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Siamo tutti animali... Ovvero: il rapporto inscindibile fra esseri viventi




Animale uomo - Paolo D'Arpini

"L'aspetto umano non implica intelligenza umana e, viceversa, l'intelligenza umana non implica necessariamente che si debba avere un corpo umano. Ai sapienti importa solo l'intelligenza, poco essi si curano dell'apparenza, mentre al contrario gli uomini del volgo badano solo all'aspetto esteriore e non si danno pensiero dell'intelligenza".
(Lìeh Tze - mitico autore e saggio cinese).

Il rapporto fra uomo ed animali è andato nel corso di questo ultimo secolo deteriorando sino al punto che essi, un tempo simboli di vita, totem, archetipi e divinità, sono relegati nelle riserve o negli zoo ed utilizzati come cavie o produttori di carne da macello, come fossero "oggetti" e non esseri viventi dotati di intelligenza, sensibilità e coscienza di sé. 

Anche se etologi famosi, come ad esempio K. Lorenz e tanti altri, hanno raccontato le similitudini comportamentali e le affinità elettive che uniscono l'uomo agli animali, il metodo utilitaristico, che per altro si applica anche nella società umana verso i più deboli ed i reietti, ha preso il sopravvento. Pare... ma non è detto che al momento opportuno si risvegli nella coscienza umana la consapevolezza della comune appartenenza alla vita.

Ma oggi vorrei solo toccare alcuni aspetti dell'incongruenza nel rapporto umano con gli animali. Da una parte vi sono quelli cosiddetti "da compagnia" -e cioè i cani e gatti- che godono di una relativa protezione ed anzi contribuiscono assieme all'uomo allo sfruttamento delle altre specie -in chiave alimentare, sotto forma di allevamenti intensivi da carne- e poi vi sono gli "ultimi selvatici" quelli che apparentemente vivono in libertà ma è solo una finzione costruita per favorire l'uso della caccia.

A questo punto inserisco una notizia di cronaca relativa alla recenti decisione di vari assessorati caccia e pesca in diverse zone d'Italia di abbattere un certo numero di caprioli o simili ungulati dichiarati "in eccesso".

Questo fatto ha causato un polverone mediatico e politico ma lì per lì non ho voluto esprimere alcun parere in proposito per due motivi, il primo è che già si erano mobilitate le controparti del gioco, ovvero le associazioni venatorie da una parte e le associazioni animaliste dall'altra, e non mi sembrava opportuno aggiungere la mia voce al coro più che acuto ed isterico, la seconda ragione è che volevo capire bene le motivazioni che spingevano l'assessorato a consentire l'abbattimento.

La verità è che i caprioli sono stati "immessi" sul territorio ai soli fini della caccia, e non per abbellimento della natura o per il loro stesso bene, essi non sono dissimili dalle capre allevate dall'uomo.

Conosco per esperienza i danni all'ambiente che può causare l'eccesso di questi animali (basti pensare ai deserti del medio oriente causati dal continuativo allevamento di capre ed altri armenti). Ma non potevo a caldo fare un discorso ragionevole con tanti scalmanati a parlare. 

In verità bisogna stare molto attenti al numero di ungulati che pascolano in un territorio, questo non solo nel caso di greggi difese dall'uomo, ma anche per gli pseudo selvatici -cervidi vari- che vi vengono immessi, queste bestie ai giorni nostri non sono soggette alla falcidiatura naturale causata dai predatori. 

Qui in Italia il lupo è praticamente estinto e nei boschi i caprioli od i cervi non hanno nemici naturali che limitino la loro prolificazione. Insomma bisogna capire le "ragioni" di queste immissioni.... che certo non avvengono per amore delle bestie anzi... vi è la certezza che siano operazioni di ripopolamento legate all'esercizio della caccia. 

La stessa cosa è avvenuta con i grossi cinghiali dell'est europeo che, come sappiamo, sono stati liberati sul territorio del centro Italia proprio per la loro prolificità e stazza, con il risultato che hanno soppiantato i cinghialetti italici a solo vantaggio dei cacciatori (in quanto gli agricoltori non son per nulla felici delle loro disastrose incursioni che procurano anche un danno all'erario per via dei rimborsi dovuti ai contadini). 

La storia dei caprioli è la stessa, un ripopolamento voluto dagli assessorati alla caccia di varie province  in tutta Italia. Lo stesso avviene ogni anno con lepri e fagiani e simili, che massimamente vengono importati da allevamenti della Slovenia e viciniori a prezzi stratosferici. Questi animali "liberati" servono solo alla categoria dei cacciatori -tra l'altro- anch'essi ben salassati da imposte e tasse varie.

Quindi la caccia è tutto un bussines basato sulla morte e sulla speculazione ed è anche causa -per inciso- di altre speculazioni da parte di associazioni che fanno da contro-canto ponendosi contro la caccia e ricevendo anch'esse prebende e fondi pubblici. 

Potete allora vedere che questo gioco delle parti danneggia tutti i cittadini e la natura stessa che è continuamente manipolata pro e contro questo e quello. Insomma un pretesto affaristico in una società che non considera l'animale diversamente da un plusvalore qualsiasi.

Io personalmente sono vegetariano ma sono pure ecologista e quindi per quanto mi riguarda non sono affatto favorevole all'immissione di nuove specie in natura, soprattutto trattandosi di specie che possono danneggiarla, come è già avvenuto con i cinghiali, ed è per questo che ritengo che la caccia andrebbe completamente vietata in Italia per il semplice fatto che è un esercizio "vizioso" inutile e dannoso in assoluto. 

Giacché la caccia non è un'attività libera e naturale ma una specie di gioco di ripopolamento ed uccisione, un divertimento sadico e crudele.

"Non so qual'è il confine fra l'uomo e gli animali, quali sono i loro reciproci diritti e doveri, qual'è il punto d'incontro della sopravvivenza reciproca, senza causare sconvolgimenti ecologici, non so nulla di questo, mi limito io stesso a sopravvivere, a volte combatto a volte recedo, non mi pongo modelli, sono anch'io un animale che ha bisogno della natura, sono una espressione della natura".

Paolo D'Arpini

 
 
Di questo e simili argomenti se ne parlerà durante l'Incontro Collettivo Ecologista  che si tiene a Vignola dal 22 al 23 giugno 2013  

La creazione, l'esistenza ed il dispiegarsi del mondo avvengono solo nella mente


solo conoscenza aggiunta....

I saggi  non dualisti che non considerano separati o diversi l’osservatore, l’osservato e l’osservazione,  od in altre parole l’io individuale, Dio ed il mondo, difficilmente perdono tempo a descrivere il  dispiegamento della creazione nello spazio tempo. Per tali saggi tutto è nell’eterno  “presente”,   nel qui ed ora, e l’illusione di una evolversi dal passato verso il futuro è considerata una semplice allucinazione, un’immagine mentale che non merita particolare spiegazione.  “Conoscenza aggiunta” è definita la conoscenza del processo manifestativo, una sorta di favola aneddotica che non ha alcun valore dal punto di vista della Verità ultima.
Eppure, per effetto di un parlato dialogativo, in cui vengono esaminati anche  aspetti “banali” della conoscenza, talvolta è accaduto che persino saggi della mole di Ramana Maharshi o Nisargadatta Maharaj “perdessero tempo” a descrivere il processo formativo dell’esistenza e del mondo manifesto.  Nel tempo più vicino a noi, quando era  ancora in vita Nisargadatta, cioè sino al 1981, esistevano già i magnetofoni a nastro e perciò la descrizione dei dialoghi informali o formali in cui il saggio, rispondendo  alle domande di alcuni ricercatori, spiegava i modi manifestativi della coscienza  come suoi aspetti  dispiegatisi  nelle varie forme,  era di facile raccolta e riepilogo… Le sue parole venivano registrate in nastri e poi traslitterate, un lavoro paziente ma con una base solida di riferimento. Al tempo di Ramana Maharshi, che lasciò il corpo nel 1950, invece non era possibile usare attrezzature tecniche, tutti i suoi detti erano trascritti da devoti che assistevano ai suoi discorsi, comunque tali trascrizioni sono affidabili poiché veniva sempre chiesta conferma al saggio  prima della stampa definitiva. In questo contesto dobbiamo essere particolarmente riconoscenti al devoto Telgu di nascita (originario dell’Andra Pradesh), Sri Munagala S. Venkataramiah, che nell’arco di 5 anni (1935-1939) raccolse parecchi detti  di Ramana Maharshi  pronunciati durante vari incontri tenuti nell’Ashram di Tiruvannamalai.    
In particolare, ai fini di una comprensione empirica del processo manifestativo,  ho rilevato una spiegazione tenuta il 7 gennaio del 1937 (Talks) che è particolarmente significativa, essa è riferita alla strofa n. 6 dell’Arunachala Ashtaka.
In questa strofa  si analizza il piccolo punto = ego; il piccolo punto composto da tenebre = l’ego che consiste di tendenze latenti; l’osservatore o soggetto o ego che sorge espande se stesso nella forma di ciò che è visto,  l’oggetto e  l’organo interno di percezione. La luce riflessa operante nella mente deve essere soffusa affinché tale ego possa sorgere. In pieno giorno una corda non può essere scambiata per un serpente. La corda stessa non può nemmeno essere vista se c’è tenebra fitta così ché  non c’è possibilità di scambiarla per un serpente. Solo in una luce  debole o soffusa può  accadere l’errore di scambiare una corda per un serpente.  La stessa cosa avviene per il Puro e Radiante Essere che emerge come ego, ciò è possibile solo in una luce circonfusa da tenebra. Questa tenebra è altrimenti conosciuta come  l’Ignoranza Primitiva (o Peccato Originale).  La luce che traspare attraverso questa ignoranza è chiamata “Luce Riflessa”. Tale  Luce Riflessa è conosciuta come Ishwara o Dio. Infatti è noto che la manifestazione di Ishwara avviene attraverso Maya (il suo potere di Illusione).  L’altro nome in cui tale Potere è chiamato è “Pura Mente”,  o qualità Satva, ciò implica che ci sia anche una “mente impura” e questa è rappresentata dall’ego, che  è  un passo successivo nella riflessione della Luce della Consapevolezza Suprema attraverso la qualità Rajas, od attiva,  della mente.
Infine sorge l’aspetto esteriore o materiale della manifestazione, attraverso la qualità Tamas, o inerzia, che  si manifesta in forma degli organi interni di percezione e dei loro oggetti esterni.
Dal punto di vista fisiologico può dirsi che questo processo di esternalizzazione procede attraverso il cervello. I diversi stati di veglia, sogno e sonno profondo hanno quindi origine da quella ignoranza originale, con la mente che si rivolge all’esterno (attraverso il processo proiettivo dell’apparato interiore) sperimentando la condizione di veglia e sogno e ritirandosi nel sonno profondo in  stato di latenza. Tutti questi ovviamente sono solo “fenomeni” che  appaiono attraverso la Luce Riflessa sul Substrato dell’Esistenza e Consapevolezza  Assoluta dell’auto-luminoso Sé.
Quindi il mondo non può essere “indipendente” dalla sua Sorgente, ed è così che l’Unico Essere diventa molti. Il Potere che manifesta questo Gioco dell’Esistenza è davvero grande! E la realizzazione della propria originale Natura è lo scopo gioioso della vita.

Paolo D'Arpini

Memoria sul Circolo vegetariano VV.TT. di Calcata – “Il mangiar sano…”


Nella raccolta di memorie sull’epopea del Circolo VV.TT. ho ritrovato alcune pagine  di  vari libri sui  luoghi dell’Italia Naturale. Siccome il Circolo fu uno dei primi posti in cui si professava una “dottrina” vegetariana spirituale laica ed ecologista (termini quasi sconosciuti negli anni’80 quando sorse l’associazione) molti furono i riferimenti all’esperimento “anomalo” in corso  a Calcata.   
Anche la Guida Mondadori “Il mangiar sano” si è  interessata  di noi e  pubblicò una divertente pagina sul Circolo. (P.D’A)

Lazio. Calcata (Vt) – Circolo vegetariano VV.TT.
Ormai un po’ da per tutto si possono trovare stages per manager, per imprenditori, per venditori d’assalto e per tutta la bella compagnia; qui in provincia di Viterbo ci sono persino gli stages naturisti: diventa vegetariano in 48 ore.
“Questo non è un ristorante -ci dice il presidente del Circolo, Paolo D’Arpini- noi amiamo chiamarlo ‘punto d’incontro vegetariano’ in cui si può anche mangiare, come in un convento”.
E’ vero perché questo posto è proprio tutto meno che un ristorante. Insediatosi a Calcata, nella splendida valle del Treja, il Circolo VV.TT. (che sta per vege vege – tariano tariano) è una occasione originale per entrare in contatto diretto con la natura. Tra l’indiano e il francescano. I soci cucinano e servono in sala a turni stabiliti, come in un monastero indiano. Se partecipate ad una loro scampagnata i cibi che mangerete saranno quelli che siete riusciti a
reperire durante il giorno. Se vi fermate solo a mangiare aspettatevi frutta, verdura, legumi, tutto coltivato in zona o nell’orto. Anche il vino è del luogo: quello che c’è c’è, buono o cattivo secondo l’annata. L’acqua è quella di sorgente.
Tutto ciò può spaventare, è vero, ma può anche stimolare curiosità che la vita cittadina ci costringe a sopire. Semplice e candida povertà, si cucina, si serve e si mangia quello che c’è, in una sorta di fraterna condivisione. Dal pane integrale alle verdure stagionali. Gli animali sono sacri, quindi scordatevi la carne. I condimenti son fatti con le erbe raccolte personalmente nella valle e con qualche olio locale, naturalmente d’oliva.
Giudizio: MM VRPAFR – Commento: il Circolo esce troppo dagli schemi più classici di giudizio per poter rendere serena la votazione. Voto di mezzo quindi per salvare capra e cavoli. Con una avvertenza: non venite fin quaggiù per mangiare. Venite per ritrovare antichi ritmi. Spesso le sostanze più necessarie alla vita sono anche le più impalpabili.

Edizione 1991 – Guida Mondadori – Il Mangiar Sano

Dietro-lo-specchio
Interno del VV.TT.

...vagare nella natura per scoprire i suoi segreti... Discorso del 20 luglio 2013 sul nomadismo spirituale ecologico



La parola ecologia deriva dal greco oikos che significa casa, ha cioè la stessa radice di economia, e questa filiazione etimologica mi ha sempre affascinato. Infatti attraverso l’ecologia, soprattutto quella profonda, ho appreso a considerare la natura come la mia vera casa cercando inoltre di trarre da essa il mio sostentamento.  La riscoperta dell'appartenenza alla "Casa Terra" è un modo per riconoscere la sacralità della vita, in tutte le sue sfaccettature,  e fra  i misteri naturali, quelli che maggiormente mi intrigano sono quelli legati alla conoscenza delle piante.  
Certi segreti solo le piante sanno conservare. Le piante indubbiamente sono gli esseri viventi più vicini allo spirito primordiale e sono le depositarie del potere magico della vita. Basti pensare che all'inizio della religiosità e della divinazione sono state le piante a dare le prime immagini di un mondo "psichico"  che si accompagna a quello materiale. 
L'uomo vagando nella natura ha scoperto le proprietà di alcune piante "spirituali" che gli hanno consentito di riconnettersi al cosmo. In India ad esempio la celebrazione  della luna piena di luglio è particolarmente importante perché dedicata al Guru primordiale, che è lo stesso Shiva, maestro di vita e conoscitore di tutti i segreti della foresta e dei cicli naturali. 
In Europa e nel mondo occidentalizzato -purtroppo- la tendenza a razionalizzare tutta la conoscenza ed a irreggimentare il computo del tempo in modo  artificiale  è una delle cause principali  del conflitto con i cicli  della Terra e della natura tutta. Questo tentativo d’imporre forme-pensiero mentali di gruppo ai flussi stagionali e cosmici (che, in realtà, dovrebbero governarci), sta causando una distonia sempre maggiore con la Terra, causando violenza anche ai nostri sistemi energetici e biologici.
E’ come se il nostro sistema si nutrisse di cibo non cresciuto naturalmente, negli orti, ma in fabbriche, usando ingredienti sintetici. Per l’umano, il modo di vivere il tempo è, al presente, puramente artificiale, non seguendo, come già detto, i cicli  della natura. 
Fortunatamente restano delle "fessure esperienziali" che possono ricondurci alla naturalità  ed una di queste fessure è rappresentata dalla luna piena di luglio. In questo momento, con il sopraggiungere della stagione calda,  le inibizioni si allentano, ci sentiamo più vicini alle nostre origini, ci piace girare nudi e liberi ed inoltre i raggi lunari sono particolarmente forti e  ci suggeriscono  nuove prospettive  di condivisione olistica.  
Nella cultura Atzeca la teologia naturalistica era  collegata all'espansione massima del disco lunare, lo percepiamo ad esempio nell’inno dedicato alla Festa Venusiana. “Il fiore del mio cuore si è aperto, ecco la signora di mezzanotte, lei è venuta – nostra madre – lei è venuta, lei la dea Tamoanchan…”
Così saremo pronti anche noi la notte del 20 luglio ad accogliere i raggi della luna nel nostro cuore. Per l'occasione siamo  stati invitati da Syusy Blady nel suo Orto dei Giusti di Bologna, inizio alle h. 21.00,  per  parlare di  ecologia,  bioregionalismo, nomadismo, spiritualità laica. 
Per aiutarci nello scioglimento notturno  ci saranno discorsi, mantra, "a solo" musicali, danze... 

Paolo D’Arpini 

P.S. Per partecipare all'iniziativa e/o proporre arricchimenti  scrivere a: bioregionalismo.treia@gmail.com 

Vivere a contatto con la natura... in Africa!



Come sai noi viviamo in Africa e io ho girato un bel po' questo continente con e senza il mio camper.

Il rapporto con gli animali, nell'Africa sub sahariana è completamente diverso da quello che succede in quasi tutto il resto del nostro pianeta.

La maggior parte dei sud africani i bianchi vanno almeno due volte l'anno in uno dei numerosissimi parchi nazionali dei paesi del sud dell'Africa, sopratutto nel Krugher park che è un enorme regno di tutti gli animali selvatici,  per immergersi nella straordinaria natura africana di cui la cosa più importante sono proprio gli animali e così fin da bambini imparano a rispettare e a conoscere tutti gli animali.

Io non so in quanti parchi sono stato nei vari paesi africani e confesso che oramai mi interessano molto meno anche perché i disagi per arrivarci sono diventati alla mia età un po' troppo pesanti.

Non credo di esagerare dicendo che per tutti gli africani, ma sopratutto per i bianchi, gli animali selvatici sono la cosa che amano di più.

Dalla nostra veranda che affaccia su di una piccola valle si vedono tutti i giorni animali selvaggi non pericolosi e quando amici vengono a trovarci la prima cosa che fanno vanno a guardare gli animali che ci sono nella vallata.

Il primo anno che abbiamo abitato qui a Stillbay eravamo in una casa costruita in una piccola riserva di animali selvatici che è tutta recintata ed eravamo costantemente contornati da un gran numero di quadrupedi, uccelli e anche qualche serpente molto velenoso.

Io ti confesso che essendo un europeo, senza alcun dubbio preferisco l'appartamento dove abitiamo adesso e guardare lo straordinario paesaggio che abbiamo da tutti i lati composto dall'oceano indiano, dal fiume goukoj e tutto il resto che è natura incontaminata.

Ti racconto tutto questo nella speranza di farti capire che in Africa il rapporto con la natura è completamente diverso da quello che si ha in Europa.

La cosa più significativa è che sicuramente qui i bambini non hanno certo paura se vedono un topolino come purtroppo accade ai bambini europei che oramai non hanno più nessuna esperienza di animali di qualsiasi tipo salvo quelli domestici.

Hanno paura perfino di quelli che ci sono nelle campagne europee salvo per quelli  rinchiusi in una azienda agricola.

Roberto Anastagi 


Confucio ed il Libro dei Mutamenti - Indagine sulle componenti psichiche energetiche e come armonizzarle nelle varie condizioni della vita



Esiste in Cina un libro che rappresenta sinteticamente tutto ciò che sta  fra Cielo e Terra, si chiama  I Ching, ovvero il Libro dei Mutamenti.

Veramente questo libro è un compendio di indicazioni per la vita quotidiana, un prontuario di saggezza  attiva. E, come spesso accade,  esso affonda le sue radici nell’antichissima tradizione orale cinese.  Esso forse  più di altri testi raffigura la filosofia di vita e la cultura della Cina  partendo dal periodo matristico sino all’affermazione buddista,    integrando  Confucianesimo e Taoismo in una unità di pensiero e di tradizione.

Trattandosi  di un testo proteso a fornire consigli pratici e di comportamento nella vita quotidiana va da sé che Confucio lo ritenesse un libro altamente significativo, tant’è che a questo dedicò molte note e commenti sugli esagrammi.

Con la presa del potere da parte di  Mao Tze Dong tale libro, assieme al Confucianesimo stesso, fu salvato e talvolta preso  ad esempio di un “comunismo antico” tipicamente cinese. La morale confuciana, come pure quella taoista e buddista, non richiede  per la sua affermazione la presenza od  il concetto di un dio. La morale secondo Confucio  è un metodo  per stabilire il benessere sociale  delle masse e per mantenere la struttura familiare.

L’etica confuciana, in parte somigliante  a quella di Francesco Guicciardini,  è   una esemplificazione ideale basata  su norme atte a  coagulare la società e renderla prospera, nei suoi vari livelli,  mantenendo inoltre una costante sinergia d’intenti fra lo  stato ed i sudditi.

Per questa ragione il Confucianesimo non è mai stato sconfessato dal comunismo maoista, anzi Mao ha forse tentato di porsi come un  simbolo  ininterrotto del buon governo auspicato da Confucio. Che ci sia riuscito  e se il popolo lo abbia riconosciuto come tale è  un altro discorso.. Sta di fatto che nel solco del pensiero confuciano si può intuire e riconoscere tutto il pragmatismo che contraddistingue  anche la Cina moderna.

Se rivolgiamo l’occhio all’insegnamento di Confucio  esso ci si presenta libero da ogni collegamento diretto con la divinità, essendo fondato unicamente sulla ragione e sul buon senso. Ed è per questa ragione che  da oltre 25 secoli la ragione ed il buon senso  sono onorati in Cina come una religione. A questo metodo concreto si son dovute adattare persino altre filosofie più metafisiche come il buddismo, che ha assunto fra le sue regole la pietà filiale ed altre simili norme. E persino le minoranze musulmane e cristiane  si sono  cinesizzate ad eccezione della componente cattolica romana che presume di dovere obbedienza solo ai dettami del papa di Roma… e questa è la vera  causa della cosiddetta “persecuzione” nei suoi confronti, ovvero l’impossibilità da parte del governo cinese  di accettare che tale religione sia estranea al contesto interno (si noti che i vescovi e cardinali  cattolici vengono nominati dallo stato estero del vaticano)… ma lasciamo da parte queste diatribe che non ci interessano e torniamo al buon Confucio.

La vita di Confucio mostra che egli ha sempre parlato da uomo ad altri uomini   e mai come  messaggero di una divinità che l’avesse eletto messia o profeta. Egli nacque nella città di Tsan, in Shantung, nel  551 (a.C.) allorché in occidente era da poco deceduto Solone il moralizzatore di Atene ed a Roma  Servio Tullio sanciva la costituzione “Tulliana”.   Egli fu costretto da necessità pratiche  a guadagnarsi la vita e non esitò a svolgere umili impieghi,  non sentendo in sé la vocazione all’insegnamento come allora veniva praticata in modo formale. La Cina che già vantava  una storia millenaria con tre solide dinastie imperiali stava allora attraversando un periodo di instabilità sociale. Perciò in Confucio predominò,  oltre al  senso di disciplina e di ordinamento sociale,  il culto delle tradizioni familiari e della pietà. Egli si fece conseguentemente conservatore e raccoglitore delle memorie e dei testi sacri che trattavano quei temi. Ma nelle sua opera andò incontro ad avversioni e persecuzioni, come avvenne un secolo e mezzo più tardi in Europa  al filosofo Platone.

Solo all’età di cinquant’anni Confucio assunse una carica pubblica di un certo rilievo a Ciung-tu, ove divenne Ministro di Polizia, mentre la fama della sua saggezza e della sua eccellente amministrazione si  diffondeva in altre province.

Confucio fu un riformatore severo ed energico, nel suo animo prevalevano i consigli della giustizia,  perciò gli si formò  contro una congiura di ignobili potenti, che talvolta attentarono anche alla sua vita e poi ottennero che egli venissi congedato dal suo incarico.  I suoi ultimi anni furono tristi… sebbene gli venisse risparmiata la cicuta. Morì a settantre anni nel 479 a.C.

Dai suoi insegnamenti traspare che l’uomo fu creato per vivere secondo ragione, cioè lottando contro le forze avverse e basse dell’istinto, e vivendo in accordo con gli altri uomini, seguendo un codice di principi e doveri conformi alla nobiltà e dignità dell’essere umano. Le cinque virtù cardinali dell’uomo per Confucio sono: la bontà, l’equanimità, la convenienza (cioè il pronto adattamento al tempo ed alle circostanze), la saggezza e la sincerità.

Ed è soprattutto alla sincerità che egli dedicò le lodi più alte.  Egli raccomandò energicamente i doveri verso i parenti,  il rispetto e la cura per i più vecchi, la dedizione verso gli amici, la coscienziosità in ogni atto compiuto, l’autocontrollo e la moderazione.  “Il bene supremo dell’uomo non è il piacere, né gli onori, né la ricchezza.. ma è la virtù, sorgente di ogni bontà”.

Del pensiero antimetafisico di Confucio abbiamo sicuri documenti: il Cielo e la Terra sono i genitori di tutte le creature e questa è anche la sostanza dell’I Ching, ove invece delle preghiere viene indicato il retto comportamento come “bene supremo per l’uomo”.  Ed al proposito dell’aldilà egli affermava: “Se non si conosce ancora la vita come si potrà conoscere la morte?”.  Personalmente Confucio preferiva l’attenzione rivolta ai fatti concreti dell’esistenza piuttosto che alle meditazioni trascendentali.   Egli stabilì una dottrina puramente laica, come diremmo oggi,  basata su principi logici,  etici,  estetici ed intellettivi.  Egli a buona ragione può essere definito un precursore e degno rappresentante della Spiritualità Laica.

Confucio ed i suoi seguaci, ovvero la stragrande maggioranza del popolo cinese, disprezzano perciò quel che non è cogente, che non rappresenta un fondamento e non ha radici nella vita comunitaria.

Lo “spirito” di Confucio è il risultato dell’analisi comportamentale, psicologica, archetipale dell’uomo. Egli soleva dire: “Io non voglio fare dell’uomo un mistico, quando ne ho fatto un perfetto onest’uomo ciò mi basta”. Assai prima degli stoici greci egli insegnò  l’amore per tutto il genere umano e “precorrendo” il cristianesimo disse “Non fate agli altri ciò che non volete fatto a voi!”.



Paolo D'Arpini