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Ebrei, schiavisti per vocazione


Come tutti sanno, all’interno della società americana, esiste oggi una ostilità piuttosto radicata tra le comunità ebraiche e quelle cosiddette “afro-americane”, del resto di confessione pressoché totalmente protestante, islamica o cattolica. Questa opposizione contrasta nettamente con l’impegno delle prime a favore del movimento dei diritti civili sino agli anni sessanta inoltrati, e prima ancora in senso abolizionista e nordista; e soprattutto con l’ortodossia giusumanista ed immigrazionista che, al contrario di quanto pure accade in Israele, le comunità ebraiche europee continuano a manifestare. Alcuni approfondimenti storici con riguardo all’atteggiamento verso lo schiavismo possono contribuire ad illuminare alcuni aspetti di questa complessa dialettica.
Al riguardo, taluni hanno ipotizzato che, oltre al redditizio sfruttamento di un filone «che tira» e ad una callida operazione antirazzista a fini colpevolizzanti contro gli oppositori del Mondialismo, si possa parlare di atti di espiazione da parte dell’intellighenzia ebraica per quanto compiuto per secoli dai padri. Ciò potrebbe anche essere, visto che del traffico di schiavi gli ebrei sono stati per secoli i massimi tra gli ideatori, i promotori e i beneficiari. Prove certe di ciò abbiamo per gli eletti di Roma, per i quali, in particolare all’epoca di Giustiniano, tale commercio umano è la principale fonte di guadagno, sfidando i decreti degli anni 335, 336, 384, 415, 417, 438 e 743: «Trade in slaves constituted the main source of livelihood of the Roman Jews», scrive nel 1912 la Jewish Encyclopedia di Isadora Singer e Cyrus Adler.
Sotto Carlo Magno, aggiungono Henri Pirenne e Hugh Trevor-Roper, gli ebrei francesi, autorizzati da uno speciale editto imperiale e avendo a soci i confratelli spagnoli, «acquistano» in Europa e piazzano sui mercati musulmani i figli dei debitori: «traffico lecitissimo per allora», postilla l’Arruolato Guido Bedarida, benché i Monumenta Germanicae Historica ce ne segnalino il corrente divieto, rinnovato nel 779, 781 e 845. Il «traffico lecitissimo» si espande ancor più sotto il figlio Lodovico il Pio, dominato dalla seconda moglie Judith, demi-juive figlia della «nobile sassone» Heilwich/Eigilwi e dello svevo conte Welf (capostipite della schiatta dei guelfi), coadiuvata dal gran cancelliere Elisachar, anch’egli ebreo, e dal diacono imperiale Bodo, convertito al giudaismo nell’839. Particolarmente richiesti sono gli schiavi per gli harem che, malgrado l’esplicito divieto biblico-talmudico di castrazione (Levitico XXI 20 e XXII 24, Deuteronomio XXII 2, Shabbat 110b-111a, Sanhedrin VII 5 tosaphot e Sanhedrin 56b), gli ebrei provvedono a consegnare castrati in quanto la barbara operazione è proibita in tutto l’Islam; Narbona e Verdun sono le principali «officine» dove, prima di esportare il «prodotto», si provvede all’«elaborazione».
Già subito dopo la caduta dell’Impero Romano, scrive Pirenne, «alcuni ebrei erano marinai o proprietari di battelli; altri possedevano terre coltivate da coloni o da originari; altri ancora erano medici. Ma l’immensa maggioranza di essi si dedicava al commercio o al prestito ad interesse. Molti erano mercanti di schiavi, per esempio a Narbona [...] È naturalmente impossibile ammettere che i mercanti orientali, ebrei ed altri, si contentavano d’importare nel bacino del Mar Tirreno senza nulla esportarne. È evidente che i battelli riportavano carico di ritorno. Il principale carico dev’essere consistito in schiavi [...] Una gran quantità di mercanti si occupavano di questo commercio di schiavi: in massima parte ebrei, a quanto pare. Il concilio di Macon nel 583 permette ai cristiani di riscattare dagli ebrei i loro schiavi per dodici soldi, sia per dar loro la libertà, sia per prenderli al proprio servizio. Si citano mercanti di schiavi ebrei a Narbona ed a Napoli. Possiamo concludere da tutto questo che un importante commercio di schiavi esisteva sulle coste del Mar Tirreno e non sembra dubbio che i battelli che trasportavano le spezie, la seta, il papiro, li trasportassero come carico di ritorno in Oriente». Lungi dal danneggiare il Popolo Disperso, la distruzione dell’antica unità mediterranea provocata dall’irrompere dell’Islam accresce la sua importanza: «In queste condizioni a sostenere il commercio non restano che gli ebrei. Essi sono numerosi dappertutto; gli arabi non li hanno cacciati né massacrati ed i cristiani non hanno cambiato atteggiamento riguardo a loro. Costituiscono dunque la sola classe la cui sussistenza sia dovuta al traffico [...] La loro grande specialità, come si è visto sopra, era il commercio di schiavi».
Similmente, quanto all’Europa Orientale, Josef Leo Seifert, riportando le conclusioni dello storico polacco L. Niederle: «È un ruolo interessante, quello che l’ebreo assolve all’inizio della storia slava. Non appena compaiono le prime informazioni sulla vita degli slavi e sulle loro relazioni con l’estero, già esse riguardano gli ebrei, lo judaeus mercator della Leggenda di Adalberto – e già l’ebreo media, scambia, commercia di tutto, arrivando dovunque e divenendo ricco. È disprezzato, colpito sia da cristiani che da musulmani, ma ciò non gli impedisce di tenere con mano sicura le negoziazioni persino tra questi due mondi stessi. Lo vediamo anche membro di ambascerie, ad esempio presso Carlo Magno negli anni 802 e 807, e presso Ottone I. Nel 965 i chesdaj chiesero agli ebrei di fare gli intermediari nella loro corrispondenza con il khan dei cazari. Molto contribuì a ciò il loro talento linguistico. Essi padroneggiavano l’arabo, il persiano, il greco, il francese, lo spagnolo e lo slavo; commerciavano di tutto, ma dominavano totalmente il commercio degli schiavi. Questa era la loro specialità, il commercio di uomini. Gli ebrei comperavano e vendevano ragazzi e ragazze slavi, sia in Oriente sia in Spagna, e la maggior parte delle fonti ci sottolineano espressamente che gli ebrei di Spagna procedevano alla loro castrazione, essendo i grandi fornitori di eunuchi slavi nell’intero mondo maomettano [virtuoso, sulla «terra di Esklavonia», il reportage di Benjamin da Tudela: «gli ebrei che vi abitano la chiamano Kenaan, perché la gente del posto vende i figli e le figlie ad altri popoli»]. Non stupisce che già in quel tempo nelle città slave, specialmente a Praga, Cracovia e Kiev, vivessero molti ebrei. In Polonia si trovavano persino monete con la versione ebraica del nome di Mieszko (Mesha)».
Anche l’ebrea Lady Magnus aveva del resto rilevato già nel 1890 che per tutto il Medioevo «i principali compratori di schiavi si trovavano fra gli ebrei [...] Questi sembravano essere presenti sempre e dovunque a portata di mano per acquistare la merce [at hand to buy] e, similmente, sembravano avere sempre a disposizione il denaro per pagare [and to have the means equally ready to pay]».
«Il successo di questi mercanti medioevali» – conferma l’eccellente The Secret Relationship Between Blacks and Jews – «era accresciuto dalla loro grande conoscenza delle lingue. Essi parlavano arabo, persiano, latino, francese, spagnolo e slavo e [scrive l'ebreo Marcus Arkin in Aspects of Jewish Economic History] “manifestavano un abilità negli affari ben avanzata per quei tempi”».
Con la scoperta del Nuovo Mondo gli ebrei, importatori di schiavi e piantatori di canna nelle isole portoghesi di Madera e Sao Tomè dal 1492, introducono schiavi e piantagioni anche in Brasile (le attività sono attestate anche dagli eletti Arnold Wiznitzer e Jacob Rader Marcus), ove si trovano dal 1503, trasformando il paese nel primo produttore mondiale di zucchero; a fine secolo essi sono presenti, lungo le coste, in 200 insediamenti. Con l’istituzione (1621) della Dutch West India Company, nella quale rivestono presto un ruolo di primo piano quali finanziatori e imprenditori, il Brasile cede però gradualmente il primato alla zona caraibica. Infatti, pur restando il termine «portoghese» sinonimo di «negriero ebreo», i più attivi insediamenti commerciali/produttivi ebraici si spostano a nord: perno del movimento è il porto brasiliano di Recife/Pernambuco, occupato militarmente dalla Compagnia nel 1630. Le rivolte degli schiavi e la riconquista del territorio da parte dei portoghesi portano comunque, nel 1654, all’espulsione totale o alla fuga di ebrei e olandesi.
Intorno alla metà del Seicento gli ebrei sono quindi saldamente presenti:
1) nel Surinam – «la colonia ebraica per eccellenza», per dirla con Werner Sombart – nel triplice ruolo di commercianti, piantatori di canna e negrieri (le cause della loro decadenza vengono descritte con franchezza dall’Encyclopaedia Judaica: «Il declino economico della comunità fu in stretto rapporto [was largely connected] con l’abolizione del commercio schiavistico nel 1819 e con l’emancipazione degli schiavi nel 1863»; in parallelo Itzhak Ben-Zvi, dopo averci informati della fondazione di città nell’interno, lontano dalla costa, a partire dal 1670, con una popolazione di 10.000 individui nel 1719, aggiunge: «Il numero [degli] schiavi fuggiaschi crebbe, ed essi costituirono una grave minaccia per la popolazione ebraica bianca presente nel cuore della giungla», minaccia che, aggravata dalla malaria e dall’isolamento dai confratelli, portarono a fine Settecento all’evacuazione delle colonie, mentre «la loro capitale veniva invasa dai negri, che la distrussero quasi totalmente. Solo un cimitero con qualche iscrizione ebraica sulle lapidi attesta l’esistenza di una colonia ebraica semi-indipendente, che fiorì in quei luoghi per oltre un secolo),
2) in Guyana (nel 1662 vi giunge il vascello Monte del Cisne, che sbarca 152 ebrei livornesi),
3) nelle Barbados («la cui popolazione si compone quasi unicamente di ebrei», nota Sombart),
4) a Curaçao (il maggior centro caraibico di smistamento di schiavi nel 1648),
5) a Coro in Venezuela,
6) a Santo Domingo e
7) nelle isole di Giamaica, Martinica (la prima grande piantagione di canna da zucchero, con annessa distilleria, viene fondata nel 1655 da Benjamin da Costa, proveniente dal Brasile con 900 confratelli e 1100 schiavi), Nevis, Saint Eustatius e Saint Thomas.
Quanto al Settecento e al Nordamerica, i più ricchi negrieri sono tutti di eletta ascendenza, mercanti a New York, Newport, Baltimora, Filadelfia, Boston, Norfolk, Richmond e, soprattutto, Charleston e Savannah. Impediti nell’insediamento e cacciati dalla Georgia dal fondatore di quella colonia generale James Oglethorpe, gli Arruolati si spostano infatti nella South Carolina in misura tale che la regione intorno a Savannah diviene nota come Jewland; alla fine del Settecento Charleston non solo raccoglie 500 ebrei – la maggiore comunità degli States – ma, scrive la Judaica, nel 1775 elegge al Congresso Rivoluzionario Provinciale il primo ebreo d’America, il piantatore d’indaco e proprietario di schiavi Francis Salvador, «verosimilmente il primo ebreo del mondo moderno a ricoprire una pubblica carica [legislativa]».
In Nordamerica, nella colonia olandese di Nieuw Nederland, i primi ebrei arrivano in numero di ventitré – quattro uomini, sei donne e tredici bambini – da Recife dopo la riconquista portoghese della città (tuttavia, la registrazione del primo ebreo in assoluto riferisce la presenza in Virginia di Elias Legardo nel 1621 e di Rebecca Isaake e fratello nel 1624, e di Solomon Franco nel 1649 nel Massachusetts).
Richiamati dai confratelli Jacob Aboaf e Jacob Barsimon (quest’ultimo azionista della Compagnia delle Indie e per questo dotato del privilegio di risiedere nella capitale Nieuw Amsterdam anche contro le disposizioni delle autorità locali, che vietano l’ingresso agli ebrei), il 22 agosto 1654 i ventitré sbarcano dal vascello francese St. Catherine (Charles Segal ne riporta il nome quale St. Charles, al comando del capitano Jacques de la Motte, che li avrebbe liberati dai pirati) e si stabiliscono nel quartiere di Manhattan. L’insediamento avviene malgrado l’opposizione del governatore Peter Stuyvesant, il quale sostiene a spada tratta che «quando si dà qualche libertà agli ebrei, ne proviene sempre gran danno», poiché, «avvezzi all’usura, maestri dell’inganno, blasfemi del nome di Cristo, questa gente non ha altro dio che il denaro, non ha altro scopo che monopolizzare le correnti di traffico, espropriando i cristiani delle loro proprietà».
Il 18 marzo 1655 è il pastore Johan Megapolensis, amico di Stuyvesant, a lamentarsi, in una lettera indirizzata alla Compagnia: «Abbiamo accolto un certo numero di poveri ebrei [...] ora si dice che ne siano in viaggio altri. Questo fatto ha generato lamentele e disordini. Perché gli ebrei non hanno altro Dio che Mammona e nessun altro scopo che di derubare i cristiani delle loro proprietà e di occupare per sé ogni commercio. Perciò Vi preghiamo di ottenere dai direttori disposizioni affinché questi furfanti senza Dio, che non sono buoni per il paese [...] vengano fatti proseguire per altre terre». Le risposte da Amsterdam sono però invariabilmente negative poiché, sottolineano i direttori a Stuyvesant, respingere gli ebrei «sarebbe eccessivo e disdicevole, soprattutto avendo presenti le grandi perdite che tale nazione ha patito dalla conquista del Brasile e le rilevanti somme che essi hanno investito nella Compagnia».
Quanto alle colonie inglesi, la schiavitù resta proibita fino al 1661 (i primi negri, giunti nel 1619 in Virginia, non erano schiavi), fin quando cioè cinque ricchi ebrei di Filadelfia – tali Sandiford, Lay, Woolman, Solomon e Benezet – riescono a fare abrogare i divieti, impiantando tosto una fitta rete di corrispondenti sulle coste africane, in Olanda e in Inghilterra. Giusto un secolo dopo, nel 1761, sempre a Filadelfia, David Franks, membro di una delle più stimate famiglie negriere e padre di Rebecca, moglie del generale inglese sir Henry Johnson, è il primo firmatario di una petizione per l’abolizione di una tassa sull’importazione di schiavi. Quanto alla Georgia, giunti i primi ebrei nel 1733 e ripartiti a causa del divieto d’importare schiavi e liquori, una seconda calata di eletti si verifica nel 1749 dopo l’abolizione del divieto; ventidue anni dopo sono negri la metà dei 30.000 georgiani. Grazie al traffico schiavistico, anche Nieuw Amsterdam, caduta sotto il dominio inglese nel 1664 e ribattezzata New York, a partire dal 1730 diviene la più ricca città coloniale d’America, pur essendo politicamente meno importante di Boston e Filadelfia.
Una delle fonti su tale aspetto, tenuto celato al grande pubblico, sono i Documents Illustrative of the History of Slave Trade in America conservati al Carnegie Technical Institute di Pittsburgh, Pennsylvania (consultati anche da Louis Farrakhan, docente e capo religioso della Nation of Islam, per The Secret Relationship).
Sarebbe invece vano consigliare al lettore di ricorrere allo Jüdisches Lexikon, al Dictionary of American Biography (per il quale lo schiavismo è argomento innominabile), alla Jewish Universal Encyclopaedia edizione 1942 (che dice Aaron Lopez «uno dei più rinomati mercanti della Nuova Inghilterra prima della Rivoluzione americana e forse l’uomo d’affari ebreo di maggiore successo dei suoi tempi negli Stati Uniti») o al Rader Marcus, che dice Lopez «merchant-shipper, patriot, philanthropist» (similmente Charles Segal lo dice semplicemente «a merchant prince e armatore per la caccia alla balena, con trenta navi che commerciavano coi paesi europei e le Indie Occidentali», tralasciando il benché minimo accenno all’attività schiavistica). Nessuno infatti lo avviserebbe, ad esempio sempre in riferimento al Lopez, che la fortuna del Nostro è venuta soprattutto dal traffico negriero, da lui controllato per una quota del cinquanta per cento nel ventennio 1756-74.
Anche perché il Rader Marcus osa scrivere letteralmente, quanto al «”triangular” method of trading» (nella sua «forma classica»: schiavi dall’Africa ai Caraibi, zucchero e melassa dai Caraibi alle Colonie, rum dalle Colonie all’Africa): «New York and Georgia Jewish shippers sometimes engaged in this business, but such voyages were exceptional for them. Isaac Da Costa of South Carolina was for a time active in slave trade; numerous transactions of Aaron Lopez of Newport in this traffic were recorded. It is difficult to determine the extent of partecipation in the trade by Jewish merchants in relation to the trade as a whole, Talora armatori ebrei newyorkesi e georgiani si inserirono in questa attività, ma tali viaggi furono per loro un’eccezione. Isaac Da Costa della South Carolina fu attivo nel commercio schiavistico solo per un periodo; in tale traffico si registrarono [anche] numerosi interventi di Aaron Lopez di Newport [in altro passo il Rader Marcus ci parla di «frequent ventures in the slave trade», che negli anni Sessanta Lopez inviò «una nave» in Africa «pratically every year», che nel decennio seguente «the traffic was increased» e che in certi anni inviò anche tre, e «perfino» quattro, navi «on the long arduos trip, nel lungo e difficile viaggio»]. È arduo determinare l’ampiezza della partecipazione dei mercanti ebrei in tale commercio, rispetto all’intero traffico».
Più onesta delle opere consorelle e del Rader Marcus, per quanto anch’essa altamente riduttiva, è invece la Judaica, che apre la voce Slave Trade con lo schiavismo praticato dalle Dutch & Portuguese West India companies («Jews appear to have been among the major retailers of slaves in Dutch Brazil, gli ebrei sembrano essere stati tra i maggiori trafficanti di schiavi nel Brasile olandese») e facendo i nomi di alcuni stimati «importatori».
Rimpolpando la lista, di essi ricordiamo gli «olandesi» David Israel, Abraham Querido, Abraham Cohen Brazil, Jeudah Henriquez, N. Deliaan, Jan de Lion alias Joao de Yllan e Manuel Belmonte per il Brasile, la famiglia Jessurin per Curaçao, i fratelli David e Jacob Senior alias Philipe Henriquez per il Brasile e le Antille; lo «spagnolo» Andrew Lopes alias Andreas Alvares Noguera per il Messico; i «portoghesi» Joseph Nunez de Fonseca alias David Nassi, A. Perera e Isaak de Joseph Cohen Nassy per il Surinam, (E)manuel Alvares Correa e Manuel de Pina alias Jahacob Naar per Curaçao e il Messico; per Barbados e Giamaica gli «inglesi» David Enriques, Hyman Levy e Alexander Lindo (il figlio Moses Lindo, portatosi nella South Carolina, vi svilupperà una vasta attività produttiva, in particolare nella fabbricazione dell’indaco); per Santo Domingo i «francesi» David, Benjamin, Abraham e Moses Gradis di Bordeaux, monopolisti del commercio di zucchero in Francia e approvvigionatori delle truppe francesi nel Quebec, proprietari di 26 navi, tutti partecipi dell’«infamous triangular trade» (per un approfondimento vedi The Secret Relationship, per il 95% per cento basato su fonti ebraiche e la cui validità scientifica resta semplicemente eccellente, malgrado le accuse di «antisemitismo» con le quali i più vigili ebrei tentano di screditare l’opera).
Nato nel 1731 in Portogallo e immigrato nel 1752 a Newport, Rhode Island (mentre nelle altre colonie l’ingresso agli ebrei continua ad essere ostacolato, l’abolizione del divieto nel 1658 da parte della città di Providence, retta dal free-thinker Roger Williams, ha portato alla nascita di un secondo insediamento ebraico nel piccolo porto di pescatori), l’antico «Prince of the Slave Trade», oggi noto come «un grande mercante famoso per la sua bontà d’animo», al fine di aggirare le residue leggi anti-schiaviste importa negri come household servants, «domestici» (exempli gratia, 4697 individui nella sola Newport e nel solo 1756).
Quanto ai profitti, si pensi che dal brigantino La Fortuna Lopez sbarca con un unico viaggio 217 individui pagati 4300 dollari, viaggio compreso, rivendendoli a 41.438 dollari. Ancor più, nel maggio 1752 l’Abigail lascia Newport carica di 9000 galloni di rum, ferro, polvere, pistole, cianfrusaglie ornamentali e catene, che scambia in Africa con merce umana; ogni schiavo, il cui valore dipende da sesso, età e stato di salute, costa 100-200 galloni di rum, diluito a metà con acqua, o anche cento libbre di polvere; di fronte ad un prezzo di acquisto di 18-20 dollari, lo schiavo viene venduto a 2000 dollari. È in ogni caso ben vero che, a spiegare il divario tra i costi e i ricavi, alla traversata ne sopravviverebbe solo uno su dieci, con perdite quindi del 90%; si è anche avanzato che nell’arco del Settecento, il «secolo d’oro» dei negrieri, siano stati annualmente strappati alle loro terre addirittura cinque-nove milioni di negri; considerata la possibilità di trasporto dell’epoca, tali cifre sono certamente troppo elevate; nel 1969 Philip Curtin, rettore della facoltà di Storia all’Università di Madison, Wisconsin, valuta il totale generale dei negri deportati oltreoceano in una cifra posta tra 10 e 30 milioni, oltre a perdite del 20%.
Ma tornando a Lopez, il Nostro, dando piena conferma dei timori espressi da Megapolensis, richiama decine di confratelli: quaranta famiglie danno vita in pochi anni ad una prospera comunità giudaica. Il commercio del pesce, la fabbricazione di candele (Lopez guida una catena di diciassette stabilimenti), sapone e bevande alcooliche (22 distillerie punteggiano in breve Newport) sono monopolio ebraico. Nel 1759 vengono posate le prime sei pietre (Lopez posa la prima, Isaac Elizer la quarta) della locale sinagoga Jeshuat Israel, che verrà inaugurata quattro anni dopo (a New York, prima in America, una sinagoga è presente dal 1682). Attive sono anche le logge massoniche: la prima, costituita nel 1749, conta 12 ebrei su 14 affiliati; la seconda, King David, viene fondata nel 1769, con affiliati tutti ebrei (al contempo, il cantor Isaac Da Costa è tesoriere della loggia King Solomon n.1, la più antica della South Carolina, e amministratore della paramassonica Palmetto Society). Fitti sono i legami coi confratelli delle altre città, solidi per rapporti commerciali e vincoli familiari. Due figlie di Lopez, Esther e Abigail, vanno in spose ai fratelli Moses e Isaac Gomez di New York, partecipi del lucroso traffico schiavistico (Lewis/Luis Gomez, patriarca della famiglia nato a Madrid nel 1660, si porta a New York nel 1703 e muore nel 1740, padre di cinque figli).
Partecipe della ribellione alla Corona, coi confratelli, Lopez arma navi da corsa contro i traffici inglesi, mentre Haym Salomon e Benjamin Jacobs di New York, Aaron e Simon Levy di Lancaster, Benjamin Levy, Hyman Levy e Isaac Moses di Filadelfia, Jacob Hart, Philip Minis, Michael Gratz, Abigail Minis e le cinque sorelle, e i fratelli Levi/Lewis e Mordecai Sheftall di Savannah salvano il Congresso dalla bancarotta elargendo ai rivoluzionari, a condizioni ultra-favorevoli (per i prestatori), centinaia di migliaia di dollari. Inoltre, se sono ebrei nove dei firmatari del Non Importation Act e la rivolta vede un centinaio di ebrei nelle file di Washington (taluno, accettando le cifre ufficiali della presenza ebraica nelle colonie, afferma trattarsi della quota più alta rispetto ad ogni altro gruppo nazionale), non è però esatto affermare che l’ebraismo americano si schieri compatto coi ribelli.
Certo, l’esercito rivoluzionario è il primo nella storia a consentire agli ebrei di astenersi da ogni servizio nel sabato, e certo gli ebrei restano defilati a compiti di intendenza (nessun ebreo risulta tra i caduti); certo, la metà degli ebrei vengono fatti ufficiali all’atto dell’arruolamento; certo, il bisogno di sale, foraggio e merci più varie li innalza agli occhi dei capi goyim; certo, il ruolo di ufficiali pagatori permette loro altissimi guadagni ed entrature politiche; certo, Robert Morris può ben essere definito «il vero genio finanziario della Rivoluzione»; certo, il suo «disinteressato» socio, l’ex «polacco» Haym Salomon, è tramite col console francese di Filadelfia, finanziatore dei ribelli, e coi confratelli fa fortuna trafficando azioni e buoni del Tesoro francesi, spagnoli e olandesi (oltre ai sottoelencati schiavisti, ricordiamo Philipp Mines e certi Cohen e Pollock; Haym è poi sposo a Rachel, figlia del newyorkese Moses Franks, fratello del già detto filadelfiano David, imparentata con tutta una serie di altri Franks, tra i quali Jacob Franks, l’inviato delle colonie presso gli inglesi durante le guerre franco-indiane, il maggiore David Solesbury Franks, mercante di Montreal e superiore del «supremo traditore» goyish Benedict Arnold, il colonnello Isaac Franks); certo, il 1776 libera da ogni gravame gli eletti (fino al 1737 nessun ebreo può coprire una carica pubblica, è del 1737 l’elezione a deputato, per New York, del primo ebreo; certo, allo scoppio della sommossa, determinata dall’introduzione di tasse su tè, zucchero e melassa, gli ebrei sono stati i commercianti più colpiti e i protestatari più attivi (ma il nostro Aaron Lopez, tacciato di «violatore in capo» dal reverendo Ezra Stiles, ignora la protesta, traendone anzi vantaggio, coi Gratz di Filadelfia, attraverso l’importazione di merci di contrabbando).
E tuttavia, in virtù dei legami coi confratelli in Europa e della fedeltà alla Corona dell’ebraismo britannico, il gioco è meno schematico di quanto appaia: certo è che la rete dello spionaggio regio, diretta dal nuovo Intelligence Office, diviene presto universalmente nota come «Jewish affaire», affaire ebraico (in virtù dell’usuale «duttilità» internazionale, già con Cromwell e con Guglielmo d’Orange l’ebraismo aveva costituito un tramite spionistico indispensabile). Fornitori delle truppe britanniche (polvere da sparo, coperte, armi, vettovaglie e foraggi) in tutte le guerre dell’epoca – da quella dei Sette Anni alla «rivolta del tè», passando per quelle contro gli indiani, compreso il conflitto del 1763, condotto da sir Jeffrey Amherst con la strategia delle coperte infette di vaiolo – sono inoltre Joseph Bueno, Jacob Franks (nominato fornitore ufficiale dell’esercito regio) e il figlio David, Uriah Hendricks, Samuel Jacobs, Samuel Judah, Gershon Levy e Hyam Myers, Hayman Levy, Levy Andrew Levy (uno degli untori di Amherst), Nathan e Simpson Levy, Benjamin Lyon, Naphtali Hart Myers, Joseph Simon, Sampson Simson, Ezekiel Solomons e Levy Solomons.
Ma indietreggiando di un passo: «Lopez possedeva 150 navi impiegate nel commercio estero ed interno», continua la Jewish Universal Encyclopaedia, pudicamente tacendo di quale tipo fosse il commercio. La sua morte per annegamento, avvenuta il 28 maggio 1782 (viene sbalzato da cavallo nei pressi di Providence e precipita in un banco di sabbie mobili), «was the greatest misfortune that ever had befallen Newport, fu la maggiore sventura che sia mai capitata a Newport». La città, già provata dall’occupazione britannica, va incontro ad un tale declino economico che gli ebrei sciamano in pochi anni a New York, Richmond e Charleston (a Newport nasce nel 1776 Judah Touro che, portatosi a New Orleans, sarebbe divenuto il più facoltoso mercante del primo Ottocento). La parabola dell’esperienza ebraica newportiana, esempio tra i mille di ogni epoca, la compendiano le parole di William Stowe, speaker del parlamento californiano, pronunciate nel 1855 per mettere in guardia i concittadini dall’accogliere ulteriori eletti, «who only came here to make money and leave as soon as they effected their object, che arrivano solo per far soldi e se ne vanno non appena raggiunto lo scopo». Comunque, nel 1792 si chiude la sinagoga, mentre nel 1822 la morte del penultimo ebreo induce il compagno a spostarsi a New York.
Ricordato e pianto per anni dai concittadini (così la JUE), Lopez resta «negli annali della Nuova Inghilterra, come nella storia dell’ebraismo americano, [...] uno dei pionieri che hanno largamente favorito il commercio americano nei confronti del commercio estero». Un ditirambo in un giornale di Newport lo loda quale rappresentante delle «più amabili perfezioni e virtù cardinali che possano abbellire l’animo umano». Anche Stiles annota, ammirato: «Era ebreo per nascita [...] un mercante di prima grandezza [...] probabilmente non superato da nessun altro in America».
Dopo La Fortuna, la più famosa delle navi di Lopez (il quale, come detto, dal 1756 al 1774 tiene sotto controllo il cinquanta per cento del traffico schiavistico), altre imbarcazioni schiavistiche, da 30 a 400 tonnellate di stazza, armate nel periodo 1702-1806 da ebrei, per la massima parte intercollegati in società, sono:
Abigail e Active di Aaron Lopez, Mose Levy e Jacob Franks; Africa, Betsy, Cleopatra, Hannah, Mary e Greyhound di Jacob Rivera e Aaron Lopez (in seguito, l’ultima viene acquistata da Moses Levy); Albany e Leghorn di Rodrigo Pacheco; Ann, Betsy e Polly, appartenenti a James De Wolf, «the most active slave traders in Bristol» (che nel 1791 getta in mare una schiava colpita dal vaiolo, sfugge alla giustizia e nove anni dopo viene eletto al Senato) e ai quattro fratelli Charles, William, John e Levi, che investono i capitali ricavati dal commercio di carne umana in distillerie e tessiture; Anna di John Abraham; Anne and Eliza di Justus Bosch e John Abrams; Antigua di Abram Lyell e Nathan Marston; Barbadoes Factor, Dolphin, Charming Polly, Charming Sally, Hannah, Polly e Prince Orange di Joseph Marks; Belle, Delaware, Mars e Gloucester di Moses e David Franks (dell’ultima è comproprietario anche Isaac Levy); Betsey di Samuel Jacobs (attivo dal Canada);
Charlotte, Caracoa e Duke of York di Jacob Franks (le prime anche di Moses e Sam Levey); Charming Betsey di Samuel Levy; Confirmation, Defiance, Diamond, Dolphin, General Well, General Webb, Lord Howe, Perfect Union, Rabbitt e Rising Sun di Naphtali, Isaac ed Abraham Hart; Crown Gally e New York Postillon, di Isaac Levy e Nathan Simpson (il Rader Marcus scrive: Simson); David, Jane, l’Alliance, le Parfait, le Vainqueur, Patriarch Abraham e Polly di Abraham Gradis; Deborah di Samson Levy e altri; De Vrijheid («La Libertà», sic!) e Juffr. Gerebrecht dei Senior; Drake, Myrtilla, Parthenope, Phila e Sea Flower di Nathan Levy e David Franks; Dreadnought e Orleans di Hayman Levy; Duke of Cumberland di Judah Hays; Eagle, Hiram e Union di Moses Seixas; Expedition di John e Jacob Rosevelt; Fortunate, George, Hope, Lark, New York e Royal Charlotte di Lopez; General Well e Mary and Ann di Mose Levy;
Hardy, Sampson, Snow Union e Polly del newyorkese Sampson Simson; Hester ed Elizabeth di David e Mordecai Gomez (la prima verrà poi acquistata da Rodrigo Pacheco); Hetty di Mordecai Sheftall; Jane, Nancy e Rebecca di David G. Seixas (le due ultime anche di Benjamin S. Spitzer e Joseph Bueno); Joseph & Rachel dei fratelli Moses, Joseph e Samuel Frazon; Juf Gracia di Raphael Jesurun Sasportas; King George, Peggy e Shiprah di Naphtali Hart; Lydia di Rachel Marks e altri; Mary & Abigail di Abraham de Lucena e Justus Bosch; Nancy di Myer Pollack; Nassau e Four Sisters, di Isaac e Mose Levy; Pearl di Emanuel Alvares Correa e Moses Cardozo Abraham Hart; Prince George di Isaac Eli(e)zer e Samuel Moses; Prudent Betty di Jacob Phoenix ed Henry Cruger; Rebecca di Moses Lopez; Sally di Saul Brown; Santa Maria di Luis de Santagel e Juan Cabrero; Sherbo, Three Friends e Spry di Jacob Rivera (l’ultima anche di Lopez); Two Sisters di John Franks; White Horse di Jan de Sweevts; Young Catherine e Young Adrian di Mordecai Gomez e Pacheco.
Basata a Richmond è la ditta di Jacob I. Cohen ed Isaiah Isaacs, poi fornitori del vettovagliamento delle truppe rivoluzionarie, due soci i cui interessi, c’informa il Rader Marcus, «erano molteplici; essi erano in primo luogo mercanti, ma la ditta commerciava anche in terre, immobili e schiavi».
Sempre con base a Newport sono invece schiavisti il «portoghese» James Lucena (cugino del «grande» Aaron Lopez, stabilitosi nel Rhode Island nei primi anni Cinquanta, viene naturalizzato dall’Assemblea Generale della colonia il 31 dicembre 1760, compiendo giuramento sulla «true faith of a Christian»; si trasferirà a Savannah pochi anni dopo), il già detto filadelfiano David Franks (che Segal ci dice sposato ad una cristiana, ardente tory e altrettanto ardente oppositore, con Samson Levy e Joseph Marks nel 1761, della proposta di introdurre un dazio sull’importazione di schiavi), il suocero di Lopez Jacob Rodriguez Rivera, Isaac Elizer, Samuel Moses e Moses Lopez, fratellastro di Aaron. Inoltre, i quattro fratelli Brown: John, Josey, Nick e Moses (questi fattosi quacchero nel 1773), che impegnano i capitali impiantando fabbriche di candele, monopolizzandone il commercio, fondendo cannoni per Washington e fondando il primo cotonificio americano.
Anche nel New England come nel Lancashire e nelle Midlands inglesi, commentano Daniel Mannix e Malcolm Cowley, «fu la tratta dei negri a fornire la maggior parte dei capitali che contribuirono alla rivoluzione industriale», mentre Henry Feingold, con ammirevole understatement quanto al ruolo dei confratelli, aggiunge: «Il traffico in esseri umani operato da portoghesi, olandesi, francesi ed inglesi costituì un elemento essenziale dell’accumulazione dei primi capitali, necessaria per lo sviluppo del sistema capitalista, e gli ebrei che si erano spesso trovati al centro delle attività commerciali non potevano avere mancato di contribuire al traffico schiavistico, direttamente o indirettamente».
Trafficanti a Charleston (sulle 128 navi negriere registrate nel 1707 ben 120 sono proprietà di ebrei) sono i precursori Asser Levy e suo cognato Simon Valentine (che negli ultimi anni Ottanta del Seicento si era portato da New York alla Giamaica, trafficando a Port Royal in indaco, farina, zucchero e negri, rientrando poi in South Carolina dopo il terremoto del 1692, col socio Jacob Mears), Feliz de Souza, anch’egli noto come the Prince of Slavers, Simeon Potter (zio dei De Wolf), Solomon Isaacs di New York, Moses Benjamin Franks (il figlio Isaac, 1759-1822, sarà massone, speculatore terriero, tenente colonnello approvvigionatore, giudice di pace e capo-cancelliere della Corte Suprema di Filadelfia), Isaac Da Costa («probably the most outstanding Jew of Charleston before the Revolution»), i fratelli Benjamin, Isaac, Manuel, Eleanora, Gracia e Jacob Monsanto della Louisiana, Hyman Levy col dipendente Nicholas Low (socio del goy John Jacob Astor nel traffico di pelli con gli indiani, in cambio di alcoolici), Benjamin Levy, Jacob Turk e Abraham Pereira Mendez. È costui a indirizzare, il 29 novembre 1767, alte lagnanze al «padrino»: «Questi negri che il capitano Abraham mi ha consegnato sono in condizioni così misere, dovute al cattivo trasporto, che sono stato costretto a vendere otto ragazzi e ragazze per sole 27 sterline, due altri per 45 sterline, due donne per 35 sterline ciascuna»; il capitano Abraham, protesta, lo ha imbrogliato, cheating; lui, il buon Abraham Pereira Mendez, non è un uomo avido, ma Lopez deve rimborsarlo per il denaro che non ha incassato dalla vendita dei dodici articoli, commodity.
Oltre ai detti, altri ebrei che si arricchiscono trafficando il black ivory (o black gold), promuovendo la «peculiare istituzione» quali finanziatori, trafficanti, armatori e proprietari di navi sono: Abraham All (all’inizio della carriera, capitano di navi), Isaack Asher, Maurice Barnett (socio di Jean Lafitte), Jacob Barsimon, Amon Bonan, Simon «Simon the Jew» Bonane o Bonave, Saul Brown nato Pardo, Isaac Carregal, Abraham e Solomon Myers Cohen, Simja De Torres, Isaac Dias, Jacob Fonseca, Aberham Franckfort, Luis Gomas, Daniel e David Gomez, Isaac Gomez, Ephraim Hart, Harmon e Uriah Hendricks, Uriah Hyam, Abraham e Joshua Isaacs, Jacob Isaacs, Joseph Jacobs, David Jeshurum, Delancena Jew, Benjamin S. Judah, Cary Judah, Elizabeth Judah, il pirata «patriottico» louisianico primo-ottocentesco e massone Jean Lafitte (nato a Port-au-Prince nel 1792; la nonna Maria Zora Nadrimal e il nonno materni sono ebrei, come ebrea è la moglie Christina Levine, nata nelle Isole Vergini; nel 1812, rileva lo studioso ebreo Harold Sharfman, Lafitte è «il più grande trafficante dell’intero West»; in seguito fabbricante di polvere per cannoni, di acquavite e armatore, nel 1847-48 è a Bruxelles, ove conosce Karl Marx e Friedrich Engels, a Parigi, Berlino, Amsterdam, Londra ed in Svizzera), Moses Levey, Arthur Levy, Eleazar Levy, Isaac H. Levy, Jacob Levy, Joseph Israel Levy, Joshua Levy, Moses Levy, Uriah Phillips Levy, Sarah Lopez, James Lucana, Jacob Malhado, Isaac D. Markeys, Isaac R. Marques, Moses Michaels, (E)manuel Myers, Seixas Nathan, Simon Nathan, David Pardo, Isaac Pinheiro, Jacob Pinto, Rachel Pinto, la vedova di D. Roblus, Abraham Seixas, Abraham Sarzedas, Solomon Simpson, Abraham Touro, Benjamin Wolf e Alexander Zuntz.
Che talune autorità religiose ebraiche abbiano giustificato per due secoli tale commercio, lo dice oggi anche Malcolm H. Stern (Jewish Week, 14 marzo 1976): «[Il 4 gennaio 1861] Rabbi Morris [Jacob] Raphall, nato in Svezia, capo della congregazione newyorkese B’nai Yeshurun, tenne dei sermoni, largamente riportati dalla stampa, che dimostravano l’origine e la giustificazione bibliche della schiavitù».
E che dire del grande Maimonide, la cui “Guida per i perplessi” – codice d’importanza pari al Talmud che permette agli ebrei, in nome del giudaismo, di ridurre in schiavitù i ragazzi goyish – segna dal Medioevo la strada agli Arruolati?: «Quanto a “coloro che sono fuori dalla città”, sono tutti gli esseri umani privi di credenze religiose, di capacità di ragione, di tradizione, come gli ultimi turchi [leggi: la razza gialla] all’estremo nord, i negri all’estremo sud e quelli che somigliano a loro nelle nostre regioni. Essi sono da considerare bestie prive di ragione; io non li pongo al livello degli esseri umani, perché secondo me occupano tra i viventi un livello inferiore a quello dell’uomo e superiore a quello della scimmia, in quanto hanno la figura e i lineamenti dell’uomo e una capacità di ragione [la traduzione francese di Salomon Munk ha: discernement] superiore a quella della scimmia» (III, 51).
E che dire del paragrafo 322 del “Libro dell’Educazione” – composizione stesa da un anonimo rabbino spagnolo nel primo Trecento e che illustra e motiva i 613 comandamenti del giudaismo – il quale impone l’obbligo della schiavitù eterna per i goyim (mentre l’ebreo reso schiavo va rimesso in libertà dopo sette anni?: «Alla base di questo comandamento religioso [è il fatto che] il popolo ebraico è il migliore della specie umana, creato per conoscere il suo Creatore e onorarLo, e degno di possedere schiavi che lo servano. E se gli ebrei non possedessero schiavi di altri popoli, dovrebbero fare schiavi i loro fratelli, i quali non sarebbero allora in grado di servire il Signore, benedetto Egli sia. Per questo motivo ci è imposto di possedere quelli per il nostro servizio, dopo che siano stati addestrati per questo e dopo che l’idolatria sia stata allontanata dai loro discorsi, cosicché non vi sia pericolo nelle nostre dimore, e questo è l’intento del versetto “ma non dominerete sui vostri fratelli, i figli di Israele, con oppressione” [Levitico XXV 46], cosicché non dovrete rendere schiavi i vostri fratelli, che sono tutti predisposti per onorare Dio».
Quanto all’America, a giustificare la schiavitù si schierano, dopo il georgiano Joseph Solomon Ottolenghe (nato a Casale Monferrato da «pious, poor, but honest people», docente e schochet a Mondovì e imparentato con alcune delle più distinte famiglie ebree d’Europa, tra le quali quella dello zio materno Gabriel Treves, facoltoso mercante londinese di tabacco, del quale ha sposato la figlia Deborah) a metà Settecento, i rabbini George Jacobs di Richmond, James Gutheim di New Orleans e Simon Tuska di Memphis, e i giornalisti Jacob Cardozo, Edwin De Leon, Isaac Harby, Solomon Heydenfeldt e David Naar.
Come scrive l’insigne storico ebreo Salo Baron, «i mercanti ebrei, i banditori d’asta e gli agenti ebrei negli Stati del Sud continuarono a comprare e vendere schiavi fino al termine della Guerra Civile [...] In nessun momento gli ebrei sudisti si sentirono disonorati dal traffico degli schiavi». Fino al 1865 operano infatti mercanti quali Levy Jacobs di New Orleans e Mobile, i fratelli Ansley, i tre fratelli Benjamin, George e Solomon Davis di Richmond e Petersburg, B. Mordechai di Charleston, Jacob Levin di Columbia nel South Carolina, Israel Jones di Mobile, Rudolph Blumenberg, Henriques da Costa, Benjamin Isaacs, John Levy e Fred Myer.
Iniziato però il declino dell’affaire già nel primo Ottocento, l’ebraismo nordista, secondando l’allucinato candore delle più accese sette cristiane, si getta a corpo morto nella causa antischiavista coi rabbini David Einhorn di Baltimora (suocero del già detto Rabbi Kaufman Kohler), Liebman Adler e Bernhard Felsenthal di Chicago, il «livornese» Sabato Morais di Filadelfia, l’«inglese» Gustav Gottheil, in seguito rabbino newyorkese del Temple Emanu-El, e il reverendo Samuel M. Isaacs di New York (Isaac Mayer Wise e il collega Isaac Leeser restano neutrali), mentre l’industria e la grande finanza delle metropoli del Nordest si schierano compatte contro il Sud (a dar prova della singolare «affezione» ebraica alla «patria», il Rader Marcus c’informa che già nel 1740 la Comunità georgiana, per cause puramente economiche, aveva abbandonato il paese per più prosperi lidi: «Negro slavery was prohibited, the liquor traffic was forbidden, land tenure was hedged in, the lots were often swamps, and utopia had failed to materialize. And, this was equally significant, there were just as many opportunities in other colonies and no hampering legal restrictions, la schiavitù era stata proibita, il traffico di liquori egualmente, il possesso della terra limitato, i terreni si erano spesso impaludati, e l’utopia non si era materializzata. E, cosa altrettanto significativa, c’erano appunto numerose opportunità in altre colonie, senza l’ingombro di restrizioni legali»).
Riassumendo alcuni aspetti della bisecolare vicenda schiavistica – troppo ardito sarebbe suggerire al lettore un parallelismo tra quella tragedia e l’attuale invasionismo terzoquartomondiale dell’Europa? – così scrive un ottimo Raimondo Luraghi (corsivo nostro): «Sulle coste africane i negrieri acquistavano gli schiavi dagli stessi capitribù locali i quali vendevano loro i prigionieri di guerra, le vittime delle razzie, spesso gli stessi loro sudditi. La schiavitù domestica era esistita da tempo immemorabile nell’Africa nera: ma ora la richiesta pressante stimolava ad accentuare la caccia agli schiavi. Le condizioni particolari della colonizzazione delle Americhe avevano posto le premesse per lo sviluppo in piena età moderna di un commercio di schiavi su larga scala quale solo il mondo antico aveva conosciuto: giova però dire che spesso furono i negrieri (e le potenze mercantili che stavano alle spalle di costoro) a “forzare” l’introduzione di schiavi in America oltre il livello richiesto dalle esigenze produttive per aumentare i lucro loro derivante da tale traffico».
«I puritani della Nuova Inghilterra presero la schiavitù e la tratta con tutta serietà come una delle speciali benedizioni riservate da Dio ai suoi eletti; non fu quindi per motivi morali o umanitari che dopo qualche tempo la schiavitù nel Nord si estinse e scomparve. Da un lato infatti il lavoro schiavistico non era idoneo alle attività commerciali e manifatturiere di quella sezione; dall’altro i modesti lavoratori, i piccoli contadini, gli artigiani, i marinai di pelle bianca furono colà i più risoluti avversari della schiavitù poiché non volevano assolutamente aver a che fare con la concorrenza della mano d’opera servile; il clima e il terreno infine non erano adatti allo sviluppo della grande piantagione, l’unica che potesse utilizzare proficuamente il lavoro del bracciantato agricolo schiavo».
«La scomparsa della schiavitù nel Nord non significò comunque l’abbandono della tratta da parte dei mercanti e del marinai della Nuova Inghilterra e, in genere, settentrionali: essi vi facevano affari d’oro, comperando nelle Indie Occidentali la canna da zucchero o la melassa che, trasportate nei porti nordisti, vi venivano trasformate in rum. Da qui le loro navi ripartivano cariche di liquore alla volta dell’Africa, ove il rum veniva cambiato in… schiavi, in ragione di un barile di rum da quattro dollari per ogni singolo schiavo. Costoro venivano poi sbarcati nei porti del Sud, dopodiché la nave ripartiva per le Indie Occidentali, a caricare altra melassa e canna da zucchero. Ciò salvava anche la “faccia”, in quanto apparentemente il vascello, arrivato con quest’ultimo carico nei porti nordisti o europei e ripartitone carico di rum, rientrava con nuova melassa e canna da zucchero. La tratta rimaneva “invisibile”».
E quanto ai sudisti? Quanto ad essi, «le loro navi ebbero ben piccola parte nella tratta: le statistiche mostrano che, durante gli ultimi otto anni dell’importazione legale degli schiavi dall’Africa, non più che il 6% delle navi negriere entrate nel porto di Charleston erano meridionali: il rimanente era dato da vascelli della Nuova Inghilterra e da alcuni europei. La gente del Sud seguiva con preoccupazione questo ingigantire del flusso di schiavi verso i suoi territori. Indubbiamente in quei tempi la tratta come la schiavitù non erano gravemente offensive della morale media, per cui l’ostilità dei sudisti all’infame commercio era dettata solo in piccola parte, e solo nei migliori, da preoccupazioni umanitarie. La causa reale della loro inquietudine era data dal fatto che essi assistevano alla trasformazione, loro malgrado, della propria terra in un grande paese ad economia schiavistica, con tutte le spiacevoli implicite conseguenze: pericolo di insurrezioni devastatrici, totale dipendenza della loro vita sociale dal lavoro servile, formazione di una enorme popolazione negra che avrebbe inevitabilmente generato gravi problemi di coesistenza; e, the last but not the least, crollo del prezzo degli schiavi quasi a zero (per effetto della legge della domanda e dell’offerta) sintantoché sarebbe diventato (per esempio in momenti di crisi) assai più economico liberarli che mantenerli, dando luogo ad un tale cataclisma sociale che l’intero mondo del Sud ne sarebbe stato distrutto».
«I sudisti, in sostanza, guardavano con timore l’ingigantire della schiavitù sul loro suolo perché prevedevano un giorno in cui essi avrebbero finito per trovarsi, per così dire, “schiavi della schiavitù”, con conseguenze forse tragiche per entrambi i gruppi etnici. Perciò di buon’ora le colonie del Sud emanarono provvedimenti che vietavano l’introduzione di nuovi schiavi mediante la tratta: ma il Governo britannico si affrettò ad annullarli, dichiarando che l’Inghilterra non poteva rinunciare ad un sì lucroso commercio, e il flusso continuò. I corrucciati uomini del Sud attesero la guerra d’indipendenza, ed allora si affrettarono (finita ormai ogni preoccupazione di obbedire a Sua Maestà britannica) a vietare la tratta nei loro Stati, per cui la Virginia fu la prima a proibire per legge quell’infame commercio. Nuovi sentimenti umanitari si facevano adesso strada; i capi della Rivoluzione, in gran parte meridionali come Washington e Jefferson, condannavano non solo la tratta, ma la schiavitù stessa con parole di fuoco. Ora, alla Convenzione costituente del 1787, la proposta di abolire la tratta nell’intera Unione fu avanzata formalmente; ma qui ci si trovò davanti all’ostilità degli Stati del Nord, che, prevalentemente marittimi, avevano ereditato tale odioso ma lucroso traffico dalla Gran Bretagna, e non intendevano rinunziarvi. In fin dei conti si arrivò ad una specie di compromesso e con atto del 1807, sotto la presidenza di Jefferson, la tratta fu ufficialmente abolita a decorrere dal 1â gennaio 1808.
Un secondo atto del Congresso, nel 1820, la dichiarò pirateria, e punibile come tale. Tuttavia, sia pure come contrabbando, la tratta non scomparve del tutto. I meridionali non cessarono di denunciare i mercanti e le navi nordiste come responsabili di tale illecito traffico: e per la verità, ancora il 21 aprile 1861, quando l’agitazione antischiavista aveva raggiunto il culmine, e addirittura erano già state sparate le prime cannonate della guerra civile, il comandante Alfred Taylor, dell’incrociatore nord-americano Saratoga, informava di aver catturato una nave negriera della Nuova Inghilterra con un carico di 961 schiavi: si trattava della Nightingale, di Boston, diretta a New York. Dal 1808 comunque la massa degli schiavi esistenti negli Stati Uniti d’America non fu più aumentata mediante arrivi dall’Africa o da qualsiasi altro paese se non saltuariamente ad opera di contrabbandieri; rimaneva però sulle spalle del Sud e dell’intera Unione il terribile problema della schiavitù, ereditato dalle generazioni precedenti».
Analisi acute, quelle del Luraghi – ciò che importa rilevare è la demolizione dei più vieti luoghi comuni coi quali ancor oggi si tenta di infamare l’illuminato atteggiamento sudista – e tuttavia insufficienti a chiarire quella dinamica storica. Nell’opera resta infatti nell’ombra l’identità dei promotori della «peculiare istituzione», nessun nome, nessuna evidenza razziale viene data ai negrieri, talché resta alla fine l’impressione di un «gioco» giocato tra «bianchi», certamente «sudisti» ma anche «puritani della Nuova Inghilterra». Cosa però, visti i nomi in questione, del tutto inverosimile.
E tuttavia, elevandosi dalla storiografia ad accenni di filosofia della storia dopo avere elencato le cause del «conflitto irreprimibile» tra i due mondi, lo storico milanese, trattando del Sud, ci apre la strada a considerazioni di più ampia portata: «Nella nuova civiltà che si apriva energicamente il passo a nord della linea Mason e Dixon vedevano con orrore e spavento l’affermarsi di un genere di vita grigio e senza colore, l’avvento di un tipo di uomo pedestre e standardizzato. Il predominio del più energico negli affari e nell’industria sembrava loro dare inizio ad un’età infernale che avrebbe valutato gli uomini in base alla loro capacità di far denaro; nelle grandi città moderne essi osservavano piuttosto i sobborghi cupi e sterminati, l’atmosfera velenosa e pestilenziale, la standardizzazione monotona del modo di vita e degli ingegni, gli slums, l’avvento di un industrialismo distruttore della personalità umana. Se si pensa ai problemi più gravi che dovette poi e che deve ora affrontare non solo l’Unione americana, ma tutta la moderna società industriale, non si può negare lungimiranza a quei “passatisti”, difensori di un mondo rurale individualista».
«In effetti il Sud non si sentiva impegnato specificamente per la schiavitù, o per il libero scambio, o per i diritti degli Stati, o ancora per l’agricoltura o per altri motivi economici: ma per difendere una sua specifica “maniera di vita” che esso non voleva sacrificare; una “maniera di vita” in cui entrava per un verso o per l’altro tutto ciò che sopra si è elencato, ma che sarebbe inesatto ridurre all’uno o all’altro di questi suoi peculiari aspetti; una “maniera di vita” che esso temeva di veder stritolata sotto il rullo compressore dell’industrialismo avanzante. Non che i sudisti più colti e più lungimiranti non si rendessero conto che in questa “maniera di vita” c’era più di una zona d’ombra: la questione non stava qui. In realtà premeva ad essi di “non gettar via il bimbo insieme all’acqua sudicia”; e pensavano che per poter far questo (e poi pian piano eliminare l’acqua sudicia da sola) occorresse anzitutto difendere comunque il loro mondo contro le forze che parevano minacciare rovina».
Allarmate per gli sforzi che i reggitori sudisti stanno compiendo 1) per giungere, gradualmente, all’abolizione della «peculiare istituzione», ormai anti-economica, socialmente distruttiva e moralmente sempre meno accettabile, e 2) per rendersi autosufficienti contro le tariffe imposte e i ricatti economici avviando una propria industrializzazione – bramose inoltre 3) di non lasciarsi sfuggire quell’ampio mercato e 4) di impedire un suo autonomo organizzarsi per l’esportazione dei prodotti (ad esempio, per giungere sui mercati europei il cotone deve prima passare per New York e altri porti del Nord), l’industria nordista e la grande finanza «tedesca» dei Bache, Belmont, Goldman, Guggenheim, Hallgarten, Heidelbach, Ickelheimer, Kuhn, Lehman, Lewisohn, Loeb, Sachs, Schiff, Scholle, Seligman, Speyer, Straus e Wertheim che già domina l’industria tessile e va sviluppando – interconnessa oltretutto da vincoli non solo finanziari ma anche matrimoniali – un’economia integrata di scala e nuove forme di vendita (catene di department stores, grandi magazzini; mail order, il primo catalogo di ordini per posta viene stampato in una soffitta di Chicago nel 1872; i primi shopping centers seguiranno settant’anni dopo, ideati dall’«austriaco» Victor Grün) promuove, avanzando i più alti ideali, l’annientamento di una Nazione.
Punto di svolta epocale, questo, premessa indispensabile per imporre al mondo, contemporaneo e futuro, 1) l’industrialismo come «scelta» di vita, 2) il liberismo come arma dei più forti, 3) la democrazia come strumento politico per la distruzione di ogni civiltà «non conforme», 4) l’universalismo come obiettivo finale, prima dell’apertura del Regno. L’annientamento della Confederazione avrebbe costituito la prima tappa di tale percorso, «laico» ma in realtà religioso; la distruzione del cuore dell’Europa nella Grande Guerra, la seconda; lo scontro in terra spagnola nel 1936-39, la terza; la crociata congiunta di Democrazie e Comunismo contro l’Europa – contro nazionalsocialismo e fascismo, contro il Sistema di Valori indoeuropeo – la quarta.
Gianantonio Valli
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