Pagine

Bessie Rebecca Burchett: "Giano nel culto e nella vita di Roma antica" - Recensione

"Lo vedo..

Quel Giano bifronte
sorride e ghigna
attira l’attenzione con gli opposti.
E’ qui presente
davanti a me
lui in me come io in lui.
Siccome è doppio
bianco e nero
buono e cattivo
mi piace e non mi piace.
Lo vedo..

Come un pensiero
che sorge dagli umori
automaticamente consequenziale,
perché preoccuparsene?"
(Paolo D'Arpini)

GIANO nel culto e nella vita di Roma antica

cop Giano

di Bessie Rebecca Burchett - Edizioni VictriX

Un’opera dedicata integralmente a Giano e al suo culto nel mondo romano, il più arcaico e “misterioso” fra i culti romani. Proprio per la sua originaria natura, quello di Giano è un culto assai complesso, sia dal punto di vista dell’indagine sia dal punto di vista dell’interpretazione, anche alla luce di apparenti contraddizioni e diversità che sembrano enuclearsi a partire dalle fonti più arcaiche.
L’autrice, Bessie Rebecca Burchett,   ha il grande merito di servirsi di un vasto e approfondito apparato bibliografico e, soprattutto, raccoglie quanto risulta possibile fra gli scritti degli autori antichi su Giano.
L’esposizione dei materiali raccolti appare strutturata in modo ordinato e semplice, per mettere in luce nella maniera più completa ed esaustiva affini e contrastanti affermazioni in merito a questa divinità. Per queste apprezzabili ragioni questo breve trattato può fornire una prima base e, soprattutto, linee precise per acquisire un’elementare conoscenza della complessa materia teologica relativa al Dio Giano, anche se la necessità di una sintetica trattazione non può esaurirla compiutamente.
Nella pregevole raccolta delle fonti sono fondamentali le citazioni riportate da Macrobio, Catone, Varrone, Plauto, Plutarco, Ovidio, Virgilio, Augusto, così come da Dionigi di Alicarnasso, Minucio Felice, da Paolo-Festo, Servio, Ausonio, Sant’Agostino, Ateneo, Arnobio, Isidoro, Lido, Procopio e dalla Suda, così da consentire al lettore di disporne direttamente, fonti da cui in alcun caso si può prescindere, anche se il contesto storico specifico assegna ad ognuna di esse un valore diverso, rendendo anche evidente come, nello sviluppo cronologico, venga perso il senso originario e quindi la relativa comprensione di questa arcaica ed originaria divinità.
Naturalmente diverso è lo spirito con cui Macrobio, Catone o Varrone riportano le proprie fondamentali considerazioni su Giano, già rispetto a Ovidio, ancor più, ovviamente, a seguire nell’addivenirsi delle testimonianze storiche, Agostino d’Ippona che non poteva che esaminare i culti degli antichi a partire da una concezione della religiosità profondamente lontana dalle origini romane, una religiosità ormai intrisa di quello spiritualismo intimistico proprio di tutte le religioni dal carattere primariamente devozionale come il cristianesimo della fede.
La visione religiosa degli antichi è una visione noumenica che sorge da una religiosità arcaica specifica, e via via, per molti tratti, la possibilità di comprendere queste forme di religione si perde nel tempo, fino a diventare pressoché incomprensibile, specie per l’uomo moderno o postmoderno, di fatto ateo e profano, che al massimo si può fare del Divino un’idea sentimentale, talvolta puerile, lontana, molto lontana dalla realtà.
È certo impossibile trattare del culto, di divinità, di aspetti religiosi a partire da una distorta idea di religione o da un ateismo di fondo, temi che pur l’a. cerca di mettere a fuoco nel primo capitolo, dedicato all’indagine sulle origini del culto di Giano, ma ella stessa poi non percorre questa strada, cadendo nell’errore di avvicinarsi alla comprensione con una mentalità moderna e finendo per dimostrare proprio come nel tempo si sia persa, di fatto, la comprensione di un’arcaica visione noumenica.
Anche solo dal punto di vista simbolico non si può privare di significato ciò che, in primis, è costituito proprio “simbolicamente” a monito, evocazione, esortazione, rimando, supporto per ricondurre alla causa. In quanto traccia, il simbolo addita sempre al principio da cui trae fondamento e origine. Quanto più si risale indietro nel tempo, quanto più i simboli si scarnificano, si emblematizzano e diventa più difficile interpretarli o anche solo riconoscerli come tali. Allo stesso tempo quanto più si materializza la visione dell’uomo, quanto più ogni cosa diventa inintelligibile.
Guardando le cose a partire dalle loro sembianze e in assenza di un metodo religioso, non si giunge mai ad intravederne le cause e, dunque, le ragioni che altro non possono che derivare dalle cause. Cercare di conoscere la natura del Dio, a partire dal fatto che non Esso è la causa dell’uomo, ma l’uomo la causa del Dio, ovviamente non può che dare un sol frutto. Si guarda il fenomeno e si pensa che possa essere tutelato da uno spirito, da un numen, cui si dà un nome e degli attributi, come delle specifiche funzioni, così l’a. cerca, in modo “rigoroso”, di dimostrare la “fabbric-azione” di Giano e del suo culto, individuando “contraddizioni e insussistenze”, ma non fonda dovutamente sulle sue stesse premesse.
È altresì evidente che l’universo culturale e religioso non può che essere strettamente simbolico, in qualsiasi contesto sia calato, da Oriente a Occidente, specie, dunque, quando si cerca di indagare la natura di una divinità, la ragione di un culto, la dedicazione di templi e di ludi, la veicolazione delle immagini attraverso la monetazione, occorre che l’indagine si ponga l’umile sforzo di evitare giudizi e conclusioni che rischiano di presentare limiti e distorsioni ermeneutiche.
L’assunto fondamentale che l’a. pone e riconosce è il fatto che “Giano conservò l’ancestrale caratteristica dinumen”, per cui le sue raffigurazioni antropomorfe, specie nella statuaria, sono assai rare. I romani, “fino ad un periodo relativamente recente della loro storia, non rappresentarono i loro dèi attraverso la statuaria” e Giano è sempre rimasto fortemente connesso ad elementi simbolici legati agli “inizi”, come la porta o il porto, il mese di Gennaio, “il primo mese dell’anno nel nuovo calendario aveva il suo nome; le cerimonie per l’insediamento dei consoli lo collegavano in qualche modo alla datazione dell’anno; un epiteto, Junonius, sembrava legarlo alle calende; un altro epiteto, matutinus, lo associava all’alba”, così come gli autori latini spaziano in analogie sempre di natura simbolica per descriverne attributi e funzioni. Ne consegue che non è difficile comprendere come possa un numen assumere molteplici caratteristiche, anche se è complesso individuarne le sottili confluenze, sia dal punto di vista simbolico, che negli sviluppi storici. È infatti corretto evidenziare che anticamente il primo mese dell’anno era dedicato a Marte e non a Giano, ma i mutamenti calendariali storici e simbolici che hanno prodotto la “nuova” dedicazione del primo mese vanno considerati a partire dalla funzione e dal senso del calendario originale e del successivo calendario numano.
“Siccome sono le cerimonie religiose a specificare il carattere di una divinità” e le divinità ancestrali e fortemente simboliche come Giano non hanno particolari cerimonie religiose ad esse dedicate, diventa impossibile capacitarsi e specificare in maniera univoca il carattere di Giano, che assumerà dunque così tante caratteristiche per “strana coincidenza”. Ed ecco che Giano è Dio degli inizi per “inveterata consuetudine” o non è Dio degli inizi perché non si ha riscontro di offerte a lui fatte nelle Calende, né al mattino o simili. Ancor più azzardato è cercare con “logiche profane” il senso dell’ordine gerarchico delle divinità invocate in preghiere e riti.
Quanto le Edizioni Victrix progettualmente intendono fare, ridando alle stampe opere e scritti sui temi fondamentali della religione romana, raccogliendoli nella collana Religio Romana, sorta a tal fine, dimostra molto chiaramente la volontà di fornire le basi primarie per affrontare lo studio della complessa materia teologica romana, anche tramite ricerche, elaborazioni, indagini “filologiche” e “archeologiche” che permangono valide nella loro struttura documentale, anche se a volte possono richiedere appunti o chiarimenti circa l’indirizzo interpretativo dei documenti raccolti e ordinati. Un’adeguata applicazione alla religione romana richiede molto spesso un radicale mutamento di prospettiva visuale, proprio perché la sua interpretazione necessita di un punto di vista religioso, in special modo romano.
Infine un invito ai lettori, affinché colgano, al di là della “lettera”, quanto profondamente il culto di Giano abbia permeato tutta la religione romana e quanto, ancora oggi, esso possa, essenzialmente, incarnare la sua funzione e ispirare la pace:
Ianvs presiede alla Pax e al Bellvm, le porte del suo tempio sono chiuse quando vige la Pax Qvirinalis e sono aperte quando si sviluppa il Bellvm Martialis. La Pax, in quanto relativa all’aspetto non agente dell’Essere, trascende il Bellvm, che è relativo all’aspetto dell’Essere agente nell’esistenza duale. In Ianvssono inoltre unificate Pax, Concordia e Salvs:
                                       Ianvs adorandvs hoc concordia mitis et romana Salvs Araqve Pacis erit.Ianvs, nella sua natura incondizionata, presiede tanto al Regno dell’Essere Divino Essenziale, quanto al regno dell’esistenza, del divenire, del mondo, perciò ha un primato assoluto su ogni ordine di cose. Esso costituisce la Pax e i modi per ricondurre alla Pax.”
http://www.victrixedizioni.it/chi-siamo/

Fantareligione - Vangeli canonici ed il Cristo decontestualizzato



I racconti evangelici, nella loro astrazione -come fossero racconti fiabeschi-  non permettono di identificare un elemento concreto. Questo il loro fascino ma anche il loro limite. Al contrario, la Fascinazione Mitica, alla quale i creatori dei Vangeli si sono sicuramente ispirati, permette una continua traslazione nella tradizione del mito: dalla Persia, alla Mesopotamia, alla Grecia, a Roma e da questa a tutta l’ area mediterranea, compresa la Palestina, ma soprattutto Alessandria d’Egitto cuore pulsante e concentrazione di tutto il pensare ed il sentire.

Il Gesù dei Vangeli vive, si muove ed opera su di uno sfondo ambientale e storico irreale, tranquillo, folkloristico, pacifico, al massimo turbato da qualche dramma personale senza importanza sociale, quali infermità o alienazioni mentali (indemoniati), drammi che danno al personaggio l’occasione di mostrare i suoi poteri taumaturgici e di porsi al centro di una attenzione collettiva priva del tutto di connotazioni politiche e di prospettive rivoluzionarie 

In questo clima è possibile instaurare un insegnamento di carattere personalistico che promette la “vita eterna”, cioè un prolungamento della vita a chi si comporterà in un certo modo ( che può essere anche una modalità di esistenza del tipo di quelle che vanno per la maggiore, oggi, nelle riviste salutistiche. Da aggiungere anche che all’epoca, cioè all’epoca in cui è stato situato, arbitrariamente la predicazione di gesù, la Palestina era letteralmente straziata da guerre civili e da ribellioni contro Roma.

Pitigrilli, nel suo libro ” La bella ed i curculionidi” scrive: I Greci insegnavano ”se sei bello fatti più bello ancora. Oggi la gente coltiva la propria caricatura.”

E Platone: “Scopo dell’uomo è la conoscenza e questa si ottiene nella Comunità e per la Comunità ”

Palingenesi Pitagorica: come scrive Arturo Reghini, non significa morire e rinascere, bensì ripetere l’ atto della nascita. nascere nuovamente.

Frasi utili alla comprensione:

 "Perdonami per non essere riuscito a perdonarti."

"Io sono un altro Te stesso."  saluto dei nativi americani.

"In fondo al Graal c’è il TAO"  Eugenio Montale.

Vasile Droj: "Risonanza nella nostra Mente delle parole che pronunciamo e che ascoltiamo. Non ha senso escludere la sonorità e l’articolazione, cioè la lingua nazionale utilizzata nel discorso, dalla comprensione dei significati.  Non c’è comprensione nella pura astrazione concettuale."

H. Laborit: "La sola ragione d’essere di un essere  è di essere, diversamente non esisterebbero esseri"

Cartesio: "Occorre saper sceverare il vero dal certo"

Georgius Vitalicus

Discussione aperta e serena sulla “dolce morte”…



Tutto il discorso si può dire  che inizia con Socrate e con la sua
decisione di sottomettersi volontariamente alla morte, ovvero
di non fuggire alla condanna inflittagli dagli ateniesi per
avvelenamento con la cicuta.  Ai suoi tempi alcuni dei discepoli
stretti gli consigliarono di non accettare la sentenza e di salvare la
pelle scappando da Atene ma il filosofo imperterrito suggerì: “Prima o
poi la morte arriva comunque, ora se io fuggissi per amore della vita
negherei il valore della democrazia e del verdetto popolare
liberamente espresso, inoltre non conoscendo ciò che mi attende nel
“post mortem”  la curiosità innata del ricercatore che è in me  mi
spinge a non scantonare da questa esperienza,  che  viene
spontaneamente. Se dopo la morte non vi è più nulla  potrò godermi un
meritato riposo se invece vi è ancora coscienza ed esistenza allora
potrò    finalmente corrispondere con spiriti nobili ed elevati ed
avere una interessante condivisione sul significa dell’Essere. In
entrambi i casi perché preoccuparsi?” Con queste parole serene Socrate
bevette l’infuso mortale e se ne  morì descrivendo dettagliatamente le
sue esperienze  fisiche e psichiche in ogni momento del processo di
dipartita.

 Dal punto di vista etico, l’eutanasia  volontaria  ha una sua
dignità morale, non solo nella cultura occidentale ma anche in
oriente, ove è accettato il “suicidio” onorevole, vedi il caso
dell’auto sbudellamento (harakiri) in Giappone, o l’ascesa sulla pira
degli asceti ancor vivi in India (ed a questo proposito ricordo la
storia del guru prelevato da Alessandro Magno  nella piana gangetica e
che si  immolò sul fuoco ardente poco prima della morte di Alessandro
stesso).  Anche in Cina e nella cultura indioamericana la “morte
sacrificale” viene accettata come un fatto normale, addirittura nella
storia mesoamericana si narra che la creazione del mondo avvenne
proprio in seguito al “sacrificio” di due importanti Dei (uno brutto
ed uno bello) che si gettarono nel fuoco primordiale e da ciò fecero
nascere la vita sulla terra.

 Allo stesso tempo, sempre da epoche immemorabili, viene posto
l’accento sulla gravità del suicidio come atto di regressione karmica,
ad esempio nella tradizione cristiana ai suicidi è comminato un girone
infernale pessimo e persino in India ed in Tibet ai suicidi vengono
riservate numerose reincarnazioni espiative (come ciechi o malati
gravi).  Ma in questo caso si parla di atti di suicidio in cui si
vuole fuggire dal proprio dovere karmico, non si ha il coraggio cioè
di affrontare le prove che la vita ci manda e quindi queste prove
devono essere riportate davanti all’anima. Insomma c’è sempre il
dubbio che  la morte auto indotta sia una specie di fuga o noncuranza
verso la vita, come nel caso di morte causata da eccessi e vizi,  in
tal senso persino la persecuzione terapeutica -che tiene in vita il
malato a “tutti i costi”-  potrebbe esser vista come una forma karmica
espiativa.

Mentre, dal punto di vista del giuramento di Ippocrate,  la cosiddetta
“donazione” degli organi non è altro che un omicidio legalizzato,
infatti molti anestesisti si rifiutano di certificare la “morte
cerebrale” di infortunati (soprattutto giovani) ai quali vengono poi
espiantati degli organi sani, poiché  tali asportazioni possono
avvenire solo su “un organismo  vivo”  -il cuore della vittima  ancora
batte-  mentre l’esame delle onde pensiero segnalanti l’attività
cerebrale  indica  una linea piatta. Il che non significa però che
tale “morte cerebrale” sia reale decesso, infatti la stessa condizione
si manifesta ad esempio in uno stato di assorbimento profondo, come il
samadhi dello yogi, ma già sappiamo che dal samadhi si può
tranquillamente uscire e riprendere le funzioni vitali… Dal che se ne
deduce che “materialmente” la donazione degli organi avviene
“uccidendo” il donatore. Queste ipocrisie e falsità mediche sono poi
“pareggiate” dal punto di vista moralistico nel mantenimento in vita
di un corpo malato irrimediabilmente che viene mantenuto
artificialmente “vivo” come tanti casi eclatanti descritti dalla
cronaca… (vedi sotto).

Lasciando  da parte la “morale” resta comunque aperto il discorso
della legalità e del diritto umano,  in Italia come nel resto de mondo
 il legislatore decide (in teoria) su base  razionale e quindi la
normativa  è ancora aperta sia pur confusa. Qui di seguito voglio
inserire una serie di pareri espressi da alcune persone che, per un
verso o per l’altro  stimo, e lascio a voi il  giudizio finale su
questo argomento:

“Continuando il dibattito interno ad Assoconsumatori in materia di
diritto e libertà di cura, ti invio queste due righe che testimoniano
il nostro necessità di approfondimento. Sull’opportunità del
testamento biologico: certezze e dubbi giuridici Purtroppo le
questioni dell’etica vengono discusse troppo spesso in astratto,
mentre un giurista deve avere il rigore storico e formale che gli
deriva dall’impostazione generale del diritto positivo. Cioè non deve
ragionare secondo le mode ma secondo scienza e coscienza (anche il
giurista), perché seppure sia fondamentale l’aderenza ai mutamenti del
costume tuttavia, se di costume si tratta, esso attiene alle
problematiche più superficiali. Mentre sulla vita e la morte, sul
corpo e sulla salute, su materia cioè indisponibile è ovvio che le
mode hanno molto meno peso. Insomma, si deve seguire un rigore tecnico
che poco o nulla lascia al campo
della discrezione politica o mass-mediatica, delle mode di pensiero o
del presenzialismo. E il criterio primo è individuare la parte debole
– e la parte forte – in campo, ovviamente. Solo tecnica giuridica e
legislativa, appunto, per lo meno per quanto riguarda l’associazione
di tutela dei cittadini, che in questo caso deve intervenire su fatti
che il potere e la propaganda hanno sviluppato come guerra tra poveri
( e non tra un debole ed un potente): qui i poveri sono due: uno a cui
serve un organo, e uno che è in fin di vita, e si vuole inscenare un
conflitto tra questi 2 soggetti, mentre noi sappiamo che siamo a
fronte, invece, di un potere forte (il commercio degli organi, le
cliniche) che, peraltro, è finanziato dai contribuenti (altro soggetto
debole). Infine, va citata la parte della professione medica, che qui
non so se definire potere forte o debole, perché per diritto è il
tutore del diritto costituzionale alla salute. Come detto, la legge
sul testamento biologico non passa, da anni, e pare
poter dire che il vuoto legislativo favorisce il commercio criminale,
cioè i potenti. Infatti, il testamento biologico produrrebbe una forte
contrazione delle donazioni, perché sarebbe molto più forte l’effetto
del “consenso informato”, completo di tutti i dettagli, che
permetterebbero al soggetto volenteroso ma ignaro di rifletterci
meglio. Le molte donazioni (l’Italia è in testa) – che costituiscono
un ricco mercato e drenano molte risorse della sanità su capitoli
molto importanti – oggi vengono ottenute con la deregulation e
l’aggiramento delle più elementari norme di tutela (il foglietto del
Ministero privo delle garanzie di firma …o delle ‘circostanze’ …che
possono essere le più svariate) se non la loro aperta violazione. In
questo senso avrebbe ragione chi sostiene la necessità della legge sul
testamento biologico
ma è probabile che per far questo non serva una nuova legge, che ha il
pericolo di voler varare un nuovo ‘istituto’, quando probabilmente non
serve e tutte le leggi già esistenti sono già ora sufficienti, se
meglio organizzate all’interno della professione medica (insomma, la
legge apposita sembrerebbe fatta apposta per sollevare il
medico da ogni responsabilità, e non il contrario). Noi siamo per un
testamento, chiaro, semplice, valido. Ma non biologico (non ci piace
il termine ‘biologico’ affiancato a testamento, pensiamo ai rischi di
aprire alla disponibilità del biologico, agli OGM, alla manipolazione
della vita, no? Il giurista si pone quindi l’obbiettivo di raggiungere
una prassi legale adeguata, se non ottima, per il riequilibrio dei
poteri e la trasparenza. Quindi, l’analisi giuridica non si ferma qui,
e affronta le contraddizioni  di una norma che appare utile ma non
trova il consenso per essere deliberata e creare un nuovo istituto, ed
ecco perché si solleva l’interrogativo sull’opportunità di un nuovo
istituto, interrogandosi su ogni aspetto di contraddizione in termini
o di spirito della legge stessa. E qui il campo è minato. Infatti,
nelle guerre tra poveri è difficile avere il giusto metro: il problema
della donazione dovrebbe essere un problema di
chi ne ha bisogno, non di chi inavvedutamente ed in uno stato di
bisogno altrettanto grave è indotto a donare, magari a rischio della
propria vita (in assenza di garanzie).
Ho seguito l’iter della legge e la discussione: come ho verificato, è
molto complesso mettere mano alla ‘responsabilità’ di un terzo in
materia di diritti indisponibili: vi è una chiara contraddizione in
termini, i diritti o sono inalienabili ed indisponibili o non lo sono,
non esistono vie di mezzo se non a rischio di ledere alcuni principi
basilari dell’impianto del diritto positivo (il diritto naturale può
disporre con potere assoluto sulla vita, quello positivo nasce per
creare un sistema di garanzie ) Per esempio, basti pensare che nessuna
legge può costringere la coscienza del medico, che per legge opera in
scienza e coscienza, e se tale legge vi fosse si creerebbe la
situazione contraddittoria e difficile (moltiplicata per mille) che
abbiamo per l’aborto. La caccia alle streghe si allargherebbe, invece
di normalizzare la situazione, insomma si uscirebbe dal seminato della
scienza propriamente intesa e si rimetterebbe il tutto in
mano alla discrezionalità della politica. Invece si deve trovare
l’equilibrio, ed in questi casi è meglio rifarsi agli impianti
giuridici corretti, cioè basandosi sulle norme esistenti (che ve ne
sono tante) semmai individuando gli aspetti mancanti, per ottenere una
efficacia delle norme (nel loro complesso e non singolarmente intese)
piuttosto che inventare nuovi istituti che possono aprire la strada ad
avventure che sfuggono alla nostra indagine o immaginazione. Per
questo motivo, ho apprezzato le dichiarazioni dell’Ordine dei Medici
di Milano, che hanno ipotizzato un percorso etico della professione in
materia (appoggiato alle norme esistenti, magari con qualche minimo
ritocco), cioè ad una piena responsabilità del professionista, in un
sistema di trasparenza tra fatti e diritto, mediato dalla scienza
nell’esercizio della professione (che non è solo scienza, ma anche
coscienza, appunto). Di fatto, si dovrebbe sviluppare un modello di
‘testamento’ che lega la pratica di tutela dell’associazione dei
donatori (una delle parti deboli) alla pratica giuridica della
medicina legale (infatti in mezzo vi è una zona grigia). Una
operazione testamentaria che agendo su un diritto indisponibile deve
essere blindata nella procedura e garantita nella forma ma anche
…nella sostanza. Questo modello di testamento dovrebbe prendere in
considerazione che l’assenso debba essere espresso in modo informato e
per fattispecie che, scientificamente, presuppongono rischi diversi.
INFORMAZIONE: tutta l’informazione scientifica corretta e trasparente
FATTISPECI: tutte le fattispecie della casistica, per esempio coma,
tempi di prognosi ed accertamento prima dei quali o dopo i quali uno
rilascia il consenso, cautele come per esempio la libera scelta di
terapie alternative in caso di dichiarazione di fallimento della
scienza ufficiale, etc.” (Assoconsumatori)

 ——————–

”Nel concordare in pieno con questi concetti, e preannunciando un mio
futuro articolo che cercherà di inquadrare la questione nell’ambito
della complessità moderna (ovvero: interessi economici dietro il
mercato della salute), occorre aggiungere qualcosa: il cinismo cui
viene decretata la condanna a  morte fra atroci dolori si basa su
concetti falsi che vanno smascherati. Concetti tanto più falsi quanto
più mascherati di buonismo dolciastro. L’ esempio essenziale ci viene
da quanto fatto in relazione al trapianto di Organi. Il trapianto di
organi, ed il suo mercato nero, è divenuto possibile solo quando si è
proposto come  businnes e cioè da quando una sentenza della Corte
Suprema di California, peraltro molto contraddittoria e molto
contraddetta,ma automaticamente accolta in tutto il mondo, stabilì che
gli organi umani non hanno prezzo. [ Moore v.Regents of University of
California, 51 Cal 3d120,P2d,1990 ] Da questo momento è esploso il
business,che potendo utilizzare una materia prima senza prezzo,
permette qualsiasi tipo di speculazione. Per poter impiantare il
business hanno dovuto inventare il concetto di “morte cerebrale”, che
è un falso assoluto. Tant’è vero che la constatazione di morte, al di
fuori dei procedimenti atti a favore i trapianti, si fa ancora con i
vecchi sistemi. Per poter “operare” in tutta calma, hanno dovuto
by-passare uno scoglio apparentemente insuperabile: quello del
consenso informato. Non solo non hanno chiesto il consenso, ma non
hanno  neppure informato! Infatti nessuno nel nostro paese sa di che
si tratta quando si parla di trapianti. Ci si limita a sperare di non
trovarcisi impigliati ( o…impagliati!) Di queste belle prodezze si è
fatta  pronuba la cattolicissima Rosy Bindi, durante il suo “mirabile”
soggiorno al Ministero della salute ( si fa per dire…). Insomma,
costoro…e non si sa bene chi, pretende di stabilire non solo se una
persona è morta o viva, ma anche se il paziente in morte cerebrale
soffra o meno….che è una  mostruosità scientifica (oltre che
criminale, vedi il testo fondamentale della Bioetica: Vita, morte
miracoli, Feltrinelli, a cura di Nespor, Santosuosso e Satolli). Per
concludere, ma solo per il momento, quattro considerazioni:

Simone de Beavoir: Tutti gli uomini devono morire, ma per ogni uomo la
morte è un’ accidente ed una violazione ingiustificata, pur sapendolo
e pur consentendovi. L.Wittgenstein: Dare un nuovo concetto può
significare solo introdurre un nuovo impiego di un concetto, una nuova
pratica. Il concetto di è vago.
Ch.Hufeland, (medico, 1762-1836): Quando nel suo lavoro un medico
presume di poter prendere in considerazione se una vita ha o no
valore, è impossibile limitare le conseguenze di questo atto, ed il
medico diventa l’ uomo più pericoloso dello Stato.
AA.VV. ( Op.cit.) Nessuno può dirsi “proprietario” di se stesso, del
proprio corpo o della propria persona. La proprietà è infatti un
potere che si esercita su un “bene economico” (materiale o
immateriale) e che comporta la possibilità di utilizzarlo a proprio
piacimento:sia di goderne, sia di disporne, cedendolo ad altri. L’
essere umano, la persona, il corpo non sono oggi beni economici e di
essi nessuno può disporre. Martin Luther King: Le nostre vite
finiscono quando taciamo di fronte alle cose davvero importanti”.
(Giorgio Vitali)

……………….

”Eu-tanasia è un vocabolo greco, composto di un prefisso “eu” che vuol
dire buono; e da “tanatos” che significa morte. La “buona morte” che
ciascuno si augura per i malati terminali in preda a sofferenze acute,
 non  ha niente a che vedere però con la morte per disidratazione, ed
inedia, che i magistrati di Cassazione  vogliono per forza infliggere
alla indifesa Luana Englaro: essere vivente, e senziente i   dolori
fisici, perché se il  cervello è spento alla ragione, i sensi ed il
sistema nervoso che li irradia in parte funzionano.  La morte per sete
è orrenda, per i malesseri che provoca  prima che intervenga il coma
iperglicemico  che uccide l’ infelice torturato: era una delle
pratiche di Abu Ghraib, insieme al suo opposto “waterboarding”
(affondare la testa della vittima nell’ acqua fino a farlo soffocare)
che si pratica invece a Guantanamo. Delle quali pratiche Obama ha già
chiesto a Bush e Cheney di fornire ragione, e i Democratici più
sensibili all’ orrore reclamano il processo al comandante-fellone.
(Certo questo non lo racconta il Quotidiano Unico, tutto impegnato
contro la “dittatura” di Putin, e per la “integrità” della Georgia; ma
nondimeno, questo accade in O/merica).  Consigliamo allora gli
ermellini ipocriti che vogliono, nuovi Ponzio Pilato, “lavarsi le
mani” da un caso scottante cedendo alla furia della tribù più barbara
che reclama “Morte” per l’ innocente, di sparare direttamente in bocca
 alla sfortunata Eluana, diventata caso ideologico tra fazioni
“opposte” in lizza per il primato culturale.  Ma qui non c’ entra
niente “religione o laicità”, difesa dalla vita o diritti individuali,
qui ci sono solo le torture di una morte cattivissima inflitta a
qualcuno che non può ribellarsi al gioco orrendo delle
strumentalizzazioni “opposte” e convergenti…… “  (Gianni Caroli).

 Ecco vi ho fornito una panoramica alquanto laica e scientifica sui
diversi punti di vista legali e etici sul tema, di più non posso fare
anche perché  non è nelle nostre mani poter prendere decisioni in un
senso o nell’altro. Credo che il “feroce”  karma umano stia già
lavorando nel tracciato del dovuto….

Mi si perdoni l’argomento "truce"...


Paolo D'Arpini  (16 novembre 2008)




Significato del solstizio invernale e Dies Natalis Solis Invicti


Lo spirito non può essere scisso dalla materia, sono espressione l'una dell'altro. Il naturale afflato che si manifesta di fronte alla meraviglia di sé del mondo...”  (Saul Arpino)

La festività del Dies Natalis Solis Invicti ("Giorno di nascita del Sole Invitto") veniva celebrata nel momento dell'anno in cui la durata del giorno iniziava ad aumentare dopo il solstizio invernale.

La "rinascita" del sole. Il termine solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente "sole fermo" (da sol, "sole", e sistere, "stare fermo").

Infatti nell'emisfero nord a partire  dalla metà del mese sino agli ultimi giorni dicembre il sole sembra fermarsi in cielo (fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all'equatore). In termini astronomici, in quel periodo il sole inverte il proprio moto nel senso della "declinazione", cioè raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell'anno.

Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d?state, in giugno, quando avremo il giorno più lungo dell'anno e la notte più corta. Il giorno del solstizio cade generalmente il 21 dicembre, ma per l'inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto giorno successivo. 

Il sole, quindi, nel solstizio d'inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell'oscurità ma poi ritorna vitale e "invincibile" sulle stesse tenebre... Tutto parte da una osservazione attenta del comportamento dei pianeti e del sole, e gli antichi, per quanto possa apparire sorprendente, conoscevano bene gli strumenti che permettevano loro di osservare e descrivere movimenti e comportamenti degli astri.

Nel contempo il significato esoterico è anche quello della vittoria del reale che smaschera il fittizio, cioè quel che è vero, la crescita luminosa, diviene evidente mostrando così la finzione dell'apparire.

Paolo D'Arpini


Sviluppare le qualità nascoste. Esprimere le capacità psichiche inespresse



Varie persone hanno delle convinzioni interiori che non sviluppano e
non utilizzano, lasciandole così sterili a spegnersi, semplicemente
perché pensano a priori che non possano avere alcun successo.
Credo che questo sia sbagliato sia psicologicamente che concretamente.
Psicologicamente perché sviluppare, seguire e diffondere le proprie
convinzioni (perennemente in fieri, s'intende, non certo statiche,
poiché interattive col reale dell'esperienza) è una forma di sanità
mentale e benessere psichico. Concretamente perché se 100 persone
provano a seminare e coltivare qualcosa, nonostante sappia che una
frazione andrà perduta, tuttavia vedrà crescere almeno una parte del
seminato. Se invece nessuno semina nè coltiva nulla in tal caso andrà
certamente perduto tutto e guadagnato niente.


In campo artistico e scientifico le cose funzionano proprio così,
molti provano ed almeno alcuni riescono ad ottenere qualcosa di nuovo.
Non si vede motivo perché non possa essere lo stesso anche in campo
sociale, laddove le "regole" altro non sono che convenzioni, destinate
oltretutto a decadere fino ad essere dimenticate qualora non
incontrino il consenso sufficiente.


La creatività sviluppata dipendentemente dai bisogni deve essere
coltivata, dunque, anche in questo ambito. E, naturalmente, la
creatività non può certo essere dedotta dai mass media, strumenti
falsi e bugiardi di inganno e menzogna di regime, che conviene
boicottare integralmente, onde diminuirne il potere conferito dall'
acquisto ed uso: "facciamo politica ogni volta che facciamo la spesa";
ricordava Alex Zanotelli, il che vale anche per la nefasta spesa
massmediatica, con tutto il suo negativo effetto distrattivo e
sviante, ad unico profitto delle classi padronali dominanti, non certo
del popolo.


Tanto, comunque, in un modo o nell'altro, di una vita sociale siamo
necessariamente partecipi, non abbiamo modo di eluderla del tutto.
Meglio esservi partecipi quali soggetti coscienti ed elaboranti che
quali autoipnotizzati fruitori passivi di disinformazione dominante,
riducendosi ad "uomini ad una dimensione"; come direbbe Marcuse.
Costruiamo piuttosto noi stessi la nostra informazione, fondata sulle
nostre vite, bisogni e progetti: ciò sarà certamente più utile che
seguire le fanfare propagandistiche padronali.


Lasciamo pure "La voce del padrone" risuonare nel vuoto, nel quale
nulla più potrà comandare, per mancanza di obbedienti.
Chi è soddisfatto dello stato di cose vigente non ha alcun problema:
non deve far altro che accettarlo e fruirne.


Chi per qualche motivo invece non ne è soddisfatto si trova
necessariamente ad avere bisogno di alternative.
Ora, le alternative possibili esistono sempre, in quanto costruzioni
mentali e progetti.


Dobbiamo ben distinguere il materiale naturale da quello artificiale:
se abbiamo bisogno di oro o di rame bisogna vedere se ce ne è, le
materie prime naturali esistono in quantità e tipologia limitata, non
sono un nostro prodotto, sono un prodotto dell'Universo a nostra
disposizione, ma ha deciso l'Universo cosa c'è e quanto ce n'è.
Il materiale artificiale, invece, è ciò che costruiamo, inventandolo,
progettandolo e realizzandolo, il che vale anche per le convenzioni
sociali, che sono scelte di comportamento.


Il comportamento altro non è che ciò che facciamo, dipendentemente dal
nostro esercizio di scelta.


Sarvamangalam