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L'anello mancante - Fine del giudaismo messianico ed inizio del cristianesimo

Foto di Gustavo Piccinini

Il variegato universo giudaico del I secolo, nel quale vennero a confluire le diverse correnti dell’ebraismo, visse anni di grande fermento nel periodo compreso tra la fine del messianismo di tipo davidico, conclusosi con la morte di tutti i figli di Giuda il Galileo, e la distruzione di Gerusalemme e del tempio appena seguite dalla rivolta di Masada, nella quale morì il “resuscitato” Lazzaro (ultimo discendente di Giuda il Galileo), e dalla lapidazione del messia Yeshua nei primi anni dell’ottavo decennio d.c.

Sono gli anni nei quali si consumò il “canto del cigno” di un’attesa spasmodica e disperata che, dopo il fallimento della croce, partorì nuovi messia e nuovi inutili sogni di riscatto (fedelmente registrati negli scritti di Giuseppe Flavio).
La distruzione di Gerusalemme e del tempio fu un colpo terribile per l’intero mondo ebraico.
Il tempio era per il popolo il cuore della nazione più di quanto non fosse la stessa terra.
Si poteva essere ebreo a pieno titolo risiedendo ovunque ma riconoscendosi sempre nella realtà sinagogale (in generale) e nel tempio di Gerusalemme (in particolare), nella sua autentica testimonianza della legge mosaica, nella sua storia, nelle sue tradizioni e nel modello giudaico sacrificale.
Questo insolito senso dell’identità nazionale rendeva la nazione ebraica estremamente vulnerabile, tanto è vero che la disastrosa distruzione del 70 d.c., in un sol colpo sembrò annullare le speranze, il patrimonio spirituale e perfino la stessa memoria storica del popolo “prediletto da Dio”.
Eppure nemmeno questo fu sufficiente a debellare quell’ostinazione messianica che addirittura settant’anni dopo, nel 135 d.c., spinse il “figlio della stella” (Simon bar Kochba) ad impugnare le armi nell’ultimo disperato tentativo di riscatto, di fronte all’ennesima provocatoria profanazione della “città santa” ad opera dello storico ed odiato nemico romano.
Il popolo ebraico, in gran parte già cittadino del mondo, fu allontanato e si disperse del tutto.
Fu l’ultimo atto di un messianismo morente, una sconfitta bruciante e inappellabile, inaccettabile smentita di una promessa divina.
Soltanto allora, lontano dai condizionamenti di quel mondo, fece la sua comparsa l’embrione del “Figlio di Dio”.
A concepirlo fu lo stesso essenismo che, provenendo dalla visione mistico-ascetica del I secolo a.c., era divenuto nel secolo successivo il supporto ideologico di quel profetismo messianico di stampo insurrezionale che, a dire di Giuseppe Flavio, fu la causa della rovina nazionale.
Di fronte all’irreparabile sconfitta, con la complicità dell’ebraismo ellenistico, prese corpo la riscossa ideologica: quel mondo perdente, incredulo di fronte al fallimento di una profezia ineluttabile, guardandosi indietro volle credere (e fece credere) che le promessa vetero testamentaria era passata senza essere vista, che il Re di Israele era in realtà il Re del Mondo, che il Regno di Dio non era per la terra ma per il cielo e che il messia morto era risorto.
In realtà, grazie al felice riciclo, a risorgere sotto nuove spoglie non fu il messia ma il messianismo che, ora soltanto finalmente poteva chiamarsi cristianesimo!
Dall’unione di Gesù (Yeshua) e del Cristo (Giovanni) nacque Gesù Cristo, in tutto simile alle antiche divinità dei culti misterici e pagani, anche se a tradirne le origini erano il pensiero e la parola, entrambi espressione di pura spiritualità essena.
Il sincretismo tuttavia impose un caro prezzo e l’ideologia insurrezionale giudaica si trasformò in pacifismo universale di stampo antigiudaico, l’odio verso gli oppressori in perdono, la spada in ramoscello di ulivo.

Nacquero e si diffusero i canoni scritti, si svilupparono le comunità e tra i tanti “cristianesimi” emerse quello vincente, che noi tutti conosciamo come verità unica e immutabile, che uccise ogni diversa espressione di quel variegato universo mistico, presso il quale ancora sopravvivevano sparute scorie di una memoria storica disorientata e frammentaria ma pericolosa e nemica, perché sufficientemente critica e indisponibile allo stravolgimento o al rinnegamento.
Ma per un intero secolo, dagli anni della croce all’esplosione del nuovo fenomeno, cosa era successo?
Nell’ovvio vuoto di testimonianze del tempo, reperti, tracce o prove di qualsiasi specie sull’esistenza del cristianesimo nel I secolo, alla nascente Chiesa, per dimostrare l’indimostrabile, non restò che costruire la propria “letteratura di conferma” attraverso gli Atti degli Apostoli e le lettere paoline. Ma per fare questo dovette spalmare all’inverosimile, nel tempo e nello spazio, l’evangelizzazione di Paolo della quale dilatò gli effetti oltre ogni limite di ragionevole credibilità.
Lo scopo di una tale operazione fu quello di accreditare alla storia e a se stessa quella “soluzione di continuità”, finalizzata a coprire l’imbarazzante vuoto di eventi e dare fondamento alla pretestuosa successione apostolica sulla quale fondare il proprio primato.
In realtà il I secolo non conobbe il cristianesimo: non esiste una sola prova che possa essere considerata attendibile, alla quale ci si possa riferire per dimostrare il contrario.
La mancanza di testimonianze storiche estranee al mondo cristiano spinge spesso gli studiosi, talvolta anche laici, ad affidarsi alla cronologia espressa dalla fonti “sacre” (Atti degli Apostoli, epistole) per ricostruire le tappe di sviluppo del primo cristianesimo, con la conseguenza di accreditare la nascita del fenomeno cristiano alla storia di un secolo che non lo conobbe.
Tale impostazione, assolutamente estranea a qualsiasi metodologia scientificamente accettabile, porta infatti alla fuorviante lettura di una serie di eventi nell’ottica dello sviluppo della nuova fede, mentre essi sono ascrivibili, semmai, all’ostinato perdurare di quel “messianismo giudaico dell’attesa” non ancora rassegnato al fallimento o, in altri casi, al massimo rappresentano la prima embrionale espressione eterea e impalpabile di quel “messianismo dell’avvento” che, sulla spinta del pensiero ellenistico e superando il vincolo nazionalistico, riconosceva nell’idea incorporea di “logos” il vero segno dell’attesa manifestazione messianica.
Tali ultime forme primordiali, ben lontane dall’essere già cristianesimo, ne costituirono casomai il remoto antefatto ideologico e culturale e ne prefigurarono le caratteristiche distintive in termini di universalità e superamento del rigidismo vetero testamentario.
Ad esempio, il pensiero di Paolo di Tarso (per quanto di storico ci possa essere in tale personaggio e nelle sue missioni), se epurato dalle “scorie” apocrife dei fumosi, tardi e contraddittori riferimenti alla realtà corporea di Gesù Cristo alla sua morte e alla sua resurrezione, lascia intatta una testimonianza esattamente inquadrabile nelle suddette forme embrionali capaci di convogliare, grazie alla straordinaria suggestione mistica che le contraddistingueva, ampi e plebiscitari consensi che, dagli ambienti della diaspora, si sparsero in breve all’intero e variegato mondo pagano, in crisi di valori e di identità.

In tale ottica, dietro agli attriti tra la cosiddetta Chiesa di Gerusalemme e Paolo, che gli Atti degli Apostoli riducono a divergenze di vedute sulla circoncisione, l’osservanza dei precetti e l’apertura ai gentili, si nasconde un conflitto tra due mondi: da una parte l’eredità messianica in senso storicamente autentico e dall’altra la nuova visione volta al superamento del particolarismo nazionalistico, alla promozione ed alla condivisione con il mondo di una rivelazione messianica incorporea alla quale soltanto molti decenni dopo verranno dati volto, nome e vita.
Definire il residuo storico del giudaismo messianico del tardo I secolo come “giudeo cristianesimo” è un errore come lo è definire cristianesimo il tradimento delle aperture paoline: esso non fu altro che l’orgoglio della memoria storica ostinatamente opposta all’oblio dell’universalismo favorito, peraltro, dalla distruzione del tempio e di Gerusalemme.
Solo dopo la disfatta del 135 d.c., svanita definitivamente la chimera dell’attesa messianica, quel giudaismo intransigente si dovette rassegnare ad accettare lo scontro sul nuovo terreno del nascente cristianesimo, che ormai acquistava spessore e scolpiva il proprio idolo sulle pergamene dei Vangeli.
Divenuto solo allora “giudeo cristianesimo”, il messianismo nostalgico affidò la propria disperata difesa a piccole frange superstiti tra le quali la più dura a morire fu forse quella degli ebioniti … ma la favola aveva già rubato il posto alla storia e ogni resistenza fu inutile.
In due secoli il cristianesimo vincente ebbe la meglio sui “cristianesimi perdenti” (per quanto essi possano essere definiti “cristianesimi”) e lo stesso microcosmo della gnosi, espressione di spiritualità pura e autentica, originariamente patrimonio della cultura giudeo messianica, frantumandosi in un’infinità di visioni storicamente disorientate e talvolta distorte dalle esasperazioni escatologiche, decentrò progressivamente il proprio baricentro verso popoli e paesi d’oriente, generando nuovi germogli sempre più lontani dalla radice, per perdersi nelle avventure sincretistiche dell’elchasaismo, con i suoi riti purificatori, ed evolversi nell’anticosmismo dualistico del manicheismo (che ebbe una consistente diffusione sia ad oriente che ad occidente).
Quest’ultimo, che deve il suo nome al fondatore Mani, scivolò verso le suggestioni mistiche dei culti orientali (indiano, mazdiano, iraniano e addirittura buddista) con i quali coniugò ciò che restava dell’antica componente dualistica propria del pensiero gnostico.
Naturalmente, evoluzioni così lontane dall’originale testimonianza giudeo cristiana, non espressero più alcun potenziale di rivendicazione storica della vera vicenda messianica e, se nei territori dell’impero ebbero a che fare con l’ira degli eresiologi, fu soltanto perché costituirono comunque delle pericolose “devianze” dal canone prefissato dall’ortodossia romana, l’unica che vinse bollando ogni diversità come “eresia” e sterminandone ogni traccia.
Nel corso di questo studio, in più di un’occasione, abbiamo interpretato il silenzio degli storici sulla figura di Gesù di Nazareth come prova della sua inesistenza.
Identiche considerazioni, in queste pagine conclusive, possono essere appena accennate con riguardo alla presunta affermazione del cristianesimo nel corso del I secolo.
Escludendo, infatti, le fonti di parte e cioè le attestazioni delle epistole paoline, degli Atti e di tutto quanto possa essere ascritto al canone neotestamentario o alle presunte prime testimonianze extracanoniche di dubbia genuinità (la Didachè, la prima lettera di Clemente o quelle di Ignazio di Antiochia), cosa emerge dagli scritti del tempo a conferma dell’esistenza di un movimento cristiano nel I secolo o agli inizi del II?
Perché non esiste traccia di quella oceanica diffusione a macchia d’olio, avviata da Paolo di Tarso e così profusamente attestata nelle fonti di parte cristiana?
Possono essere forse ritenute conferme sufficienti il passo di Tacito sulle persecuzioni neroniane con tutte le sue evidenti interpolazioni, la riga dedicata da Svetonio all’espulsione dei giudei da Roma (che nemmeno gli Atti degli Apostoli ascrivono al movimento cristiano) o l’oscura e dubbia persecuzione di Domiziano che non ebbe a che fare con i cristiani ma fu mossa dall’ossessione dell’imperatore per le congiure (tanto è vero che colpì verosimilmente i soli appartenenti alla famiglia imperiale)?

Sono mai stati forse rinvenuti i resti di una vera chiesa cristiana o un solo reperto archeologico (un’epigrafe, una semplice incisione, un oggetto di culto) che possano confermare l’esistenza dei cristiani e la celebrazione nel I secolo di liturgie ispirate a Gesù Cristo?
Alla luce di quali obiettive risultanze si può asserire che i Vangeli canonici furono compilati nella seconda metà del I secolo?
Se escludiamo i nove caratteri del minuscolo e indecifrabile frammento di Qumran (7Q5), è mai stata trovata una sola traccia che possa autorizzare una datazione così remota e precisa da consentire addirittura una differenziazione cronologica tra i quattro canoni dal 50 al 100 d.c.?
Non è strano che tutte le testimonianze (non di parte) riguardanti l’esistenza del cristianesimo, nonché i più remoti frammenti dei Vangeli siano apparsi copiosamente a partire dalla metà del II secolo d.c.?
Perché, infine, ancora oggi non esiste uno studioso di parte cristiana che si ponga queste semplici domande prima di pubblicare libri, scrivere articoli o apparire nelle trasmissioni televisive per sostenere la storicità di Cristo e l’assenza di una soluzione di continuità con la nascita e la diffusione della cristianità?
L’augurio conclusivo è che questo nostro lavoro, sicuramente avversato dalla casta di coloro che consapevolmente mentono al mondo da secoli, possa, almeno nel suo piccolo, contribuire ad infondere coraggio a chi, pur intellettualmente onesto e preparato, non ha mai osato andare oltre il dubbio, nel timore di giungere a vedere con fin troppa chiarezza i contorni di una favola che oggi ancora in molti continuano a chiamare storia.
(Fonte: http://www.yeshua.it/)


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Commento di Giorgio Vitali: “L'errore fondamentale di queste posizioni, derivate dalla supervalutazione millenaria della bibbia, consiste nel dare importanza ad uno sparuto gruppo di persone, quali potevano essere gli abitanti della Palestina dell'epoca e ad una presunta religione che non significava nulla. Inutile entrare nel merito. I documenti ci sono. Confermati anche dalla ARCHEOLOGIA STORICA di questi ultimi decenni. Servirebbe però un minimo di INTELLIGENZA critica per capire la sostanziale differenza tra la grande cultura classica e questo presunto GIUDAISMO, non si sa bene da chi praticato, fermo restando che anche i Vangeli sono un MITO narrante la storia della penetrazione del NEOPLATONISMO in un ambiente che era già stato, e da tempo, ellenizzato."  

IPPARCO DI NICEA E LA TERRA SFERICA PERDUTA


Ipparco, astronomo e matematico del secondo secolo avanti Cristo (si presume circa 190-120 a.C.), è stato autore di numerosi lavori scientifici che possono essere definiti di avanguardia per la sua epoca. 

Compilò accurate tavole trigonometriche, le quali in effetti possono essere costruite in modo laborioso ma concettualmente semplice a partire da un valore noto (per esempio: tang(pi/4)=1, sin(pi/2)=cos(0)=1....) ed impiegando poi le formule di duplicazione/bisezione e di prostaferesi. 


Benché, in mancanza di meglio, si possono anche far costruire da un buon falegname tanti triangoli retti con angolo acuto stabilito a priori, e, sfruttando la similitudine, misurare direttamente i rapporti tra cateti ed ipotenusa da registrare su un manuale. Se svolto con cura e precisione non si tratta di un metodo disprezzabile: bisogna pur ricordare che l'origine della matematica è data dalla necessità di rappresentare fenomeni reali, e se vivessimo un un mondo privo di angoli l'intera trigonometria non sarebbe mai sorta.
Secondo i resoconti dell'Almagesto di Claudio Tolomeo Ipparco dedusse dalle sue numerose osservazioni modelli astronomici particolarmente accurati riguardo il moto dei corpi celesti, sviluppando anche un metodo affidabile per la previsione delle eclissi, e scoprì il fenomeno di precessione degli equinozi.

Particolarmente geniale la sua previsione dell'esistenza di un continente tra l'oceano atlantico e il pacifico: senza bisogno di caravelle e viaggi la dedusse dalle differenze tra le maree osservabili sulle coste occidentali ed orientali del mondo allora conosciuto.
Interessantissima anche la semplicità ed immediatezza del suo metodo per misurare le dimensioni del pianeta Terra. Per molti motivi (orizzonte marino, mutamento del cielo stellato navigando a Sud, profilo dell'ombra di eclisse sulla luna....) era noto che si trattasse di una palla, non certo di una superficie piana, e già una ottima stima del suo raggio era stata data da Eratostene, sfruttando la similitudine dei triangoli applicata al confronto di ombre tra le città di Siene (oggi Assuan) ed Alessandria, in Egitto.
Ipparco mise a frutto le sue conoscenze trigonometriche.
Cominciamo col dire che se una montagna è circondata da una pianura si può calcolare facilmente la sua altezza grazie a semplici triangolazioni, e se il monte si affaccia sul mare ancor meglio, si otterrà una misura ancor più precisa, evitando le incertezze ondulatorie della pianura.

A questo punto, consideriamo un monte di altezza h che si affacci sul mare: dalla sua cima possiamo scrutare l'orizzonte, e misurare facilmente l'angolo a che la direttrice tra noi ed esso forma con la verticale sulla cima del monte. Diciamo OC il segmento tra centro terrestre e cima del monte, di lunghezza |OC| = (R+h), dove R è ovviamente il raggio terrestre, CT il segmento tra osservatore e orizzonte, ed OT : |OT| = R quello tra centro terrestre ed orizzonte medesimo. Come è ovvio, la linea visuale CT è tangente alla superficie terrestre nel punto T, il che significa che il triangolo OTC è retto in T.
Dunque, possiamo applicare facilmente la trigonometria cui Ipparco si era così acutamente dedicato, scrivendo  sin(a) = R/(R+h), essendo (R+h) ipotenusa ed R cateto opposto ad a nel triangolo rettangolo dato. Poiché sin(a) è un numero facilmente conoscibile (come osservato, anche in mancanza di tavole trigonometriche sarebbe sufficiente costruire con precisione un triangolo retto di angolo acuto a per determinarlo misurandone i rapporti tra i lati), quella scritta é una equazione algebrica fratta nell'incognita R, e rendendola intera (basta moltiplicare ambo i membri per [R+h]) si ottiene sin(a)[R+h] = R, ovvero la semplice equazione di primo grado R[1-sin(a)] = h sin(a), da cui R = [h sin(a)]/[1-sin(a)], una soluzione del tutto alla portata degli alessandrini, contemporanei di Ipparco.
Vediamo allora che è sufficiente l'osservazione della sfericità terrestre (nota alle classi colte, oltre che ai marinai di lungo corso, fin dall'antichità), una montagna di fronte al mare, e la teoria delle similitudini tra triangoli (se non si disponga di conoscenze trigonometriche sviluppate) per determinare le dimensioni terrestri con un metodo persino più semplice di quello impiegato precedentemente da Eratostene (che richiedeva il confronto tra ombre in luoghi a distanza nota, osservate in un preciso giorno dell'anno, il solstizio d'estate). 

Queste misure svolte nel millennio prima di Cristo contrastano con la retorica puerile che in qualche modo abbiamo incontrato da bambini sui libri di storia, nei quali si favoleggiava della grande intuizione di Cristoforo Colombo sula sfericità terrestre, come se si trattasse di una rivoluzionaria scoperta del 1492 d.C. .

Eppure qualche dubbio avrebbe dovuto assalirci anche allora: perché mai Isabella di Castiglia avrebbe dovuto rischiare l'ingente somma del finanziamento di una spedizione di lungo corso di tre navi se non fosse stata già certa della rotondità del pianeta ?
In effetti la credenza nella terra piatta si era diffusa, sopratutto nelle classi poco colte, a causa del cristianesimo e della sua idolatria letterale di quel brutto romanzo che è la bibbia. Bisogna pur ricordare che per molti secoli il cristianesimo distrusse ogni traccia del sapere antico, con apparenti motivazioni ignobili come quella fornita da sant'Agostino: "Se un libro contiene insegnamenti contrari alla bibbia ed al vangelo è sbagliato e dannoso, mentre se contiene insegnamenti concordi è superfluo". Con questo genere di scuse la maggior parte delle testimonianze antiche furono distrutte, tant'è vero che se noi disponiamo della cultura della Grecia classica lo dobbiamo per lo più agli Arabi, che avevano ricopiato conservato e tradotto le loro opere (inclusi gli Elementi di Euclide, senza i quali non avremmo ricevuto dai greci nemmeno la geometria elementare, che avrebbe dovuto essere ricostruita da zero).
Tra un assassinio della matematica e astronoma Ipazia (non voleva abbandonare la sua religione politeista per il cristianesimo, con somma irritazione del feroce vescovo Cirillo, poi canonizzato, nonostante l'omicidio della studiosa, da lui ispirato e diretto), una distruzione di biblioteca e persino il raschiamento di antiche opere (si pensi a quelle di Archimede!) per recuperare le pergamene come carta da preghiera (eppure pregano anche gli arabi, che però ci hanno conservato persino la numerazione posizionale indù, invece di raschiarla via ......) il cristianesimo istituzionale dei molti, moltissimi, secoli bui ci regalò anche questo: un cumulo di desolante ignoranza (ho scritto "cristianesimo istituzionale" perché sono esistiti anche cristiani sinceri e difensori del libero sapere; infatti, anche Giordano Bruno, il filosofo di Nola, era cristiano...e fece la stessa brutta fine di tanti libri bruciati sul rogo). 


Vincenzo Zamboni

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Commento di Giorgio Vitali:

"QUESTO MONDO è FORSE UN SOGNO? E' FORSE REALTA'? Realtà e sogno. Tutti due insieme. POICHE' esso  è e non è. ( Kokinshu XVIII sec.)
Da: "DIO E IL GOLEM": La conoscenza è un fatto, il potere è un fatto, l'adorazione è un fatto E questi fatti sono soggetti all'indagine umana al di fuori della teologia. Noi possiamo osservarli in modo da renderli maggiormente accessibili ai metodi delle Scienze della Natura.
Mi si può obiettare che procedendo in questo modo sin dall'inizio elimino la possibilità di discutere la religione e di conseguenza i suoi rapporti con la scienza. La conoscenza però è inevitabilmente legata alla comunicazione, il potere al controllo, la valutazione degli scopi umani alla morale e a tutta la parte normativa della religione.Noi dobbiamo riesaminare le nostre posizioni su questi problemi alla luce dei più recenti sviluppi della teoria e della tecnica.

Certamente non è corretto il considerare colla stessa visuale Dio e l'uomo, è una bestemmia. E, anche nella scienza, non bisogna trattare gli esseri viventi e le macchine nello stesso modo.Se noi accettiamo questi tabù possiamo acquistare ampia stima di pensiero solido e conservatore, ma ben poco contribuiremo al progresso della conoscenza. E' il compito dello scienziato come del letterato o del teologo intelligenti e onesti l'avere sperimentalmente delle opinioni eretiche e bandite, anche se infine, dovrà respingerle. Inoltre, questo rigetto non deve costituire un esercizio mentale gratuito, un gioco nel quale ci si impegna per mostrare la propria larghezza di vedute. E' un esercizio serio, che deve essere assunto con gravità; esso ha un senso SOLO QUANDO COMPORTA UN RISCHIO REALE DI ERESIA,  e se l'eresia comporta un RISCHIO DI DANNAZIONE SPIRITUALE, questo rischio deve essere accettato ONESTAMENTE e CORAGGIOSAMENTE. Come dice il calvinista "Siete pronti ad essere dannati per la gloria più grande di DIO?". Norbert Wiener. [Nota: queste importanti considerazioni costituiscono il testamento spirituale di N. Wiener, e risalgono al 1965. Pur considerando che il Wiener, fondatore della cibernetica, per ragioni culturali e famigliari nonché religiose (era discendente  diretto di Maimonide, nientemeno!) quando esprime i suoi concetti mette sempre in primo luogo un certo Dio, e quindi anche la "religione", dobbiamo rilevare quanto OGGI noi siamo lontano da questa necessità di includere la religione in ogni considerazione razionale. Grazie al progresso delle conoscenze, la religione ai nostri occhi ha acquisito una valenza di sicuro notevole, ma essenzialmente di carattere sociologico. certamente le FORME della credenza religiosa (delle religioni storicamente determinate con le loro specifiche dottrine) NON SONO PIU' ACCETTABILI"

Destati, oh uomo benedetto


Paolo D'Arpini con la nipotina Mila


Destati, oh uomo, dall’illusione della superficialità e della separazione. Riconosci la tua appartenenza inscindibile alla vita. 

Nel tuo viaggio di ritorno a casa hai dimenticato chi sei, inebriandoti nella vanità del possesso materiale. 

Hai avuto paura di nuotare, di galleggiare,  nel grande flusso della vita e ti sei fermato sulle  sponde duali dell’istinto e della ragione.  Scopri orsù l’Ulisse indomito che è in te, oh uomo, non arrenderti alle sirene dell’oblio.  

Perché  ti limiti a vagare nelle nebbie oscure,  seguendo tracce in tondo in tondo,  ignorando l’intuizione dell’intelletto? Scopri ora il segreto della tua vera identità, non manipolare i segnali chiari della conoscenza interiore, assicurati che il loro significato ti sia comprensibile, osserva vigile…   

Guarda, hai creato religioni e dottrine, ti sei abbagliato nelle ideologie, hai imprigionato la tua mente rendendola serva della limitazione e dell’inferiorità. Hai creduto ottusamente nella scienza legittimando così la sola dimensione materiale. Hai sostituito la consapevolezza innata  del sé con la sterile informazione sul divenire. La tua cultura è accumulazione. La tua sperimentazione si è arresa passivamente alla dialettica, ti sei lasciato abbindolare, ubriaco di nozioni sterili, e vaghi untuosamente  pregno di niente, tronfio e senza  discernimento preda d’inganno e  truffa auto-indotte.  In  balia di stimoli malsani, oh mio buon uomo,  hai serrato gli occhi alla verità  cedendo all’orgia sfrenata della finzione e -nella tua ignoranza-  l’hai definita “successo”.   

Uomo, dimmi dunque, perché hai rinunciato all’amore per prostituirti in un contratto? Perché hai reso funzionale il ruolo dello Yin e dello Yang impedendone l’incontro?  E’ tempo buono ora che tu veda quel che hai costruito dentro e fuori di te, guarda attentamente quel che hai fatto al tuo cibo, come hai avvelenato la tua acqua la tua aria, come hai manipolato il tuo corpo e la tua mente. Questo è solo il retroscena della tua caparbia illusione… 

Tu hai sostituito il sacro con il rito, hai chiamato la guerra giustizia, hai accettato la sudditanza definendola libertà,  hai diffuso  la dipendenza e l’insolvenza stabilendo l’economia.   Ora scopri il risultato: paura rabbia frustrazione repressione odio stupidità. Oh uomo è  il tempo giusto per te di risvegliarti, oh uomo benedetto.

Paolo D'Arpini

Memoria di un viaggio breve a Calcata


Si potrebbe chiedere “chi non conosce Calcata?” Un paesino di cui persino in India han parlato, che ha avuto momenti di grande fama in tutto il mondo in seguito alle iniziative qui portate avanti. Ma la storia della Calcata che conosciamo, è relativamente recente, l’inizio risale agli anni ’60 in cui avvennero tre cose fondamentali:
1) Fu costruita una strada ed un viadotto che collega il borgo al resto del mondo;

2) Una spedizione archeologica diretta dal Potter, studioso inglese del territorio etrusco , rinvenne sulle tre colline di Narce, Pizzopiede e Montelisanti un insediamento di 4 mila anni fa, di cui l’acrocoro di Calcata era il centro sacrale;
3) Inizia il lento spopolamento ed abbandono da parte della comunità originaria che si trasferisce in un paese nuovo, appositamente costruito a monte del borgo.

Da quel momento il borgo viene lentamente “colonizzato” da cercatori di ogni genere che convivono con i pochi paesani rimasti i quali non avendo altro desiderio che “morire dov’erano nati” interloquiscono fortemente con i nuovi venuti, trasmettendo loro un’importante eredità culturale.
Ma cominciamo dall’isolamento di Calcata che restò irraggiungibile, se non a dorso di mulo od a piedi, per un periodo lunghissimo di tempo, questo fatto contribuì alla conservazione della cultura originaria del luogo che poi fu trasmessa dai vecchi calcatesi ai nuovi venuti. Infatti quando all’inizio degli anni ‘70 arrivarono quei nuovi viandanti (tra cui il sottoscritto) essi trovarono una tradizione intonsa basata su modi di vita e costumi Falisci.
Evidentemente Calcata è stata scelta dal destino, dopo essersi resa invisibile per migliaia di anni, per manifestare il massimo della visibilità. Ed è ciò che è avvenuto a partire dagli anni ’80 sino ad oggi.
Calcata è ormai un mito, come la magica Shangrilla sui monti del Tibet, che appare e scompare a seconda di chi la cerca. Ed ora avviene, inevitabilmente, che l’immagine di Calcata sia utilizzata per creare una valvola di sfogo a questa società in declino.
Calcata è vista come il luogo della fantasia, della libera espressione, dell’alternativo possibile… C’è assolutamente bisogno di questo messaggio rassicurante, come “ultima illusione” per mantenere la fiducia della gente nel presente. Se non vi fossero degli spiragli -come Calcata- di cui poter dire “ancora si può vivere liberamente in questo mondo”, la società non avrebbe più speranza… (visti i tempi che corrono). Purtroppo questa immagine, per essere funzionale al contesto sociale in cui viviamo, ha bisogno di molti specchi che la rendano interessante.
Così questo piccolo lumicino di cultura ed intelligenza che veramente “è” (o “era”) Calcata, viene magnificato e contorto da una moltitudine di specchi che ne riflettono le diverse caratteristiche.
Gli specchi sono tanti e pieni di luminarie, il vero lume è uno solo e completamente nascosto dagli specchi. Solo un messaggio pulito ed onesto, teso a liberare la possibilità irradiativa della luce stessa, farà si che l’esperimento vissuto a Calcata possa manifestarsi come indicazione di un percorso per “salvare” la specie umana, un tentativo grandioso ma modesto, senza fanfare né riconoscimenti ufficiali, in cui il buon esempio sia il col-legante sociale. Una società dell’apprendimento evolutivo continuo. Od almeno così mi auguro… Considerando che a Calcata, da quando mi son trasferito a Treia, ho lasciati figli e nipoti….


Paolo D’Arpini

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Commento di Antonella Pedicelli:

"Calcata nel "cuore"...non sai quale gioia mi crea, il tuo voler parlare del luogo a cui offristi memorie e passioni, impossibili da comunicare a quell'orecchio che non è "sensibile" ai colori del vento, durante i pomeriggi d'autunno, quando Calcata giace addormentata, nel suo silenzio di donna bellissima, a cui solo i poeti possono rendere omaggio! Ma tu questo lo sai e quella "donna" magica, la porti con te, ovunque...I tuoi nipoti crescono in modo splendido: hanno negli occhi la luce della Vita che si conserva intatta e autentica nei suoi figli più "puliti"! Le giornate trascorrono lentamente e con il solito ritmo vivace, il che può sembrare strano..ma a Calcata... "strano", significa sempre: "normale"! Ti saluta Wilton...abbiamo parlato molto delle sue coltivazioni casalinghe di basilico; prima di partire gli ho lasciato una mia piccola "creatura" (basilico radicato in una bottiglia d'acqua), sopravvissuta all'arsura di questi ultimi giorni, in un contesto abbastanza "rimediato"! Paolinlo il poeta ha festeggiato, sabato, in piazza, la sua "millenaria" presenza a Calcata e tutti hanno abbracciato un momento di grade pace e bontà...La Bontà, che dire? Ci sono ancora persone Buone? Credo di si, Paolo, e credo anche in quella luce che mi hanno trasmesso i tuoi saggi nipoti..la semplicità del loro sguardo è la concreta realizzazione di tante preghiere, offerte all'Universo in un momento senza definizione cronologica. L'amore donato, prima o poi si manifesta e per quanto "banale" possa pur apparire questa mia affermazione...resta sempre una ferma certezza, limpida come il canto semplice che era la tua magia quotidiana nel Tempio della Spiritualità laica! Con affetto. A.P."