coscienza



Sappiamo che la nostra mente esamina ed elabora classi di fenomeni sui quali, per moltissimi svariati motivi, nel corso della nostra vita, abbiamo proiettato la nostra attenzione, costruendo un insieme di paradigmi abituali che selezionano tra mille altri possibile i fatti che vogliamo notare ed ai quali vogliamo pensare.
Sappiamo che tutto ciò avviene in gran parte anche in modo inconscio, essendoci abituati ciascuno a percepire preferenzialmente alcune impressioni ed emozioni piuttosto che altre.
L’intera nostra ricettività, d’altronde, dipende a priori dalla nostra struttura corporea e funzionalità fisiologica: ad esempio, i pesci di profondità hanno occhi sensibili all’ultravioletto (per noi invisibile), che, essendo composto di fotoni più energetici di quelli ottici, penetra più a fondo sott’acqua, mentre la luce rossa e infrarossa viene assorbita molto prima; ma i predatori terrestri notturni, invece, hanno una forte sensibilità all’infrarosso: uno di loro, nonostante la scarsa luminosità lunare, vede immediatamente nel panorama circostante la macchia infrarossa prodotta dalla temperatura di un organismo vivente, che è una potenziale preda da catturare.
Sappiamo con certezza dell’esistenza di altre forme di radiazioni, oltre a quelle ottiche, da quando abbiamo imparato a costruire strumenti sensibili ad infrarossi, onde radio, microonde, raggi X, e così via (fu nel XVIII secolo che William Herschel constatò per primo l’esistenza degli infrarossi, mentre sperimentava la reattività termica dei termometri alle diverse componenti di luce solare scomposta dal passaggio di un prisma trasparente, e si accorse che anche i termometri posti oltre il fascio rosso venivano riscaldati), dopodichè abbiamo imparato a costruire antenne radio, radar, recettori di raggi X e gamma, fotomoltiplicatori, contatori geiger, ed ogni altro genere di rilevatori di quanti energetici.
I fisici perciò hanno cominciato ad esaminare in quali vari modi ci apparirebbe l’Universo se fossimo sensibili a tipi di interazioni diverse da quelle che ci sono proprie: come sarebbe visto questo stesso Universo, se fossimo formati da agglomerati di neutrini ? 
Tuttavia, da migliaia di anni molte antiche filosofie asiatiche ritengono che la nostra stessa coscienza abbia posto, all’origine, le condizioni per la formazione di questa struttura umana, immersa in questo particolare universo percettivo (assieme alle particolari tendenze karmiche che ci caratterizzano), che è solamente una piccola angolazione di percezione della realtà, in sè enormemente più vasta, e suggeriscono di agire in modo da rendere comprensibile e percepibile una realtà più ampia, più globale, di cui questa presente è solo una parzialissima apparenza.
Il metodo di indagine di tali filosofie è quello interno della meditazione e della analisi logica dell’esistenza.
E’ probabile che tutti possano trarre beneficio da un simile ampliamento della coscienza, che conduca la mente umana ad uno spazio di percezione ed elaborazione quanto più possibile ampio, più vasto di quello ordinario, che risulta certamente limitato, e per molti aspetti inutilmente insoddisfacente.
Da una migliore soddisfazione interiore deriverebbe certamente una maggiore felicità. Sarvamangalam

Memoria sul come in Italia ritornò l'antica usanza di festeggiare il 31 ottobre - Ciclo della Vita, Vigilia di Ognissanti, Samhain, Halloween…


“Noi dovremmo occupaci solo di compiere azioni consone e giuste senza considerare l’uso buono o cattivo che ne deriva.. “ (Saul Arpino) .
Conservo ancora i trafiletti di giornale (Il Messaggero, La Repubblica ed altri) in cui si annunciava: “Calcata 31 ottobre,  il  Circolo Vegetariano organizza una festa denominata  Halloween…”.  Correva l’anno 1994  ed era la prima edizione della manifestazione che intendeva riportare l’attenzione su un particolare momento magico dell’anno, quello a cavallo fra la fine di ottobre ed i primi di novembre.
L’evento si rifaceva ad una antica tradizione pagana in cui è detto che in questo periodo “si apre  una finestra fra la vita e la morte, fra la morte e la rinascita”. L’evento era conosciuto nell’antichità remota ed anche nel medio evo, ed infatti come spesso è successo con tante feste pagane  Ognissanti e la ricorrenza dei defunti cade proprio in questo periodo.  
A Calcata vigeva anticamente  la tradizione contadina di festeggiare un sabbat la notte del 31 ottobre (che fu anche oggetto di una mostra di Luca Nemiz tenuta al Circolo)  si dice che le streghe da tutta Europa si dessero appuntamento su Narce è lì compissero i loro riti magici per agevolare la fecondazione e la conservazione dei semi nella terra.  
Persino in America, paese un po’ naive, si era conservata questa data   che era stata però trasformata in una festa per bambini, in cui si scavano zucche per farne lanterne e ci si veste da streghe e spettri. Questa festicciola venne chiamata Halloween, che è una storpiatura di All Saints Eve (la festa celtica si chiamava Samahin).
Siccome la tradizione in Italia ed a Calcata era scomparsa completamente,  nel 1994  al Circolo vegetariano pensammo di rinverdirla approfittando di quella allora sconosciuta festa americana, di cui comunque si parlava sui cartoons di Linus,  e lanciammo l’idea di riprenderla, coinvolgendo i bambini delle elementari di Calcata ed un mago chiamato appositamente per creare l’atmosfera (la cosa fu organizzata con l’ausilio di Luciano Poggialini). Ricordo ancora,  in uno di quei primi rifacimenti “orgiastici”, la coralità della partecipazione popolare, pur in una decenza e poesia… e purtroppo debbo constatare che la festa non è rimasta così poetica.. diventando pian piano  un inno consumista e ridanciano con musicacce, plastica, birra e quant’altro… Pazienza… occorre rileggersi il pensiero di Saul Arpino in proposito (vedi al capo pagina).
Paolo D’Arpini

Calendari e sistemi divinatori precolombiani e le "visioni" di José Argüelles



L’oroscopo maya è una "invenzione" di José Argüelles. Infatti i Maya si erano già belli che estinti da parecchi anni prima della conquista spagnola e quando Arguelles si dedicò allo studio del loro calendario astrologico i reperti ai quali egli fece riferimento erano tutt’al più riesumazioni avvenute durante la successiva cultura atzeca.

Gli Atzechi erano la popolazione presente in Messico allorché arrivarono i conquistadores ed il loro sistema zodiacale può essere considerato affidabile e controllabile… 


Sembrerebbe invece che i maya avessero un loro sistema numerico e di calcolo da lungo tempo caduto in disuso. Generalmente, molti autori che se ne occuparono in passato lo trattarono con estrema sufficienza, qualificando i maya come una sorta di popolazione quasi preistorica, probabilmente perché non svilupparono una particolare metallurgia, e nemmeno la ruota.

Certo, riguardo l’uso della numerazione, si può constatare che il calendario maya (lo tzolkin), od almeno il calendario che a loro viene attribuito, è estremamente razionale. L’anno solare è diviso in 13 mesi lunari di 28 giorni + un giorno “senza tempo” (è detto così). 28 x 13 + 1 = 365, e la scansione della rivoluzione terrestre intorno al sole è scansionata attraverso quella della luna, in modo più logico della suddivisione arbitraria in 12 mesi, alcuni di 30, altri di 31 ed uno persino di 28, ma una volta su quattro 29, giorni. chiunque può apprezzare il fatto che il ciclo lunare, oltre ad essere un orologio naturale, ha relazioni con l’agricoltura, i cicli mestruali femminili, e con alcuni cicli solari.

Però da qui a fondare un mito sulle loro conoscenze astrologiche e divinatorie ce ne passa…. Ma per alcuni studiosi la capacità proiettiva dei maya, utilizzando i parametri menzionati, si estendeva sino a fornire tabelle di previsioni astronomiche su tempi eccezionalmente lunghi, fino alle decine di migliaia di anni. conteggiavano cicli di coordinazioni celesti fino a periodi di 40.000 e 50.000 anni, prevedendo la comparsa di comete o congiunzioni particolari (vedi per esempio Michael Coe, i maya, thames and hudson, Londra, ed it newton compton).

Beh, anche nella cultura vedica indiana c’era il vezzo di calcolare il tempo in eoni millenari.. ma evidentemente il gioco della matematica è una cosa mentre la conoscenza degli eventi futuri è un’altra.

Insomma il calendario maya sembrerebbe  una teoria inventata da un teorico  New Age, cittadino statunitense, José Argüelles,  a partire dagli anni 1970. Ma la sua materia di ricerca  era storia dell’arte, non l’archeologia o la cultura Maya. Inoltre egli ha francamente dichiarato che molte sue teorie derivano da “visioni” che avrebbe avuto sotto l’influsso dell’LSD. Neppure un solo specialista accademico dei Maya ha mai preso sul serio Argüelles.
Ma del sistema zodiacale azteco possiamo tranquillamente parlare, esso è ben documentato.

Prima vediamo chi fossero questi Atzechi (o Mexica). Essi dominavano nel più grande splendore dal Messico al Nicaragua nel 1519 quando vi penetrarono i conquistatori spagnoli. Questo popolo originario di Atzlan ( forse l’attuale Utah) successe alle precedenti civiltà centro-americane: Olmeca, Maya e Tolteca .

Sulla cultura Atzeca abbiamo notizie storiche  affidabili, essendo la loro cultura pienamente viva sino a cinquecento anni fa. Tonalamatl era il libro della divinazione che contiene i misteri dell’oroscopo Atzeco, il calcolo dell’appartenenza ai vari segni era basato sul ripresentarsi ciclico di gruppi di sei anni distanziati da 13 anni ciascuno. I “segni” di appartenenza venivano calcolati nella suddivisione dell’anno in settori che comprendevano da 1 a 12 giorni ciascuno ripartiti fra i 20 archetipi originari.

Detto così non sembra facile calcolare le caratteristiche di nascita ed infatti pare che questi elaborati calendari fossero accessibili a pochi eletti. Per accertare gli ascendenti, ad esempio, c’era un calendario composto di 18 mesi di 20 giorni, questa suddivisione consentiva di interpretare le caratteristiche del mese correttamente.

I loro nomi sono molto evocativi: mese dell’Acqua (predisposizione alla magia), della Primavera (fascino), dei Fiori (generosità), dei Campi (ottimismo), della Siccità (ossessività), degli Alimenti (concretezza), del Sale (acutezza), del Mais (ambivalenza espressiva), delle Feste (generosità), del Fuoco (ambizione), della Madre Terra (tranquillità), del Ritorno degli Dei (capacità di osservazione), della Montagna (amore ed amicizia), della Caccia (passionalità), delle Piume (determinazione), della Pioggia (dispersione), degli Astri (concentrazione) ed infine della Crescita (ingegnosità). Ma ora torniamo ai 20 archetipi originari, essi sono: Vento (sincerità), Coccodrillo (simpatia), Aquila (esuberanza), Ocelot (ambizione), Coniglio (diplomazia), Capriolo (emotività), Fiore (istintività), Canna (contraddittorietà), Morte (fortuna), Pioggia (allegria), Erba (estroversione), Serpente (drammatizzazione), Pietra Focaia (indipendenza), Scimmia (idealizzazione), Lucertola (naturalità), Movimento (attività), Avvoltoio (metodicità), Acqua (volubilità), Cane (scrupolosità), Casa (vulnerabilità).

Nella cultura Atzeca la teologia e gli aspetti caratteriali erano collegati, lo percepiamo ad esempio nell’inno dedicato alla Festa Venusiana. “Il fiore del mio cuore si è aperto, ecco la signora di mezzanotte, lei è venuta – nostra madre – lei è venuta, lei la dea Tamoanchan…”

Paolo D’Arpini


Biochimica dei neurotrasmettitori e le radici della violenza umana.


Il modo semplice ed efficace per liberare l’umanità dal sopruso, dall’ingiustizia sociale, dalla violenza, dalla guerra: è quello di essere vegan: come potrebbe un uomo che rifiuta di nuocere ad un animale (un essere diverso dalla sua specie) causare violenza al suo simile? 
La biochimica dei neurotrasmettitori è in grado si spiegare scientificamente le radici alimentari della violenza umana. Le proteine animali condizionano il comportamento dell’uomo: mentre causano carenza di triptofano e serotonina fanno aumentare i livelli dell’aminoacido tirosina e l’accumulo nel cervello dopamina e adrenalina, (i due neurotrasmettitori responsabili dell’aggressività degli animali predatori). La violenza esercitata nei confronti dell’animale inclina l’uomo alla violenza anche verso il suo stesso simile. Un umanità vegan è un’umanità libera dalla violenza e dalla guerra.
Il modo più semplice ed efficace per liberare il pianeta dall’inquinamento è quello di essere vegan: la carne ed i prodotti derivanti dagli animali sono la maggiore causa di inquinamento, il settore zootecnico inquina più di tutte le attività umane. Gli animali producono 130 volte più escrementi dell’intero genere umano e causano inquinamento dell’aria, della terra, dei mari, dei fiumi, dei laghi. Ogni mucca produce ogni anno gas quanto un’automobile per 70.000 km. Un umanità vegan è un’umanità libera dall’inquinamento.
Il modo più semplice ed efficace per liberare il Terzo Mondo dalla miseria, dalle malattie e dalla fame: è quello di essere vegan: la produzione di carne richiede l’utilizzo di terreni per la produzione di mangimi che le grandi multinazionali sottraggono principalmente alle popolazioni del Terzo Mondo privandoli della biodiversità dei terreni che consente il loro sostentamento. Il 75% dei cereali consumanti dagli animali d’allevamento viene dai paesi in via di sviluppo. Un’area 7 volte l’Europa viene impegnata per produrre mangimi per animali. Ogni anno nel mondo muoiono per fame e malattie 50 milioni di persone, quante le vittime della seconda guerra mondiale.
Un umanità vegan è un’umanità senza fame.
Il modo più semplice ed efficace per scongiurare che l’acqua diventi un bene sempre più raro, è quello di essere vegan: l’industria della carne nel mondo assorbe il 70% di acqua potabile; per la carenza di acqua ogni giorno muoiono 35.000 persone. Una mucca da latte beve ogni giorno acqua quanto 100 esseri umani (si risparmia più acqua rinunciando ad un kg di carne bovina che fare la doccia per 2 anni). L’acqua che una persona onnivora consuma in un mese è sufficiente ad un vegano per 2 anni. Un umanità vegan è un’umanità in cui c’è acqua per tutti.
Il modo più semplice ed efficace per ridurre il pericolo dell’esaurimento delle fonti di energia è quello di essere vegan: l’industria della bistecca assorbe un terzo dell’intera energia disponibile in Occidente: se tutta l’umanità adottasse lo stile di vita onnivoro ci sarebbe un collasso immediato di tutti i sistemi tecnologici. Per produrre carne di maiale si consuma 15 volte più energia di quanto occorre per produrre frutta e verdura. Un solo hamburger assorbe energia quanto una lampada che illumina una stanza per 100 ore. Un umanità vegan è un’umanità capace di far fronte alle esigenze di energia.
Il modo più semplice ed efficace per salvare le foreste dalla loro distruzione è quello di essere vegan: gran parte delle foreste pluviali vengono abbattute per essere adibite a pascolo: ogni 2 secondi viene rasa al suolo una superficie di foresta grande quanto un campo di calcio; per un solo hamburger vengono sacrificati 5 mq di foresta. Un umanità vegan è un’umanità in cui le foreste tornano ad essere un bene comune.
Il modo più semplice ed efficace per arginare la crisi economica è quello di essere vegan: il 75% della spesa sanitaria in Europa e in Italia viene assorbita dalle cure per neutralizzare gli effetti della cattiva alimentazione. Negli USA i soldi spesi ogni anno per curare solo le patologie e i danni estetici causati da eccessivi consumi di calorie e proteine animali basterebbero ad eliminare la fame nel mondo. Una mucca consuma derrate alimentari quanto 12 essere umani. Un umanità vegan è un’umanità capace di nutrire tutti i suoi abitanti.
Franco Libero Manco

Superare sia l'antropocentrismo che l'antispecismo

Invitiamo gli attivisti che combattono contro la sofferenza animale, singolarmente o in gruppo associativo e/o movimentistico, a confrontarsi e mettersi in gioco, così che ogni realtà che voglia essere partecipe di questo progetto, possa donarsi più all’umiltà e meno all’ego, possa guardare più a ciò che lo circonda e meno a ciò che lo ingabbia e soprattutto possa provare con fatica a fare un primo, piccolissimo passo avanti rispetto alle proprie etichette, colori politici, bandiere, personalismi e idee tentando così di aiutare, fosse anche poco, quegli animali che almeno a parole si dice di voler difendere ed amare con tutte le proprie forze.
Per fare questo però è necessario aprirsi all’altro, essere ricettivi, disposti con animo nobile e cortese verso chi abbiamo di fronte, dimostrando che anche in questo si può essere da esempio se si vuole rappresentare quel cambiamento vero e radicale che nella realtà si auspica più a parole che a fatti. Tale cambiamento dovrà avvenire “dal vivo” nell’unica realtà in cui ogni persona ama, odia, lotta si incontra/confronta/scontra, cioè in quel palcoscenico che si chiama vita, dove ognuno ha il compito di recitare la sua parte, consapevolmente (o inconsapevolmente). Se pensiamo invece all’altro contesto “virtuale” in cui soprattutto oggi ci si agita in maniera scomposta, si emanano troppo spesso sentenze, si esprimono volgarità, si cercano provocazioni, si levano insulti, contro tutto e contro tutti, attraverso un avatar dove ci si nasconde e abbrutendo un clima che da irreale per qualcuno si trasforma in reale, sarebbe utile porsi qualche domanda.
La Verità è Una o Molteplice? Se disegniamo la circonferenza di un cerchio vediamo che è Una, se la osserviamo solo da un determinato punto di vista; ma se la osserviamo da un altro punto di vista, può essere Molteplice perché potremmo accorgerci che sopra esistono un numero indefinito di altri cerchi allineati (piani o dimensioni?) che prima non si vedevano e che ora coprono il precedente cerchio. Dipende quindi dal punto di vista soggettivo da cui si vuole partire e così come “chi guarda fisso l’abisso, non fa altro che fissare quell’abisso dentro di se”, ciò dovrebbe indurre le persone di buon senso, a cercare di essere sempre moderati nel dare giudizi, perché la mente, coi suoi pensieri simili a onde marine in movimento e i suoi sensi simili a serpenti che sanno svicolare in ogni situazione, se ben preparata può sempre sfuggire e trovare nuove vie.
Come ci ricorda Plutarco con la sua “Arte di Ascoltare”, la mente non deve essere come un vaso semplicemente da riempire, ma deve avere la sua legna per essere accesa e andare così in cammino per trovare la sua risposta. Altro quesito non facile che avremmo volentieri evitato visto che il nostro sentire si orienta meglio sul detto “facta non verba”, cioè prediligendo la via dell’azione alle chiacchiere da salotto è: Chi o cosa mettiamo al centro della nostra esistenza? Se non è l’Uomo o Dio, chi? L’Animale? Bios? La Terra? Lo Spirito? Non abbiamo la supponenza di voler dire alla gente chi è il Bene e chi è il Male, perché non seguiamo la via della Dualità ma ambiamo a scoprire la Via più preziosa che permetta di compenetrare la magia del Tutto. Porre un freno a questo andamento che sta portando tutti, umani e non umani, alla completa catastrofe, comporta la necessità di identificare il vero cancro da estirpare nella società attuale per evitare di giungere alla metastasi completa.
Per noi è la visione del mondo profitto‐centrica la vera causa, quella che comporta come conseguenze dirette, dominio, sfruttamento, sopraffazione del forte sul debole, gratuità della violenza etc. cioè tutto quello che si dice sempre di voler combattere. Tale visione ha corrotto anime e corpi con la seduzione del facile, del comodo e alla moda. Sono gli uomini ad essersi resi acquirenti dei mercanti per divenirne schiavi: con la mercificazione di se stessi, con il considerare la Terra come di nostra proprietà, una sorta di laboratorio dove poter giocare a fare gli stregoni, con il considerare gli animali come semplici oggetti e gli alberi e le pietre come utensili da supermercato, siamo arrivati ad un punto senza ritorno. Per molti tutto si risolve eliminando l’antropocentrismo dalla nostra cultura sostituendolo con l’animalcentrismo o con i vari antispecismi.
L’antropocentrismo responsabile della distruzione, che ha comportato un degrado etico e spirituale ai limiti della decenza, privo di valori alti e nobili virtù, ‐che non attinge il suo significato dall’iperuranio platonico,‐ che non si eleva ma si degrada, è conseguenza degli errori del pensiero umano, non dell’uomo in sé. Vogliamo riscrivere la storia, senza alcun tipo di riferimento superiore o divino? Senza alcuno scritto di nessun filosofo o pensatore, moderno o passato, che siano da noi Platone, Lao Tze, Plutarco, Dante, Schopenhauer, Goethe, Hesse, Zola, da altri Singer, Regan, Best, Bond, Caffo o Maurizi? Vogliamo bruciare su un rogo tutte le scritture sacre coi loro testi “fideistici” come la Bibbia, il Corano, i Veda, i Vangeli o non seguire gli insegnamenti di tutte le scuole di vita e/o filosofiche, taoiste, zen, buddhiste, induiste, ebraiche, musulmane, cristiane, pellerossa o sciamane che hanno accompagnato per millenni la vita di molti e differenti popoli della Terra? Se leviamo tutto questo complesso mondo rimane solo Uno splendido libro da sfogliare, l’unico che non è stato scritto da mani umane o ideato da menti umane, l’unico che aggiorna le sue pagine senza bisogno di aiuti, interventi o arbitri esterni, l’unico che chiede solo di essere contemplato in un certo silenzio, l’unico infine che può avere molteplici significati e molteplici simboli incomprensibili ai più: questo libro si chiama Natura.
La Natura è l’elemento primo di conoscenza: le categorie di spazio e di tempo si sono create con l’interazione della percezione umana con gli elementi naturali e su di esse si sono costruite le conoscenze umane in tutti i campi dello scibile. La Natura è il primo ambito dell’apprendimento umano, è la nostra palestra di vita. Tutto ciò che l’uomo ha prodotto di sano è in analogia con le manifestazioni naturali degli elementi astronomici, degli animali e delle piante. L’esagerazione di ogni manifestazione analogica è manifestazione di superbia, squilibrio ed egoismo.
La Natura che se volesse potrebbe spazzare via la nostra arroganza in un solo istante, non è quell’artifizio profondamente umano. Sta lì solo per essere osservata, amata e compresa e non studiata e catalogata, non è buona o cattiva ma equa e retta, non ci obbliga a pagare un “affitto” per abitarla, non ci chiede perdono ma esige solo rispetto e anche se negata c’è sempre e ci sarà comunque anche quando noi spariremo.
È sempre la Natura che si rinnova in questo gioco cosmico della ciclicità: sempre uguale, sempre diversa; non dà priorità tra le manifestazioni di vita, ma assegna solo funzioni diverse per la continuità della vita di ogni specie vivente. Chi è quindi che si può sentire in diritto di dire chi è più importante tra un animale o un albero, visto che entrambi sono vita, perché il loro battito pulsa in grembo alla Madre Terra ed entrambi respirano l’energia dell’universo? Chi può definire inutile quel filo d’erba che possiamo staccare con un dito e che per la sua volontà di vedere il sole riesce perfino a bucare quell’asfalto troppo duro da rompere per le nostre mani? Chi può decidere se è meglio salvare una palma senza intervenire contro quel punteruolo rosso che la sta uccidendo o viceversa?
Chi può dire che è sbagliato bonificare una palude per salvare vite umane da infezioni e malattie perché è preferibile al di la di tutto non intaccare la biodiversità, l’humus e le zanzare infestanti? Chi infine onnivoro, vegetariano, vegano, fruttariano, erhetiano può affermare che da quando ha iniziato il suo personale percorso, ha veramente smesso di uccidere qualsiasi altra specie visto che anche se non lo sa, uccide continuamente altre vite minuscole che lo accompagnano e di cui non si accorge nemmeno della loro presenza? Non ha lo stesso significato uccidere accidentalmente (ma anche per sussistenza se pensiamo alle popolazioni cosiddette “selvagge” che selvagge non sono se le paragoniamo oggi a quelle “civilizzate”) con uccidere intenzionalmente.
Così come non è molto saggio decidere chi sono gli animali da salvare o chi sono gli alberi da proteggere. Tutto è indispensabile e necessario, niente si può escludere, ogni cosa va a rinnovare il Tutto. È solo perseverando sulla strada dell’equilibrio che si potranno raggiungere quei piccoli o grandi obiettivi, che tutti gli ‐ismi mai potranno ottenere.
L’equilibrio naturale si basa sul prendere solo ciò che è strettamente necessario, senza voler pretendere sempre quel qualcosa in più di superfluo che si può evitare. In una visione organica è opportuno che il mosaico rimanga unito e non ci si specializzi quindi studiando solo una delle molteplici parti che lo compongono isolandola dal resto del contesto. La visione d’insieme è la Natura com‐prensiva, la sezione è la parziale visione di questa umanità oggi sempre più egoista. È quanto mai attuale cercare di approfondire questa situazione drammatica, visto che è hic et nunc che si deve affrontare con soluzioni propositive e non catastrofiste, quel problema ambientale che vede la Terra violentata e il perpetuo massacro di tutte le forme di vita animali, minerali e vegetali che in base alle loro specifiche nature soffrono in gradi diversi. Non è utile a questo, utilizzare parametri di confronto con i mondi e gli strumenti di ieri, perché tutto è in continuo mutamento e quindi ciò che appartiene al passato non si potrà mai più ripresentare in quella stessa e identica forma, perché esistono leggi inalienabili decise dallo spazio e dal tempo e non certo dall’uomo.
Così è necessario (anche) accettare che si apportino piccole e quasi insignificanti modifiche all’ambiente che ci circonda, ma non stravolgimenti dettati dalla speculazione; è auspicabile che ci si nutra in base al proprio livello di maturazione raggiunto etico, morale o spirituale e che questo tenda a privilegiare comunque il minor grado di sofferenza possibile da arrecare a esseri senzienti animali o vegetali; è necessario sapere che questi stessi animali sono (ingiustamente) valutati di serie A o di serie B in base alle culture o alla religioni dei popoli che in maniera certamente antropocentrica, ne definiscono i tratti e gli aspetti più rilevanti.
È infruttuoso poi voler far credere a tutti i costi che le differenze non esistono, perché le differenze esistono e si vedono anche nettamente, ciò che invece non esiste è la separazione tra queste stesse differenze, perché sono tutte interdipendenti e collegate in piani diversi tra loro. La Natura è differenza: territori, animali, persone, piante, giornate, stagioni. Disconoscere le differenze delle funzioni falsa la rappresentazione della realtà, allontana dalla Natura, condiziona il pensiero e induce nell’errore.
Perciò abbiamo rivolto le nostre battaglie “animaliste” e “ambientaliste”, termini che in una società normale come noi la intendiamo sarebbero inutili perché ne costituirebbero l’essenza, contro quei sistemi di ingranaggio che considerano la vita animale come una semplice catena di montaggio; contro quei sistemi che considerano gli animali come un supermercato di cellule; contro quei sistemi che li ridicolizzano o li umanizzano inficiando la loro etologia; contro quei sistemi che li usano per cose che finalmente oggi oltre a poter essere sostituite, sono solo figlie di una logica di profitto più che di necessità realmente primarie.
La nostra associazione mettendo sullo stesso piano Uomo, Natura e Animali nel loro rappresentare un Insieme che non può essere separato, non può accettare qualsiasi definizione chiusa che ponga precisi paletti su uno di questi piani che di volta in volta si affronta. Una posizione corretta crediamo che non debba assolutamente banalizzare la Natura riducendola a quella di tutti gli esseri viventi intesi in senso biologico, bensì elevare spiritualmente la posizione attuale di quella che è la “Natura”, dichiarando che anche essa prova dei sentimenti ed ha una propria etica e morale.
Facciamo tutti parte di una stessa Natura, che riguarda tutte le cose animate e inanimate; il senso è quello di riscoprirci come parte di un cosmo che non lascia nulla fuori da se e in cui ognuno ha la sua propria natura che si va a riconnettere alla natura propria dell’intero.
Ed è per questo motivo che abbiamo scelto di chiamarci “Memento Naturae”, che in latino significa proprio “Ricordati della Natura” e vuole essere una esortazione a chi si avvicina a noi, perché aspiriamo ad essere molto più di una semplice associazione, molto più di un semplice statuto cartaceo, non ci interessa ricevere encomi o solidarietà, non è prioritario in noi reclutare persone, lungi da noi perfino il voler far cambiare idea a chi è agli antipodi di questa visione o persuaderlo delle nostre buone intenzioni: ci interessa solo provare a raggiungere ognuno con il suo personale grado di consapevolezza un certo suo stile di comportamento e di azione, perché solo spersonalizzando l’azione in se riusciamo a sostenere le cause per cui lottiamo e a cui dedichiamo il nostro impegno.
Riccardo Oliva - Memento Naturae 

La storia di Mastarna e l'influsso etrusco nella Roma dei re


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Quello di cui ci accingiamo ora a parlare è un capitolo della storia di Roma che manca completamente nei racconti degli storici di età tardo-repubblicana e imperiale, cioè nella storiografia ufficiale romana, pur trattandosi di un capitolo d'importanza non trascurabile, come vedremo. È questo un esempio tra i più evidenti della distanza che intercorre tra le memorie dei tempi protostorici c arcaici e la grande stagione della letteratura latina. Dei fatti in questione abbiamo tuttavia qualche sentore più che dalle opere di storia dagli scritti di erudizione: frammenti di notizie sparse e perfinodiscordanti, fra le quali tuttavia non mancano spunti di autorevole credibilità e alle quali documenti archeologico-epigrafici originali offrono un appoggio determinante. Nella sua forma più semplice il racconto si riferiva ad un nobile condottiero etrusco chiamato Caele Caelius Vibenna venuto a Roma ai tempi di Romolo per dargli aiuto contro i Sabini, ovvero al tempo del re Tarquinio (s'intende Prisco), e che in ogni caso avrebbe dato il suo nome al Monte Celio da lui occupato e abitato. La prima variante cronologica è riportata essenzialmente da Vatrone (de lingua Lat. V, 46), accolta per cosl dire incidentalmente da Dionisio di Alicarnasso là dove si parla di Romolo, e altrimenti piuttosto nota e diffusa. Ma questa versione faceva genericamente riferimento agli Etruschi o ai Lucumoni o a personaggio denominato Lucumone (Cicerone in de Republica II, 8,14). L'altra versione che abbassa l'avventura di Vibenna all'età dei Tarquinii cioè al VI secolo ha dalla parte l'autorità di Tacito, Annali IV, 65,1-2 e soprattutto l’importantissimo anche se estremamente mutilato frammento di Festo sotto Tuscum Vicum, 486,12-19, in cui si parla di Cele e di un fratello Vibenna originari di Vulci (se l’aggettivo etnico che li definisce va reintegrato Volcientes come è pressochè certo sulla base di altre fonti), e con loro di un Maxtarna (del cui nome sono conservate solo le prime tre lettere, ma la cui completa restituzione non dovrebbe dar luogo a dubbi).

C'è poi una.testimonianza il cui valore supera quello di ogni altro argomento, e cioè l'annotazione contenuta in un discorso al senato dell'imperatore Claudio (riportato nelle tavole di bronzo di Lione), nel quale si affèrrria che secondo autori etruschi Servio Tullio era stato in origine un personaggio chiamato Mastarnafedelissimo sodalis e compagno di ogni avventura del duce Caelius Vivenna, del cui esercito variamente provato dagli eventi ed uscito dall'Etruria egli avrebbe condotto i resti ad occupare il Monte Celio; cambiato nome avrebbe poi ottenuto il regno di Roma con grande vantaggio per lo stato. L'autorità di questa fonte, rispetto ad ogni altra attestazione letteraria, è garantita dalla certezza del testo, dalla ufficialità della sede e dalla solennità dell'occasione in cui fu pronunciata l'orazione claudiana, tali da escludere ogni irresponsabile fantasia, infine ovviamente dalla pedantesca competenza dell'imperatore etruscologo.

Tutti questi dati della tradizione sono confermati, collegati e per così dire illustrati da quel singolare documento che è il fregio dipinto della Tomba Francois di Vulci, databile intorno agli ultimi decenni del IV secolo a.C., che è quanto dire poco più di due secoli dopo gli avvenimenti presumibilnente descritti. Le figure sono accompagnate dalle didascalie con i nomi relativi. Il fregio si sviluppa su tre tratti di parete; vi è rappresentato un combattimento con cinque coppie di personaggi, in gran parte in nudità o seminudità (eroica?): partendo da sinistra (vicino alla porta della cella iella tomba), Caile Vipinas {Celio Vibenna) liberato da Macstrna (Mastarna) che gli taglia i ceppi alle mani con la spada ed ha pronta per lui un'altra spada; seguono Larfs UIfes (Larth Ulthes), indossante una tunica, che trafigge Laris Papasfnas Velznax, cioè Laris Papathnas di Volsinii; Rasce in atto di colpire Pesna Arcmsnas Sveamax, cioè Pesna Arcmsna di una città chiamata *Sveama, forse Sovana, avvolto in un nanto listato che gli copre il capo; Avle Vipinas, cioè Aulo libenna, che afferra la chioma e infila la spada sotto il braccio di un nemico di apparente chioma bionda, designato da ma scritta mal conservata come Vensficau... plsaxs (nome inidentificabile: si è pensato anche ad un etnico Venthi perVeletus, e città d'origine anch'essa non riconoscibile); infine Marce Camitlnas che ha atterrato o sorpreso a terra e tiene per i capelli Cneve arxunies RumaX, cioè Gneo Tarquinio di Roma che abbiamo già menzionato, il quale tenta di fermare con la destra la spada che sta per inferirgli il colpo fatale. Analizziamo la scena cominciando dai personaggi.


 L'ultimo duello è per noi il più significativo perché ci garantisce l'ancoraggio cronologico dell'intera storia con l'età dei Tarquinii, oltre che il suo diretto rapporto con Roma, offrendo così il più puntuale riscontrò con le fonti di Claudio e di Tacito. Un altro dato importante è l'apparizione di Aulo Vibenna, il fratello di Celio che dalle fonti letterarie citate non era contemplato se non nel tormentato passo di Festo dove peraltro non è leggibile il prenome. Ma la coppia dei due fratelli torna a presentarsi comunque chiaramente appaiata, con le relative didascalie(Caile Vipinas Avle Vipinas), in procinto di aggredire un giovane cantore vaticinante di nome Cacu (ma quanto diverso dal Caco feroce brigante della leggenda romana!), nella figurazione di uno specchio del Museo Britannico proveniente da Bolsena; lo stesso tema si riscontra in rilievi di urne cinerarie di Chiusi ma senza i nomi. È evidente da queste figurazioni che i due personaggi sono considerati eroi ed entrati nel mito.

Considerando ora tutto il complesso del fregio vulcente distinguiamo chiaramente le due parti in conflitto. Sei figure costituiscono il gruppo vincente: oltre Macstrna che libera Caile Vipinas, quattro combattenti che colpiscono i nemici con la spada, di cui soltanto uno tunicato (Larth Ulthes), gli altri nudi (Rasce, Avle Vipinas, Marce Camitlnas). Va sottolineato che la maggior parte di questi personaggi è designata con la formula onomastica bimembre, prenome e gentilizio, rivelando con ciò la sua appartenenza alla classe dotata di diritti civili, cioè i due Vibenna, Larth Ulthes (l'unico che sia parzialmente vestito) e Marce Camitlnas; mentre Macstrna e Rasce hanno un unico nome individuale e dovrebbero quindi ritenersi di condizione servile o comunque inferiore, secondo quanto sappiamo del sistema onomastico etrusco. I loro quattro avversari soccombenti sono tutti caratterizzati da prenome e gentilizio, cui si aggiunge un terzo elemento in posizione di cognomen (ma non con le caratteristiche morfologiche di un cognomen, e perciò piuttosto un derivato con valore di « etnico ») indicante la città di provenienza o di appartenenza: Volsinii per Laris Papathnas, *Sveama- per Pesna Arcmsna, nome non leggibile per Venthicau..., Roma per Cneve Tarchunies. L'intenzionalità della precisazione etnica per i quattro sconfitti è evidente: si direbbe che la si sia voluta contrapporre ad aggressori «senza patria». La presenza tra loro di un Tarquinio di Roma fa ragionevolmente pensare che per tutti si tratti di personaggi di alto rango, se non addirittura di capi o re delle rispettive città.

Dalle persone si può passare ora alla natura dell'azione. Tutta una serie di indizi prova chiarissimamente che qui non si è inteso offrire un quadro generico di battaglia, ma si è voluto rappresentare un episodio storico molto particolare e ben definito. Tale episodio presuppone che Caile Vipinas, capo di una certa consorteria (come mostra il risalto datogli dal fregio), sia stato preso prigioniero da uno schieramento avversario. I suoi compagni ne hanno predisposto la liberazione con un'azione che coglie di sorpresa, forse nel sonno, i catturatori. La scena appare ritratta con una simultaneità di movimenti quasi come una «istantanea». Ogni assalitore colpisce un avversario con la spada snudata; ad uno degli assaliti scivola il manto dal capo; un altro lascia cadere lo scudo che non ha fatto in tempo ad abbracciare; un altro ancora è a terra, non ancora levato o caduto. Per quel che riguarda il primo gruppo, che naturalmente è il principale, mentre intorno la lotta infuria vediamo il liberatore Mastarna tagliare i legami del prigioniero e portargli la spada destinata a farlo entrare nel combattimento.

Che cosa significa tutto questo? Si tratta senza dubbio di un fatto importante, presumibilmente decisivo; di vicende concernenti le avventure dei Vibenna e dei loro seguaci, contrastate da avversari potenti. Di una prigionia e conseguente liberazione di Cele Vibenna la tradizione letteraria non parla, almeno per quanto essa è giunta tanto lacunosamente fino a noi. Che questo evento e in generale la storia dei Vibenna siano presenti tra i soggetti pittorici della grande Tomba Francois di Vulci, unico tema «storico» locale tra i molti ispirati dalla mitologia greca (a parte il «ritratto» in apparente costume trionfale di Vel Saties, titolare e membro della famiglia proprietaria della tomba, di cui non è qui il caso di discutere), si spiega con l'intento di glorificare antichi personaggi, se non già addirittura eroi, della città come i Vibenna e in pari tempo alludere alla loro vittoria sul romano Tarquinio, in un momento (fine del IV secolo) in cui Vulci doveva essere gravemente minacciata dai Romani già penetrati a fondo in Etruria.
S'intende che anche proprio per questo l'episodio rappresentato dalla liberazione di Caile Vipinas deve intendersi come vittoria, e vittoria clamorosa, della sua parte contro la parte avversa. Resterebbe forse da spiegare perchè questa parte avversa veda schierarsi simultaneamente e parallelamente quattro «rappresentanti» eminenti di quattro città che, con la loro uccisione, debbono intendersi vinte. Qui sospettiamo che il realismo della scena episodica abbia ceduto almeno parzialmente il campo ad un certo simbolismo figurativo, per cui si sia voluta considerare presente e soccombente l'intera coalizione nemica attraverso i suoi capi, eventualmente anche fondendo in uno altri fatti, con quella visione contemporanea di momenti diversi che sarà poi caratteristica della pittura e del rilievo trionfali romani. Chiaro sembra anche il proposito di contrapporre alla pari ed elevata dignità dei vinti la mancanza di qualificazione etnica e l'eterogeneità sociale dei vincitori (partecipazione dei due individui senza gentilizio: Mastarna e Rasce).

Un ultimo gruppo di testimonianze, interessante proprio Roma in maniera più diretta, va preso in esame a proposito di Aulo Vibenna, il fratello del «capo». Meno illustre e meno ricordato per quel che riguarda l'avventura primaria, egli sembra apparirci protagonista di vicende conseguenti incentrate a quanto sembra attorno a Roma. Il documento fondamentale, tanto ricco di dati interessanti quanto poco chiaro, è un lungo passo dello scrittore cristiano Arnobio (Adversus gentes VI, 7) in cui si fa riferimento a diverse fonti annalistiche risalendo in ultima analisi fino a Fabio Pittore. In forma retorica e alquanto complicata si allude ad eventi della vita di Olus (cioè Aulus) Vulcentanus e in particolare si accenna al fatto che egli fu ucciso per mano di un servo, che non si vollero accogliere le sue spoglie in patria, che fu sepolto sul Campidoglio e che il tempio capitolino (con il colle) prese nome dal suo cranio ritrovato dopo qualche tempo (caput Oli Capitolium).

La leggenda della scoperta del cranio al momento della fondazione del tempio di Giove ricorre in diversi autori romani; in particolare l'etimologia caput Oli è ricordata da Servio nel commento all'Eneide (VIII, 345) e dalla fonte del Cronografo di Vienna (anno 354 d.C.), che precisa che sul cranio era scritto in lettere etrusche «caput Oli regis»; di una iscrizione in lettere etrusche parlava anche Isidoro, Origines XV, 2,31. Da notare che questo prodigioso rinvenimento, ritenuto augurale per la futura grandezza di Roma anche da interpreti etruschi interpellati in proposito, è riportato da Livio (I, 55) al regno di Tarquinio il Superbo, cioè in tempi posteriori agli ipotetici eventi del «periodo serviano». Ma a fronte di queste memorie favolose noi possediamo una testimonianza concreta di straordinario valore, rappresentata con pressochè assoluta certezza da un documento originale dello stesso Aulo Vibenna, cioè una iscrizione dedicatoria etrusca trovata nel santuario di Portonaccio a Veio con il suo nome in forma arcaica Avile Vipiiennas, incisa sopra un piede di vaso di bucchero databile tra il secondo quarto e la metà del VI secolo. La presenza nello stesso deposito di oggetti offerti da personaggi di alto rango come i Tulumne che poi regneranno a Veio ci autorizza a credere che qui si tratti veramente di quell'Aulo Vibenna di cui era rimasta a Roma una cosl cospicua memoria. Ma c' è pi più. In una coppa etrusca di imitazione greca dipinta a figure rosse della metà circa del V secolo proveniente molto probabilmente da Vulci, attualmente conservata a Parigi nel Museo Rodin, c'è una dedica Avles Vi(i)pinas la quale fa pensare che questo personaggio fosse stato ben presto addirittura eroizzato (personalmente e singolarmente, cioè in un quadro diverso dalla tradizione dei racconti mitici da cui derivano le citate figurazioni dei due fratelli nello specchio di Bolsena e nelle urne chiusine).

 Da tutto l'insieme di dati sin qui raccolti, anche se scarni e di tanto diversa natura, non è tuttavia impossibile cercare un’interpretazione storica. E’ cosa certa che nella prima metà del VI secolo un grosso sconvolgemento ha turbato l’Etruria meridionale e Roma (riguardo all’Etruria questa vicenda appare tanto più importante se si considera quanto poco sappiamo della storia politica etrusca in generale). Si tratta di un'azione militare guidata da un condottiero originario di Vulci, Caile Vipinas, e dai suoi seguaci, presumibilmente a scopo di rapina e di conquista, senza peraltro escludere altre eventuali ragioni di carattere ideologico o sociale che ci sfuggono. L 'impresa come già sappiamo è un esempio tipico dell'avventurosità delle aristocrazie arcaiche (i Vibenna erano di stirpe nobile come risulta da Varrone e, presumibilmente, dalle fonti di Arnobio) e sembra avere, almeno inizialmente, il carattere di un'iniziativa privata o se si preferisce «gentilizia»: non certo espressione della politica di una città, nella fattispecie Vulci, anche se più tardi Vulci la esaltò come una sua gloria nelle pitture della Tomba Francois (che probabilmente sono copie della decorazione di un edificio pubblico).

Tuttavia non si può del tutto escludere che nel movimento suscitato dai Vibenna possa essersi inserito qualche elemento di tendenza riformistica e antioligarchica, forse maturata proprio a Vulci città apertissima alle influenze della Grecia e quindi anche possibilmente alle sue innovazioni socio-politiche. Ciò porterebbe ad un contrasto con gli ambienti più conservatori soprattutto dell'Etruria interna; e sarebbe una spiegazione, peraltro del tutto ipotetica, di quell'estendersi della sfera d'azione della potenza armata dei Vibenna fino ad investire e minacciare grandi città come Volsinii e Roma. Bene inteso non sarà da pensare a cambiamenti politici ingenti e durevoli, se non forse per Roma, come vedremo. La presentazione dei rappresentanti vinti ed uccisi delle quattro città nel fregio della tomba Francois è verosimilmente un'amplificazione di singoli e più modesti avvenimenti reali. Le forze degli aggressori saranno passate come un uragano attraverso l'Etruria meridionale interna e la valle del Tevere, con vicende alterne, come provano da un lato la «varia fortuna» del testo di Claudio, da un altro lato gli episodi della cattura e della liberazione dello stesso capo della spedizione Caile Vipinas testimoniate dalle pitture vulcenti. La quasi totalità di questi avvenimenti deve essersi svolta in Etruria. A Roma, stando alla versione claudiana, sarebbero giunti solo i resti dell'esercito sotto la guida di Mastarna, ciò che implicherebbe l'uscita di scena di Caile.

 Che cosa accadde poi? Per rispondere a questa domanda conviene. considerare più da vicino le persone degli attori del dramma. Si è già detto dei Vipina (forma originaria arcaicaVip(i)ien(n)a, forma latina Vibenna con la variante Vivenna della registrazione epigrafica del discorso di Claudio); si può aggiungere che questo nome gentilizio apparirà diffuso in tutta l'Etruria per l'intero corso della storia etrusca, con particolare riguardo all'area vulcente, centro-etrusca e chiusina: deriva da una forma semplice «prenominale» Vipi (latino Vibius)comune anche all'onomastica delle lingue italiche e più frequente nell'Etruria meridionale (ricordiamo tra l'altro il Vel Vibe veiente del frammento di Nevio). La compagnia di Caile Vipinas nella Tomba Francois appare, ripetiamo, socialmente mista: la presenza di parenti (Aulo), amici di pari rango (Larth Ulthes, Marce Camitlnas) e coadiutori di rango inferiore (Macstrna, Rasce) ricorda molto da vicino la composizione delle consorterie che accompagnavano la migrazione del futuro Tarquinio Prisco o sdstenevano Servio Tullio aspirante al regno nel racconto degli storici. Larth Ulthes ha un raro gentilizio attestato in tempi più recenti anche con forme affini in area centro-etrusca.

Quanto al nome Camitlnas, in verità isolato, l'ovvia assonanza con Camillus può essere fuorviante; anche se non sarà da rigettare a priori; il richiamo più pertinente potrebbe essere con il tipo Camcdius e derivati, di area laziale, campana, umbro-sannitica: dunque forse un commilitone «meridionale» (al quale sarebbe toccato il gesto più pregnante, quello di colpire Tarquinio). Restano i due «senza nome»: Mastarna e Rasce, per il quale ultimo si può pensare ad un semplice ausiliare designato genericamente dalla sua nazionalità (Ras-ce con formazione equivalente a Rasna, Rascnna, cioè « l'etrusco» o « un etrusco »?).

Mastarna esige un più particolare esame perchè il suo nome e la sua personalità costituiscono il problema centrale di ogni possibile tentativo di interpretazione storica di questi fatti per quanto essi riguardano Roma. Che la forma onomastica etrusca Macstrna (latinizzata in Max(tarna), Mastarna) contenga la parola latina magister è una vecchia certezza che non può dar luogo a dubbi. La questione è invece quella del suffisso -na che in etrusco è un sicurissimo indicatore di appartenenza. La forma macstr-na non può quindi equivalere semplicemente amacstr- cioè magister; ma deve piuttosto significare qualcosa come «relativo al magister», «appartenente a magister». Cadrebbero di conseguenza tutte le ipotesi formulate in precedenza, anche dall'autore di questo libro, circa una funziont di potere esercitata dal personaggio Mastarna in Roma con il titolo di magister, sia come comandante militare luogotenente di Tarquinio Prisco, sia come magister populi più o meno di estrazione popolare, o simili. Il magister al quale si riferisce il nome di Mastarna non sembra possa essere altro che Cele Vibenna, quel capo di cui Mastarna era stato sodalis fidelissimus secondo la tradizione claudiana. Proprio questa sodalitas si esprime nella forma che indica grammaticalmente il concetto di appartenenza, e può spiegare in pari tempo la condizione di inferiorità sociale di Mastarna, privo di un nome gentilizio e contraddistinto solo da una qualifica funzionale, e l'intimo legame di personale devozione al suo comandante di cui è testimonianza, oltre al fidelissimus claudiano, la scena della liberazione nel fregio di Vulci. Si può e si deve immaginare uno speciale rapporto di fiducia e di amicizia di Cele verso il suo «scudiero», tale da porre quest'ultimo in una posizione di privilegio, di cui si vedranno forse nel futuro le conseguenze.

Quanto al fatto che il capo etrusco della grande spedizione possa essere stato ricordato con il titolo latino di magister senza dubbio esso costituisce per noi un motivo di perplessità: non però gravissimo se si pensa che il termine latino appare, sia pure in tempi assai più recenti, nella titolatura dei magistrati etruschi (macstrev in un sarcofago di Tuscania, Corpus lnscriptionum Etruscarum 5683), ma ancor più supponendo antiche profonde interferenze fra mondo etrusco e mondo latino in particolari settori del linguaggio tecnico-istituzionale, o la possibilità di usare un termine straniero alla moda, o qualche altra cosa di simile. L'estremo punto d'arrivo dello sconvolgente movimento dei Vibenna calato per la valle tiberina - via che diverrà tradizionale per ogni invasione dal nord - è, come si diceva, Roma; ed a Roma si svolgeranno gli ultimi atti di questa vicenda storica, per quanto sappiamo. Non si può dire se la versione data dalle fonti di Claudio circa la presenza a Roma solo dei resti della spedizione senza più il suo capo sia integralmente accettabile sul piano storico. Nella testimonianza figurata del fregio vulcente il rappresentante di Roma Cneve Tarchunies cade vinto in presenza di Calle Vipinas, il quale dunque è da considerarsi responsabile della sconfitta di Roma simboleggiata in questa scena e potrebbe aver colto il frutto della sua vittoria occupando in tutto o in parte la città nemica. Ne si può escludere la eventualità che realmente al suo nome si ricolleghi quello del Caelius mons come voleva unanimemente la tradizione antica, anche se è più sensato credere con gli storici moderni che si tratti di una falsa etimologia. Comunque l'idea che il capo della spedizione sia personalmente arrivato fino a Roma nel corso delle sue azioni militari non è da scartare. Ciò che conta è quanto accade dopo la sua scomparsa (dovuta alla morte o a una qualsiasi altra ragione) ed è adombrato nel racconto claudiano, cioè il fatto che una parte residua del suo esercito sarebbe rimasta affidata a Mastarna il quale l'avrebbe impiegata per installarsi definitivamente in Roma.

A questo punto il discorso si fa più complesso ed ipotetico. Tutte le notizie che abbiamo raccolto su Aulo Vibenna indipendentemente dagli scenari nei quali egli appare in coppia con il fratello inducono a pensare che egli abbia avuto una propria storia probabilmente da collocare in una fase posteriore alla scomparsa di Cele. E’ facile immaginare che questa scomparsa abbia creato problemi di successione e che, la stretta parentela e la comunanza delle imprese abbiano naturalmente portato Auto ad assumere l'eredità del fratello nel comando della spedizione e dell'esercito. E’ sospettabile che a questa designazione abbia concorso soprattutto la parte «aristocratica» della consorteria, quelli che le fonti storiografiche designano in casi analoghi, come «parenti» ed «amici» del capo. Ma l'esercito di Cele Vibenna comprendeva anche i sodales, le clientele e in genere gli ausiliari, come si indovina in qualche maniera nella stessa scena pittorica della Tomba Francois. Soprattutto esisteva il fatto certissimo (concordemente provato dalla testimonianza claudiana e dalle pitture vulcenti) del rapporto molto stretto di fedeltà e di fiducia tra Cele Vibenna e Mastarna, che può aver procurato a quest'ultimo un potere illimitato evidentemente prolungatosi oltre la morte del capo.

Una fondamentale rivalità ed un finale scontro fra Auto Vibenna e Mastarna sono da immaginare logicamente e oseremmo dire con certezza. In Roma conquistata (per merito di Mastarna) Aulo avrà avuto inizialmente la supremazia, per i suoi diritti familiari di successione al fratello: ne abbiamo qualche indizio nelle fonti già citate a proposito del caput Oli e tra queste il ricordo di una supposta iscrizione etrusca che lo designava addirittura come re. Ma Mastarna, capo di fatto con l'appoggio dell'esercito, avrà finito con il prevalere eliminando il rivale. Di questi ipotetici avvenimenti non esistono testimonianze. Tuttavia un filo tenue di prova potrebbe intravedersi nel citato confuso testo di Arnobio, dove, certo sulla scorta di remote fonti annalistiche (forse dello stesso Fabio Pittore), si accenna come a fatto notorio alle ragioni per cui Olus sarebbe stato ucciso da un servo, «...cur manu servuli vita juerit spoliatus et lumine». Un sicario di Mastarna? o Mastarna stesso designato dal primo relatore del fatto come «servo» per le sue originarie condizioni d'inferiorità sociale?
L'occupazione di Roma da parte degli invasori etruschi, i Vibenna, Mastarna, i loro compagni, le loro truppe, è conseguenza e causa del crollo della monarchia dei Tarquinii. Non abbiamo dati sufficienti per indicarne con precisione la cronologia (e con essa naturalmente la fine del «periodo di Tarquinio Prisco» e l'inizio del «periodo serviano»); tuttavia una proposta che la collocasse intorno al 570-560 non sarebbe forse troppo lontana dal vero. La caduta di Cneve Tarchunies nella scena di combattimento della Tomba Francois fa pensare logicamente a scontri cruenti e alla soppressione violenta del potere della dinastia regnante, con una eventuale sostituzione dei nuovi dominatori nel ruolo e nel titolo regio. Sarebbe questa la spiegazione dell'« Olo (Aulo) re» della favolosa iscrizione del Campidoglio (pur ricordata da fonte tardissima e incerta); si potrebbe cioè immaginare che Aulo Vibenna sia senz' altro salito sul tropo degli spodestati Tarquinii (anche se il suo nome, obliterato o cancellato, non apparirà nella lista canonica dei re di Roma); e potrebbe essere che in questa posizione e in questo periodo Aulo Vibenna offrisse un suo donario nel santuario di Veio. Ma si può pure pensare, in modo diverso, che la sovranità dei Tarquinii non sia stata subito e del tutto annullata e che, pur sotto la dominazione o la soverchiante presenza degl'invasori, essi abbiano continuato a portare il titolo regio e a conservare una loro sede in un settore della stessa città, con vicende alterne di convivenza e di conflitti (di cui potrebbe darci qualche idea la stessa tradizione a proposito dei rapporti fra i Tarquinii e Servio Tullio).

Ci chiediamo se nell'insediarsi a Roma degli epigoni delle imprese di Cele Vibenna possano essere emersi, ed aver acquistato rilievo, quei motivi di irrequietezza sociale e di tendenza ad un riformismo in senso antioligarchico diffusi in Etruria, di riflesso dal mondo greco, che abbiamo già sospettati presenti all'inizio del movimento dei Vibenna. E’ possibile che proprio in queste fasi finali della occupazione di Roma l'originario carattere «gentilizio» del movimento stesso sia andato attenuandosi e gli elementi di estrazione subalterna abbiano preso sempre maggiore risalto nella conduzione delle milizie.

L'affermazione di Mastarna e la ipotetica ma verosimile eliminazione di Aulo Vibenna possono essere considerate come le manifestazioni più appariscenti di queste tendenze. Lo stimolo sovvertitore o almeno perturbante proveniente dall'esterno può aver avuto importanti ripercussioni anche sugli ambienti locali di Roma. Rivendicazioni e innovazioni possono aver trovato il loro terreno più favorevole nelle zone di Roma più aperte ad influenze straniere e alle sfere del commercio e del lavoro, in particolare come è naturale attorno al porto tiberino (è un fatto interessante che proprio qui nel santuario di S. Omobono si sia trovata tanta ceramica etrusco-corinzia di produzione vulcente: un rapporto con la patria dei Vibenna?). La politica conservatrice restò probabilmente legata alla tradizione dei Tarquinii e ai loro circoli. Immagineremmo volentieri la loro roccaforte su quel monte capitolino sul quale si avviava a sorgere il grande tempio di Giove (dedicato da Tarquinio Prisco, compiuto dal Superbo secondo gli storici romani), massima espressione della pietà, della magnificenza e della potenza della dinastia. 

Resta ora da affrontare il problema che ci si attenderebbe come conclusione a questo punto: quello della identità di Mastarna e di Servio Tullio affermata dalle fonti etrusche di Claudio. In realtà non possiamo sfuggire, ne sfuggì un certo settore dell'erudizione antica, alla suggestione di coincidenze rilevantissime. Mastarna è a Roma uno straniero privo di nome gentilizio e perciò appartenente ad una classe inferiore; Servio Tullio è ricordato dalla tradizione come straniero e apolide, cioè originariamente senza diritti di cittadinanza. Mastarna si impone a Roma a seguito di eventi che implicano la sconfitta e presumibilmente l'uccisione di un Tarquinio; Servio Tullio salirà al trono, o piuttosto si impossesserà del regno dopo l'uccisione di Tarquinio Prisco. Si può aggiungere che le riforme attribuite a Servio Tullio comprendono la creazione di un sistema di rappresentanza (e pertanto una fonte di potere politico), cioè i comizi centuriati, essenzialmente basato sopra una struttura militare: ciò che fa pensare alla importanza che potrebbe aver avuto per la vita pubblica di Roma la presenza di un esercito organizzato come quello di cui, dopo la scomparsa. di Cele Vibenna, era diventato arbitro Mastarna.

Sembra dunque lecito argomentare senza eccessivo sforzo di fantasia che Mastarna, rimasto ormai solo a capo delle milizie stanziate in Roma dopo l'eclissi dei due Vibenna, abbia inteso progressivamente stabilizzare il suo potere, assumendo un nome gentilizio e cercando localmente una legittimità a quella dignità regia alla quale forse con effimera esperienza si era accostato Aulo Vibenna. Ma in ultima analisi che i fatti si siano svolti in un certo modo e che propriamente Servio Tullio sia la stessa persona di Mastarna è non solo non dimostrabile con certezza, ma forse anche irrilevante per il nostro giudizio storico finale. Ciò che conta è che esiste un possibile e logico legame di continuità fra ciò che rappresentano nelle loro rispettive sfere le figure di Mastarna e di Servio Tullio.

Cultura indo-europea dell'Europa antica - La civiltà pastorale Kurgan e Yamna




...abbiamo qui un breve articoletto da cui si evince l'origine della cultura pastorale patriarcale indo-europea denominata Kurgan (dai tumuli usati per seppellire i morti). La cosa è molto intrigante poiché il luogo di nascita delle civiltà ariana si pone a metà strada fra l'Europa e la Valle dell'Indo Questa cultura, di cui parlò anche l'archeloga M. Ginbutas nel suo libro sulla scomparsa del matriarcato nell'Europa antica (attribuita all'invasione Kurgan), si è ben radicata nel Nord dell'India, passando per l'Iran sino a tutta l'Europa, Italia e Grecia comprese. Infatti tutte le lingue europee sono di matrice indo-europea come il sanscrito. 

Che questi Kurgan o Jamna  fossero stati gli iniziatori della civiltà pastorale guerriera non sussisterebbero dubbi... Una curiosità nel nord dell'India tuttora esiste un fiume sacro chiamato Jamna...  La cultura di Jamna (circa 3500-2500 avanti era volgare) secondo i ricercatori fu una cultura nomadica, sorta   tra Caspio e Ponto, caratterizzata dalle inumazioni nei famosi kurgan (tumuli).  

La cultura di Jamna (circa 3500-2500 avanti era volgare) si sviluppò   nella tarda Età neolitica, fu una cultura nomadica delle steppe, tra Caspio e Ponto, caratterizzata dalle inumazioni nei famosi kurgan (tumuli). Viene identificata come nucleo ancestrale di formazione delle lingue proto-indoeuropee parlate dagli Indoeuropei originari, gli Ariani o Ari, provenienti dall'area del Caucaso, probabilmente tra la fine del neolitico e l'inizio dell'Età del Rame. (Paolo D'Arpini)



Velocemente -  Alcuni fatti storici:

  • Also known as the Yamnaya Culture, Pit Grave Culture or Ochre Grave Culture.
  • Generally considered by linguists as the homeland of the Proto-Indo-European language.
  • Probably originated between the Lower Don, the Lower Volga and North Caucasus during the Chalcolithic, around what became the Novotitorovka culture (3300-2700 BCE) within the Yamna culture.
  • Highly mobile steppe culture of pastoral nomads relying heavily on cattle (dairy farming). Sheep were also kept for their wool. Hunting, fishing and sporadic agriculture was practiced near rivers.
  • First culture (along with Maykop) to make regular use of ox-drawn wheeled carts. Metal artefacts (tools, axes, tanged daggers) were mostly made of copper, with some arsenical bronze. Domesticated horses used as pack animal and ridden to manage cattle herds.
  • Coarse, flat-bottomed, egg-shaped pottery decorated with comb stamps and cord impressions.
  • The dead were inhumed in pit graves inside kurgans (burial mounds). Bodies were placed in a supine position with bent knees and covered in ochre. Wagons/carts and sacrificed animals (cattle, horse, sheep) were present in graves, a trait typical of later Indo-European cultures.
Distribution of the Yamna, Novotitorovska and Maykop cultures

DNA Samples

The following mtDNA samples were tested by Wilde et al. (2014). Deep subclades were not reported in the paper and were determined by Maciamo based on the raw data.

Samples from the Volga region

  • KAL : Kalinovka I, Samara Oblast (Middle Volga), Russia
  • NIK : Nikolaevka III, Samara Oblast (Middle Volga), Russia
  • POD : Podlesnyj, Samara Oblast (Middle Volga), Russia
  • KAL1 : N1a1a
  • KAL2 : H*
  • NIK1 : T1a
  • NIK7 : H (rCRS)
  • POD1 : W6
  • POD2 : T2
  • POP1 : T2a1b

Samples from the Don and Kuban regions

  • OLE : Olennii, Krasnodar Krai (Sea of Azov), Russia
  • PEJ : Peschanyi, Rostov Oblast, Russia
  • OLE1 : T2
  • OLE7 : J2b
  • PEJ1 : U5a1

Samples from central and eastern Ukraine

  • PES : Pestchanka II, central eastern Ukraine
  • SUG : Kirovograd Sugokleya, central Ukraine
  • VIN : Vinogradnoe, southern central Ukraine
  • PES7 : H1a1 or H5a1j
  • SUG2 : I1a
  • SUG6 : H1, H3 or H6
  • SUG7 : H (rCRS)
  • SUG8 : H (rCRS)
  • VIN2 : T1a
  • VIN5 : T1a
  • VIN12 : T1

Samples from western Ukraine & Moldova

  • MAJ : Mayaki, southwest Ukraine
  • TET : Tetcani, northern Moldova
  • MAJ3 : U5a1
  • MAJ4 : U5b2
  • MAJ5 : X2h (?)
  • TET2 : U4a1

Samples from Bulgaria

  • OVI : Ovchartsi, south-east Bulgaria
  • POP : Popovo, south-east Bulgaria
  • RIL : Riltsi, north-east Bulgaria
  • OVI2 : K
  • OVI3 : U/K
  • POP1 : T2a1b
  • POP3 : U2e
  • POP4 : U5a1
  • RIL3 : K1